Auto cinesi, cresce la fiducia degli italiani: 7 su 10 pronti all’acquisto

Auto cinesi, cresce la fiducia degli italiani: 7 su 10 pronti all’acquisto

Le auto cinesi guadagnano terreno nel mercato italiano e, soprattutto, nella percezione dei consumatori. Oggi oltre 7 italiani su 10 si dichiarano pronti ad acquistare un modello prodotto in Cina. È quanto emerge dall’instant survey “Cosa pensano gli italiani delle auto cinesi?” realizzata da Areté nel mese di gennaio.

Il dato segna un’evoluzione significativa rispetto alla rilevazione di ottobre 2024, quando la quota di potenziali acquirenti si fermava al 68%. Oggi la percentuale sale al 73%, confermando un cambio di paradigma nella valutazione dei brand provenienti dal mercato asiatico.

 

Qualità e tecnologia davanti al prezzo

Se fino a pochi anni fa il principale driver di scelta era il prezzo competitivo, oggi lo scenario è cambiato. Il 51% degli intervistati indica come fattori determinanti affidabilità, qualità dei materiali, dotazioni tecnologiche e sistemi avanzati di bordo. Il prezzo resta importante (45%), ma non è più l’unica leva.

Questo passaggio è centrale: la crescita della fiducia verso i costruttori cinesi non è legata solo all’accessibilità economica, ma a un riconoscimento della qualità complessiva del prodotto. Un segnale che riflette l’evoluzione dell’offerta, sempre più allineata agli standard europei per sicurezza, connettività e design.

La soglia psicologica di spesa resta fissata a 30.000 euro, con una netta preferenza per SUV e crossover (47%), segmenti che da anni dominano il mercato italiano.

 

Ibrido al centro delle preferenze

Interessante anche il dato relativo alle alimentazioni. “Auto cinese” non equivale necessariamente a elettrico puro: il 50% degli intervistati indica l’ibrido come la tecnologia più evoluta e coerente con le proprie esigenze di mobilità.

La soluzione ibrida viene percepita come un compromesso efficace tra efficienza e praticità, soprattutto in un contesto in cui l’infrastruttura di ricarica elettrica è ancora in fase di consolidamento. Una scelta che conferma il pragmatismo degli automobilisti italiani, orientati verso soluzioni concrete e immediatamente utilizzabili.

 

Dubbi residui su materiali e post-vendita

Non mancano tuttavia alcune perplessità. Il 28% degli intervistati nutre ancora dubbi sulla qualità dei materiali, mentre un altro 28% esprime timori rispetto al servizio post-vendita.

Si tratta di una minoranza, ma significativa, che evidenzia come la piena integrazione dei brand cinesi nel mercato italiano passi anche attraverso il rafforzamento delle reti di assistenza e della percezione di affidabilità nel lungo periodo.

Massimo Ghenzer, Presidente di Areté, sottolinea come «i brand cinesi siano destinati ad aumentare la propria quota nei prossimi anni». E aggiunge che «oggi i consumatori riconoscono ai costruttori cinesi affidabilità e un buon livello qualitativo». Un dato confermato dal fatto che il 62% degli intervistati ritiene i servizi post-vendita in grado di competere con quelli dei brand europei.

 

Concessionaria e test drive restano centrali

Un ultimo aspetto riguarda l’esperienza d’acquisto. Nonostante la crescente digitalizzazione del settore automotive, per le auto provenienti dal “Celeste Impero” prevale ancora il contatto diretto: quasi la totalità degli intervistati preferisce recarsi fisicamente in concessionaria. Il test drive si conferma un passaggio imprescindibile per 8 italiani su 10, elemento che ribadisce come la fiducia si costruisca anche attraverso l’esperienza concreta del prodotto.

La fotografia scattata dalla survey racconta un mercato in trasformazione, dove le auto cinesi non sono più percepite come un’alternativa di nicchia o esclusivamente low cost, ma come una proposta credibile e competitiva. La sfida, ora, sarà consolidare questa fiducia nel tempo, attraverso qualità costante, servizi solidi e una presenza strutturata sul territorio.

 


Foto da ufficio stampa Areté

Boomerang: la lettera Filosa-Blume alla Commissione UE

Presa in giro: ora l'UE si dice pronta a difendere l'industria dalla Cina

di Andrea Taschini, advisor e manager automotive (dal magazine “Parts”)

 

Il 5 febbraio è stata pubblicata sui principali organi di stampa europei una lettera firmata dai due più importanti CEO dell’industria automobilistica del continente, Antonio Filosa e Oliver Blume, in vista dei rilevanti correttivi attesi su una legislazione che, nei fatti, sta producendo effetti recessivi e strutturali su un settore strategico come quello della mobilità. L’iniziativa è in sé meritoria, soprattutto dopo anni di silenzi da parte delle case automobilistiche europee sull’intero impianto del Green Deal, tuttavia in più di un passaggio ha peccato di eccessiva prudenza nel tentativo di mantenersi entro un perimetro istituzionalmente accettabile ma troppo politically correct, evitando di affrontare in modo esplicito le cause fondamentali della crisi che sta investendo l’intero ecosistema automotive.

Il punto non è la richiesta di flessibilità, né la modulazione dei tempi, il nodo è decisamente più profondo e voglio in questo articolo proporvi un mio punto di vista sul documento. La questione non riguarda un problema di calendario regolatorio, ma di architettura normativa.
Vediamone insieme i punti principali.
 

1. La divergenza dei sistemi valoriali

Il documento si apre correttamente ricordando la centralità dell’automotive in Europa: una filiera che occupa circa 13 milioni di persone e con l’8% del PIL contribuisce in modo significativo alla ricchezza dell’Unione. Viene inoltre evocata, seppur con prudenza, la divergenza tra il modello europeo e quello delle aree extra-UE (senza mai nominare la Cina), che oggi controllano le filiere critiche dell’auto elettrica, pur descrivendone implicitamente il perimetro industriale.

Il punto decisivo, tuttavia, rimane sospeso perché, a legislazione e vincoli europei invariati, l’Europa non potrà replicare filiere altrettanto efficienti né sul piano quantitativo né su quello qualitativo.
La questione non riguarda soltanto l’accesso alle materie prime, è più profonda, riguarda il sistema operativo industriale. Energia strutturalmente più costosa, minore integrazione verticale delle catene del valore, limiti agli aiuti di Stato, tempi autorizzativi più lunghi, standard ambientali e sociali che l’Europa considera identitari e che infatti lo sono, ma che generano asimmetrie quando il concorrente opera senza disciplina del capitale, con un robusto sostegno pubblico e un controllo strategico delle filiere di approvvigionamento.

La divergenza evocata nel documento non è dunque un inciso etico. È una divergenza valoriale e finché non viene trattata come tale, ogni proposta rischia di assumere la forma di una compensazione, non di una strategia. È a questo punto che emerge il secondo nodo, quello che il documento sfiora senza affrontarlo: la natura stessa del prodotto che si intende difendere.

 

2. Commodizzazione dell’auto elettrica 


Nel passaggio dedicato alle aspettative del mercato il documento evita il cuore del problema: l’elettrificazione non è solo una transizione tecnologica, ma un processo di progressiva commodizzazione che modifica l’architettura competitiva del settore. L’auto elettrica, banalizza l’architettura industriale, trasferisce il valore verso componenti ad alta intensità di scala – batterie, software, piattaforme modulari – e abbassa le barriere all’ingresso. La conseguenza non è soltanto maggiore concorrenza. È la trasformazione dell’automobile da bene fortemente differenziato a bene sempre più commodizzato dove nessuno fa più denaro e conta solo la massa critica a disposizione.

In questo contesto, la forza storica delle case europee, fondata su ingegneria, identità di marca, controllo del ciclo industriale, valorizzazione del prodotto nel tempo e differenziazione dell’offerta, entra in tensione con un paradigma che premia la massa critica, costo e integrazione verticale.
Affermare che “chiunque venda veicoli a clienti europei dovrebbe anche produrli in condizioni simili” significa presupporre che tali condizioni possano essere replicate anche nel continente europeo, ma ciò è impossibile perché le asimmetrie in gioco non sono solo regolatorie, sono sistemiche.
Si tenta così di proteggere un’industria costruita sulla differenziazione attraverso una tecnologia che tende alla commodizzazione. Se il prodotto diventa intercambiabile, la competizione si sposta inevitabilmente sul costo.

E su quel terreno l’Europa perde in partenza


Il citato e richiesto Made in Europe inoltre è un palliativo illusorio (e tra l’altro di difficile attuazione vista la globalizzazione delle attuali catene di approvvigionamento) che serve per mantenere in vita una regolamentazione, quella della riduzione delle emissioni al 90%, che non ha alcun senso visti i livelli già raggiunti con le tecnologie dell’Euro 6.


3. Gli incentivi “intelligenti” 


Gli incentivi o meglio sussidi richiesti nella lettera a mio parere possono appartenere solo ad una gestione emergenziale. L’industria europea è sempre cascata in questa trappola che io ritengo ideologica, di voler risolvere le difficoltà attraverso l’utilizzo di soldi pubblici. In realtà queste politiche alimentano solo illusioni di breve termine. Nel documento gli incentivi vengono, infatti, presentati come leva necessaria per accompagnare la transizione e sostenere la domanda, ma il punto non è la loro utilità contingente: è la loro natura sistemica.

Quando un settore industriale richiede incentivi che nel tempo diventano permanenti per sostenere il proprio mercato, non siamo più di fronte a una misura d’emergenza: siamo di fronte a una trasformazione della struttura stessa del settore. L’incentivo, in questo contesto, smette di essere uno strumento di accelerazione e diventa una condizione di esistenza.

Il meccanismo dei bonus CO₂, così come delineato, agisce di fatto come una forma di pianificazione indiretta: orienta investimenti, determina margini, redistribuisce competitività non attraverso l’efficienza industriale ma tramite trasferimenti regolatori. Il rischio che ne deriva è chiaro: la progressiva socializzazione del rischio industriale con le conseguenze già vissute negli anni ‘70. Se il prodotto non regge sul mercato senza sostegno pubblico, il rischio di mercato non è più assunto interamente dall’impresa, ma viene parzialmente trasferito alla collettività.

In questo modo l’automotive rischia di scivolare da industria autonoma a settore amministrato.
Ed è qui che emerge il paradosso: si tenta di difendere la competitività europea introducendo meccanismi che, strutturalmente, ne riducono l’autonomia competitiva.
 

4. Per la ripresa di un settore chiave

In definitiva, la lettera rappresenta un’occasione perduta per evidenziare i problemi reali del settore.
Avrebbe potuto denunciare con chiarezza le cause profonde della crisi che sta destabilizzando l’automotive europeo. Si è invece scelto di cercare correttivi a un problema generato inutilmente dall’architettura regolatoria dell’Unione europea. È comprensibile la difficoltà di interloquire con un’istituzione che ha agito e continua ad agire in assenza di solide basi industriali e scientifiche, muovendosi lungo un asse prevalentemente ideologico.

Tuttavia i numeri successivi all’invio della lettera impongono un cambio di linguaggio perché il suo mutamento evidenzia una necessità di un cambiamento politico che a questo punto è divenuto ineludibile. Le minusvalenze dichiarate da Stellantis per 22 miliardi di euro, quelle di Ford per 19, il piano di riduzione dei costi di Volkswagen nell’ordine del 20%, con decine di migliaia di esuberi annunciati (circa 32.000) non sono oscillazioni cicliche, sono segnali sistemici estremamente allarmanti che avranno una profonda ricaduta su tutta la filiera dei fornitori.

In questo contesto, inseguire soluzioni barocche significa aumentare la complessità di un sistema già reso fragile da un decennio di stratificazione normativa dai tratti surreale e di chiaro indirizzo anti  industriale. L’imposizione di una tecnologia definita “a zero emissioni”, che zero emissioni non è, ha alterato la struttura competitiva europea, spingendo la mobilità verso un produttore che controlla materie prime, batterie e massa produttiva, generando di fatto una dipendenza strategica europea dalla Cina.

È vero che la sovraccapacità cinese che è nell’ordine dei 60 milioni di veicoli, sta attaccando anche il segmento endotermico. Ma su quel terreno l’Europa conserva ancora competenze, filiere e massa critica. Sull’elettrico puro, al contrario, l’asimmetria è strutturale e innegabile. Una politica industriale può orientare le tecnologie ma non può sospendere le leggi dell’economia.
Di fronte a una potenza industriale che non esita a utilizzare pratiche scorrette di dumping come strumenti geopolitici, serve maggiore determinazione nel riconoscere che l’attuale percorso di riduzione obbligatoria delle emissioni ha prodotto effetti contrari a quelli dichiarati.

La neutralità tecnologica, invocata come paravento, non corregge il problema se la normativa sulla riduzione rimane invariata. Senza giri di parole se si vuole salvare il settore auto europeo servono contingenti che limitino le importazioni di auto cinesi e non invece l’aggiunta di complessità che creerebbe solo costi aggiuntivi improduttivi.

Quando si è prossimi al punto di rottura, la franchezza non è radicalismo, è necessità perché deve essere chiaro che le grandi civiltà industriali non declinano per mancanza di regole. Declinano quando smettono di difendere la propria capacità produttiva.
 

Foto ANDREA TASCHINI FOTO archivio Forum-Diario


Truffe autonoleggio online: ANIASA lancia l’allarme

Truffe autonoleggio online: ANIASA lancia l’allarm

Le truffe autonoleggio online sono in aumento e colpiscono sempre più consumatori alla ricerca di un’auto a breve termine. A lanciare l’allarme è ANIASA – Associazione Nazionale Industria dell’Autonoleggio, Sharing Mobility e Automotive Digital – che segnala un crescente numero di raggiri messi in atto da organizzazioni criminali che si spacciano per società di noleggio o per intermediari del settore.

Il fenomeno segue uno schema già visto in altri ambiti dei servizi digitali: siti falsi, annunci sponsorizzati ingannevoli e richieste di pagamento anticipato per prestazioni inesistenti. Il danno economico, in molti casi, si accompagna alla frustrazione di scoprire la truffa solo al momento del ritiro del veicolo.

 

Come funziona il raggiro

Il meccanismo si attiva online. L’utente che cerca un servizio di noleggio tramite motori di ricerca viene intercettato da annunci sponsorizzati fraudolenti, costruiti con parole chiave molto simili ai nomi di marchi ufficiali. Dopo un primo contatto telefonico, la conversazione viene spostata su WhatsApp o su altre piattaforme di messaggistica. A quel punto i falsi operatori inviano preventivi apparentemente dettagliati e richiedono il pagamento anticipato dell’intero noleggio, spesso accompagnato da un deposito cauzionale.

Le modalità di pagamento sono uno degli indicatori principali della frode: bonifici bancari, spesso istantanei, verso persone fisiche; versamenti su carte prepagate; pagamenti presso punti “Tabacchi” tramite QR code; richieste di trasferimenti non tracciabili. La truffa emerge solo successivamente: il cliente non riceve più risposte oppure, presentandosi presso la sede della società, scopre che non esiste alcuna prenotazione a suo nome.

 

I segnali che devono far scattare l’allarme

ANIASA ricorda che le società di autonoleggio ufficiali operano secondo procedure chiare e tracciabili. I contatti autentici sono esclusivamente quelli pubblicati sui siti istituzionali. In particolare: le email provengono da domini aziendali ufficiali (es. @nomedellazienda.it); i numeri di telefono sono quelli indicati sui siti ufficiali; le prenotazioni vengono formalizzate tramite email ufficiali e non via WhatsApp o chat private; i pagamenti avvengono con carte di credito o di debito secondo modalità dichiarate sul sito.

È altamente probabile trovarsi di fronte a una truffa quando viene richiesto di effettuare bonifici bancari per prenotazioni prepagate o di versare anticipi su conti personali. Particolare attenzione va prestata anche quando si prenota attraverso broker online: è fondamentale verificare sempre l’identità dell’intermediario e la corrispondenza con i canali ufficiali della compagnia di noleggio.

 

Come difendersi dalle truffe autonoleggio

Per evitare brutte sorprese, ANIASA consiglia alcune semplici regole di prudenza: verificare sempre le informazioni direttamente sul sito ufficiale dell’azienda; contattare la società tramite i recapiti presenti nella sezione “Contatti”; non fornire mai dati sensibili come PIN, CVV, OTP o password via telefono o email non verificati; diffidare di richieste di pagamento su conti personali o tramite sistemi non tracciabili; segnalare immediatamente eventuali tentativi di truffa al servizio clienti dell’azienda coinvolta.

In un contesto in cui il noleggio a breve termine è sempre più utilizzato per turismo e mobilità professionale, la sicurezza delle transazioni digitali diventa un elemento centrale. Il settore dell’autonoleggio, che rappresenta una componente strategica della mobilità italiana, sta rafforzando controlli e procedure, ma la collaborazione dei consumatori resta decisiva.

La regola d’oro rimane una: affidarsi esclusivamente ai canali ufficiali e diffidare di offerte troppo convenienti o di richieste di pagamento fuori standard. In un mercato sempre più digitale, la prudenza è il primo strumento di tutela.

 


Foto da ufficio stampa ANIASA

ACEA; ecco le condizioni critiche per un “pacchetto” UE più forte

ACEA; ecco le condizioni critiche per un "pacchetto" UE più forte

di Ola Källenius, presidente di ACEA

L’Europa rischia di perdere il suo vantaggio, sia come luogo attraente per gli investimenti che come sede industriale, con conseguenze significative per l’occupazione e l’innovazione, a meno che non si riesca a trovare un modo migliore per sincronizzare l’ambizione climatica, la realtà aziendale e la competitività globale. Alla riunione del Consiglio di Amministrazione dell’ACEA per i Veicoli Leggeri, tutti hanno convenuto che la decarbonizzazione è la strada da seguire e che la flessibilità proposta nel pacchetto automobilistico a dicembre è benvenuta, ma che non è sufficiente a trasformare l’industria automobilistica nel mondo reale.

I produttori europei di automobili e furgoni invitano il Parlamento europeo e gli Stati membri a rafforzare il pacchetto automobilistico per garantire che l’Europa rimanga un mercato sostenibile per auto e furgoni anche dopo il 2030.

 

L’obiettivo del 2030 per auto e furgoni rappresenta una sfida importante: se il mercato europeo dei veicoli elettrici a batteria (BEV) non triplicherà in quattro anni, i produttori dell’UE correranno il rischio di incorrere in sanzioni pesanti. L’unico modo per evitarlo è estendere l’attuale proposta di media da tre a cinque anni (2028-2032) e ampliare l’elenco delle flessibilità e dei meccanismi compensativi per la conformità, oltre i veicoli elettrici a batteria di piccole dimensioni e “made in EU”.

 

Il mercato dei furgoni rimane in una situazione molto precaria. Non solo le vendite complessive sono diminuite, ma le vendite di furgoni elettrici a batteria e ibridi plug-in hanno appena superato il 10% di tutte le nuove immatricolazioni. Ciò significa che raggiungere gli attuali obiettivi per i furgoni è impossibile: è necessario un obiettivo di riduzione delle emissioni di CO2 del 35% entro il 2030 e dell’80% entro il 2035, combinato con un obiettivo medio più flessibile per il periodo 2025-2029 e 2030-2034.

 

Nonostante i meccanismi di compensazione proposti, i crediti per l’acciaio a basse emissioni di carbonio e i combustibili rinnovabili sostenibili, la proposta della Commissione per il 2035 mantiene la riduzione delle emissioni del 100% come soglia di conformità per evitare sanzioni. Questa soluzione non è praticabile: la soglia dovrebbe essere abbassata al 90% e i meccanismi di compensazione, che costituiscono una flessibilità essenziale, dovrebbero diventare più praticabili.

 

Gli obiettivi attuali rimangono molto ambiziosi e possono essere raggiunti solo con misure coerenti a livello UE che stimolino realmente la domanda. Sebbene la proposta sui veicoli aziendali puliti miri ad accelerare l’adozione in questo segmento, la sua attuale struttura si basa su obblighi piuttosto che su incentivi. Ciò solleva serie preoccupazioni circa l’efficacia di tale approccio.

 

Accogliamo con favore l’omnibus per l’industria automobilistica, ma l’esercizio di semplificazione normativa per il nostro settore non finisce qui. L’industria presenterà nuove proposte a sostegno dell’agenda di semplificazione concordata durante il ritiro dei leader dell’UE sulla competitività ad Alden Biesen.

L’ACEA sta esaminando attentamente la proposta della Commissione per l’Industrial Accelerator Act. La domanda chiave è se rafforzerà realmente la resilienza e proteggerà i posti di lavoro, o se aggiungerà nuovi costi e complessità per i produttori automobilistici. In quest’ultimo caso, rischia di avere l’effetto opposto, facendo aumentare i prezzi dei veicoli e riducendo il mercato complessivo.

 


Foto Ola-Kallenius – Da ufficio stampa ACEA

Mercato auto 2025: l’usato traina, il nuovo resiste

Roma, ZTL a pagamento per le auto elettriche: un vero disincentivo alla transizione

Foto: Roberto Pietrantonio, presidente di UNRAE

Finanziamenti in crescita del 4,5% per le auto di seconda mano, immatricolazioni in calo del 2,5%, ma con segnali di stabilizzazione. L’ibrido domina e cambia le strategie di acquisto degli italiani. Il mercato auto 2025 conferma una trasformazione strutturale già emersa negli ultimi anni: da un lato il comparto dell’usato accelera, dall’altro il nuovo rallenta ma mostra segnali di consolidamento. È quanto emerge dall’Osservatorio Credit & Mobility realizzato da Experian in collaborazione con UNRAE, che fotografa un settore in evoluzione, dove le scelte di finanziamento diventano centrali quanto – se non più – il prodotto stesso.

Il dato più evidente riguarda l’aumento delle richieste di finanziamento per l’usato, cresciute del 4,5%, a fronte di una contrazione delle immatricolazioni del nuovo pari al 2,5% (1.538.378 unità). Una dinamica che racconta un consumatore più attento, selettivo e pragmatico, capace di ricalibrare le proprie priorità in funzione del contesto economico.

 

Nuovo in flessione, ma cresce il valore medio

Il calo del 2,5% delle immatricolazioni non può essere letto come un segnale di crisi strutturale. Al contrario, gli ultimi mesi dell’anno hanno evidenziato una progressiva stabilizzazione, con un picco di richieste di finanziamento a novembre pari al +11% su base annua. Il mercato, insomma, sembra aver trovato un nuovo equilibrio.

Resta dominante la fascia di prezzo compresa tra 15.000 e 25.000 euro (39,9% delle immatricolazioni), ma aumenta l’interesse per veicoli oltre i 25.000 euro, con una crescita di 3,9 punti percentuali nelle richieste di finanziamento. Questo spostamento indica una strategia chiara: allungare la durata del prestito per accedere a vetture di segmento superiore, mantenendo una rata sostenibile.

Sul piano demografico, il mercato del nuovo è sostenuto soprattutto dalla fascia 46-60 anni (36%), mentre i giovani tra 18 e 29 anni registrano un calo del 15,3%. Un segnale che pone interrogativi sulla capacità del sistema di rendere l’auto nuova realmente accessibile alle nuove generazioni. Geograficamente, quasi il 60% dei finanziamenti si concentra in Lombardia, Lazio, Toscana, Emilia-Romagna e Veneto, confermando come il potere d’acquisto del Centro-Nord resti determinante.

 

Usato protagonista: più lungo il finanziamento, più alto il valore

Il comparto dell’usato si conferma pilastro della mobilità italiana. I passaggi di proprietà crescono dell’1,8%, ma è soprattutto il ricorso al credito a segnare la differenza: +4,5% le richieste di finanziamento, con una netta preferenza per durate superiori ai cinque anni, in aumento del 10,4%. Oggi il 40,8% dei finanziamenti per auto usate supera questa soglia temporale.

La logica è chiara: dilatare l’orizzonte del prestito per acquistare vetture di maggior valore, in particolare nella fascia 15.000-35.000 euro, che guadagna quota. Non si tratta solo di convenienza, ma di una diversa percezione dell’usato, sempre più visto come alternativa credibile al nuovo, grazie a qualità costruttiva, dotazioni tecnologiche e affidabilità crescente.

Interessante anche il dato generazionale: se la fascia 46-60 anni resta la più attiva (34%), la crescita coinvolge tutte le età, con un +2,9% tra i 18-29 anni e incrementi ancora più marcati tra gli over 60. Nel Sud – Sicilia, Campania e Puglia in testa – l’usato rappresenta una leva fondamentale per garantire mobilità, incidendo per il 34% delle richieste di finanziamento.

 

Ibrido in testa, elettrico ancora marginale

Sul fronte delle alimentazioni, il 2025 certifica il consolidamento delle vetture ibride (HEV), che raggiungono il 44,3% del mercato del nuovo, in crescita rispetto al 40,1% dell’anno precedente. Ancora più significativa l’espansione nell’usato: +34,8% nei passaggi di proprietà, con una quota salita dal 7,7% al 10,2%.

Le elettriche pure (BEV), pur in aumento al 6,2% nel nuovo, restano legate in modo più evidente agli incentivi. Il dato suggerisce una verità spesso trascurata nel dibattito pubblico: la transizione energetica procede, ma con tempi e modalità coerenti con la realtà economica del Paese. L’ibrido rappresenta per molti automobilisti una soluzione di equilibrio, capace di coniugare riduzione dei consumi e assenza di dipendenza dall’infrastruttura di ricarica pubblica.

Come ha dichiarato Armando Capone, amministratore delegato di Experian Italia, «gli italiani stanno cambiando il modo di acquistare un’auto», privilegiando formule che consentano sostenibilità economica e accesso a modelli di fascia superiore. Una lettura condivisa da Andrea Cardinali, direttore generale UNRAE, secondo cui il mercato richiede «politiche chiare e di lungo respiro» per accompagnare una mobilità realmente inclusiva.

 

Veicoli commerciali e prudenza finanziaria

Diverso il quadro per i veicoli commerciali, dove emerge un orientamento più prudente. Crescono del 43,1% le richieste di finanziamenti a breve termine (2-3 anni) e aumentano del 27,4% quelle fino a 15.000 euro, mentre si riducono le fasce più alte. Le imprese privilegiano flessibilità e controllo del debito, in un contesto economico che impone cautela.

 

Una fotografia che parla di maturità

Il mercato auto 2025 restituisce l’immagine di un settore che, pur attraversando una fase complessa, dimostra capacità di adattamento. L’automotive italiano non è fermo: cambia, si riorganizza, trova nuove formule di accesso e di finanziamento. La crescita dell’usato non è un segnale di arretramento, ma la prova di una domanda che si evolve e cerca equilibrio tra desiderio e sostenibilità economica.

Per il settore, la sfida è duplice: difendere il valore della filiera industriale e distributiva, che rappresenta decine di miliardi di euro di fatturato e centinaia di migliaia di posti di lavoro, e allo stesso tempo accompagnare il consumatore verso scelte tecnologiche coerenti con la transizione energetica. Senza forzature ideologiche, ma con realismo e visione.

In questo scenario, dati integrati e analisi approfondite diventano strumenti essenziali per orientare strategie e politiche. 

 


Foto da ufficio stampa UNRAE

Genesis (top di Hyundai): gamma elettrica per l’Italia

Genesis (top di Hyundai): gamma elettrica per l'Italia

Genesis compie 10 anni e si prepara a farsi conoscere anche dal pubblico italiano. Nato nel 2015 come marchio di lusso del gruppo Hyundai, il brand coreano ha costruito in poco tempo una propria identità, puntando su design raffinato, tecnologia e una visione premium diversa rispetto ai costruttori europei più tradizionali.

In questo video scopriamo da vicino la gamma 100% elettrica con cui Genesis si presenta sul nostro mercato: GV60, il crossover compatto dal look originale e futuristico; Electrified GV70, il SUV che abbina eleganza, spazio e prestazioni; Electrified G80, l’ammiraglia a zero emissioni che interpreta il lusso in chiave coreana.

Tre modelli diversi tra loro, ma accomunati dalla stessa idea di mobilità: esclusiva, sofisticata e completamente elettrica. Un marchio ancora poco conosciuto in Italia, ma che potrebbe ritagliarsi uno spazio interessante nel panorama premium dei prossimi anni.

 


Video fornito da VIDEOMOTORI

 

Auto elettriche: Sud e compatte spingono il mercato italiano

Crisi di Hormuz e carburanti alle stelle: si applichi la clausola di salvaguardia nazionale
di Fabio Pressi, presidente di Motus-E
 
L’interesse degli italiani verso l’elettrico è trasversale, non è relegato alle sole Regioni settentrionali, e potrebbe essere adeguatamente valorizzato con un’accurata pianificazione degli strumenti di sostegno alla domanda, senza cui rischiamo davvero di perdere contatto con gli altri grandi d’Europa.

L’Europa resta lontana, ma l’interesse degli italiani per questa tecnologia è sempre più evidente e merita attenzione. Ora bisogna accelerare sulle flotte aziendali. La lettura dei dati restituisce uno scenario in chiaroscuro, se da un lato, infatti, il ritardo dell’Italia nella diffusione dei veicoli elettrici resta estremamente preoccupante, specialmente in vista dell’esaurimento della spinta degli incentivi, dall’altro emergono spunti incoraggianti che meritano un approfondimento.

In particolare, sostenuto dagli incentivi e dalla crescente offerta di modelli, sta finalmente decollando il mercato delle auto elettriche mass market, decisivo in un Paese come il nostro, dominato dai segmenti A e B. Una categoria, quella delle elettriche entry level, al centro della strategia di rilancio dell’industria automotive proposta dalla Commissione Ue, che speriamo passi quanto prima dalle parole ai fatti, per preservare la competitività di una filiera centrale per l’Italia e per l’Europa.
Ecco, allora, la necessità della improcrastinabile revisione della fiscalità sulle flotte aziendali, su cui c’è già ampia convergenza da parte di tutti gli stakeholder del comparto.
 

Foto da ufficio stampa Motus-E

Cirelli Motor Company: nuovi prodotti e gamma a 3 Linee

Cirelli Motor Company: nuovi prodotti e gamma a 3 Linee

Cirelli Motor Company annuncia l’arrivo di grandi novità per Aprile, con l’introduzione di tre nuovi veicoli destinati ad entrare progressivamente in gamma nella Linea Silver, caratterizzata dallo Scudetto di colore Argento. L’operazione rappresenta un passaggio chiave nella strategia di consolidamento del Brand, con l’obiettivo di rafforzare la proposta complessiva attraverso contenuti mirati su stile, tecnologie e innovazione, aumentando la riconoscibilità dei prodotti e la chiarezza dell’offerta per il cliente finale.

 

Logo-Scudetto SILVER Cirelli
Logo-Scudetto SILVER Cirelli

 

Cirelli Motor Company presenta le sue tre Linee distintive: Black, Silver e Gold.

La Linea Black, contraddistinta dallo Scudetto nero, offre una gamma completa di otto veicoli, ciascuno con caratteristiche uniche ma tutti accomunati dall’essenzialità e dalla versatilità. Le stesse saranno anche disponibili, con sovrapprezzo, con equipaggiamento Cross. La Linea Silver, riconoscibile dallo Scudetto argento, trova la locazione di tre nuovi modelli: Cirelli 3punto3, SUV compatto con motore benzina 1.5 Turbo da 160 CV (118 kW) e 258 Nm, cambio automatico, trazione anteriore, disponibile anche in versione ibrida, per una maggiore efficienza, fluidità di marcia e consumi ridotti; Cirelli 5punto5, SUV dal carattere sportivo con motorizzazioni turbo fino a 260 CV (182 kW) e 340 Nm, cambio automatico e trazione anteriore, equilibrio tra performance e comfort di segmento superiore. Disponibile anche in questo caso in versione ibrida, per coniugare potenza termica ed elettrica; CIRELLI 7punto7, berlina di segmento D con motore 2.0 Turbo Ibrido da 218 CV (160 kW) e 340 Nm, cambio automatico, trazione anteriore e tanto lusso a bordo.

 

La Linea Gold, simbolo di innovazione e prestigio con il suo Scudetto dorato, si compone di tre veicoli esclusivi: due SUV Cirelli3zero3 e Cirelli 5zero5 e una Berlina speciale Cirelli 7zero7. Il vero fiore all’occhiello della Gold risiede nelle alimentazioni dei modelli 5zero5 e 7zero7, che adottano la tecnologia REEV, un perfetto connubio tra efficienza e sostenibilità.

Lo Scudetto dorato quindi, si inserisce in un percorso che punta a coniugare innovazione e sostenibilità con la necessaria libertà di scelta. La gamma Cirelli continua infatti a proporre un ventaglio articolato di soluzioni di alimentazione, includendo REEV e MHEV, in modo da rispondere a esigenze d’uso differenti, dalla quotidianità urbana ai viaggi, con un equilibrio tra efficienza e fruibilità reale. In particolare, per REEV (Range Extended Electric Vehicle) si intende un sistema a trazione elettrica in cui un motore termico lavora principalmente come generatore per produrre energia e aumentare l’autonomia, mantenendo l’esperienza di guida tipica dell’elettrico, ma senza aver l’ansia della ricarica in quanto ci pensa il motore termico alimentato a benzina.

La sigla MHEV (Mild Hybrid Electric Vehicle) identifica invece l’alimentazione ibrida, basata su un sistema elettrico che supporta il motore termico in tutte le fasi di accelerazione e recupera l’energia in rilascio contribuendo alla riduzione dei consumi e delle emissioni senza richiedere ricarica alla presa. 

L’obiettivo è importante: creare una netta suddivisione tra le tre “Linee”, dove il colore dello Scudetto fa da padrone, in termini di distinzione, rendendo più immediata l’identificazione delle versioni e dei relativi contenuti.

Rientra anche nella scelta della Cirelli Motor Company, il Biometano, una delle soluzioni più concrete per ridurre l’impatto ambientale senza rinunciare alla fruibilità quotidiana, contribuendo alla decarbonizzazione del settore trasporti. Prodotto da matrici organiche e quindi di origine rinnovabile, il Biometano consente di abbattere le emissioni di CO₂ lungo l’intero ciclo di vita rispetto ai carburanti fossili, mantenendo al tempo stesso tempi di rifornimento rapidi e un’autonomia adatta anche ai lunghi viaggi.

Dal punto di vista della qualità dell’aria, l’alimentazione a gas si distingue per emissioni contenute di inquinanti locali e per una combustione pulita; sul piano economico, offre costi di esercizio competitivi e una gestione semplice, perché non richiede infrastrutture di ricarica dedicate né cambiamenti nelle abitudini d’uso. La tecnologia a Biometano è disponibile nella Linea Black e precisamente su Cirelli 1 e Cirelli 6 ed a breve anche su Cirelli 3.

«La scelta della nuova Linea Silver è per definire al meglio l’intera gamma Cirelli e compiere un passo ulteriore nel percorso di crescita del brand», dichiara Paolo Daniele Cirelli, Presidente di Cirelli Motor Company. «L’obiettivo è rafforzare la nostra identità dando particolare attenzione alla tecnologia, all’innovazione, valorizzando al tempo stesso tutti i modelli e offrendo ai clienti una scelta ampia, concreta e facilmente comprensibile».

 


Foto da ufficio Marketing Cirelli

Alcolock: operatività per i conducenti con codici unionali 68 e 69

Alcolock: operatività per i conducenti con codici unionali 68 e 69

Con l’entrata in piena operatività delle disposizioni sull’Alcolock per i titolari di codici unionali 68 e 69 riportate sul retro delle patenti di guida, Assomobilità Confcommercio Milano e Federmotorizzazione richiamano l’esigenza di un’applicazione chiara e uniforme, con attenzione alle procedure, agli standard tecnici e al supporto informativo per gli utenti interessati

È diventata pienamente operativa l’applicazione delle disposizioni che prevedono l’installazione di un sistema Alcolock per i conducenti che presentano sulla patente i codici unionali 68 e 69.
Il codice 68 indica l’obbligo di tasso alcolemico pari a 0,0 g/l, il codice 69 la limitazione alla guida di veicoli dotati di dispositivo Alcolock conforme. La misura si inserisce nel più ampio percorso di aggiornamento delle politiche di sicurezza stradale, e mira a rafforzare la prevenzione del rischio legato alla guida in stato di ebbrezza.

L’Alcolock è un dispositivo che, attraverso una verifica preventiva del tasso alcolemico contenuto nel respiro
dell’automobilista, consente o impedisce l’avviamento del veicolo in base all’esito del test, riducendo di conseguenza la possibilità di utilizzo del veicolo in condizioni non compatibili con la guida. Il quadro nazionale è stato definito da un decreto attuativo del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, che stabilisce requisiti tecnici, modalità di installazione e certificazioni necessarie per l’impiego dei dispositivi Alcolock, individuandone l’obbligo per specifiche categorie di conducenti.


Assomobilità Confcommercio Milano e Federmotorizzazione sottolineano come, in una fase di avvio operativo, sia
prioritario garantire un’impostazione coerente e uniforme sul territorio, riducendo le aree di incertezza applicativa, e favorendo un’informazione corretta verso i cittadini. Il tema, per sua natura, richiede particolare attenzione alla neutralità del linguaggio e all’aderenza ai fatti, evitando letture di parte in un contesto in cui l’introduzione della misura ha generato aspettative differenti tra gli operatori del settore.

“L’obbligo di installazione di un sistema Alcolock per coloro che hanno sulla patente i codici unionali 68 e 69 anche in Italia – ha dichiarato Alessandro Finicelli, CEO di AutobyNet Srl e consigliere Federmotorizzazione – segue quanto sta accadendo in altri Paesi europei, come Belgio, Francia, Norvegia e Polonia. Da una parte le tecnologie si uniformano e dall’altra le normative si adeguano verso una tolleranza zero. In questo percorso si inserisce l’iniziativa del ministro Matteo Salvini e del Ministero da lui guidato. Il lavoro è stato importante nei mesi scorsi, e lo sarà ancora di più nelle prossime settimane, ora che si è pienamente operativi, per rimuovere le criticità e fornire il massimo supporto agli utenti”.

L’avvio della piena operatività rende centrale la corretta gestione dei profili tecnici: dalla compatibilità dei dispositivi con i veicoli, all’installazione secondo le procedure previste, fino agli aspetti di controllo e certificazione. Su questi punti, Assomobilità Confcommercio Milano e Federmotorizzazione evidenziano la necessità di un approccio improntato a competenza, trasparenza e conformità, anche per prevenire disallineamenti interpretativi o applicazioni non omogenee.


Nell’ambito delle iniziative rivolte agli associati, Confcommercio Milano, attraverso Assomobilità, offre una
convenzione che consiste nell’acquisto del dispositivo a condizioni agevolate per tutti i soci di Confcommercio Milano appartenenti ad ogni settore o categoria rappresentata. AutobyNet Srl, associata Assomobilità, è una realtà attiva nella distribuzione automotive, con fornitura di accessori post-vendita e soluzioni tecnologiche per aziende.
 

Foto shutterstock_2709162791 – da ufficio stampa Federmotorizzazione

Donne al volante: tra stereotipi e libertà

Donne al volante: tra stereotipi e libertà

«Donne al volante, pericolo costante?». Un luogo comune che attraversa generazioni e che ancora oggi, nonostante decenni di emancipazione, continua a riaffiorare nel linguaggio quotidiano. Eppure, i numeri raccontano un’altra storia. In vista della Giornata internazionale della Donna, CamperDays – piattaforma europea specializzata nel noleggio camper – ha commissionato insieme a Censuswide una ricerca su 1.000 italiani maggiorenni per indagare il rapporto tra donne e guida. Il risultato è una fotografia complessa: gli stereotipi stanno arretrando, ma non sono del tutto scomparsi. Soprattutto quando si passa dalla percezione alla pratica quotidiana.

 

Stereotipi in calo, ma non superati

Secondo l’indagine, il 25% degli intervistati ritiene che i pregiudizi legati alla guida femminile siano ancora diffusi, seppur in misura minore rispetto al passato. Un ulteriore 24% sostiene che tali stereotipi non solo esistano, ma continuino a generare effetti concreti nei confronti delle donne al volante. Per il 26%, invece, i luoghi comuni sono presenti nella società, ma non incidono più sui comportamenti reali.

Colpisce il dato generazionale: è la Gen Z la più sensibile al tema, con il 40% che considera ancora radicati gli stereotipi. Un segnale che riflette una maggiore attenzione all’impatto del linguaggio e delle rappresentazioni culturali, oltre a una consapevolezza crescente delle dinamiche di genere.

Quando si entra nel merito delle differenze tra uomini e donne alla guida, il 49% del campione afferma che l’esperienza sia interamente individuale e non legata al genere. Per il 31% le eventuali differenze dipendono dalla personalità, mentre solo il 18% le attribuisce a fattori socio-culturali. Una maggioranza netta, dunque, riconosce che la competenza al volante non è questione di genere, ma di esperienza e attitudine personale.

 

La guida come gesto di empowerment

Se c’è un dato che emerge con forza è quello legato alla percezione della guida come strumento di emancipazione. Per il 44% del campione – percentuale che sale al 50% tra le donne e al 49% tra i più giovani – la mobilità individuale equivale a indipendenza e controllo sulla propria quotidianità. Seguono l’aumento della fiducia in sé stesse (33%), la minore dipendenza da terzi o dai mezzi pubblici (32%) e una maggiore percezione di sicurezza personale, soprattutto negli spostamenti notturni o in solitaria (27%).

In un’epoca in cui si parla sempre più spesso di ansie legate alla mobilità  dalla cosiddetta “petrol station anxiety” fino a forme di amaxofobia tra le generazioni più giovani – la guida resta per molte donne un piccolo gesto quotidiano di autonomia. Non solo un mezzo per spostarsi, ma uno strumento concreto di autodeterminazione.

Il dato più incoraggiante riguarda l’assenza di diffidenza: il 71% degli intervistati dichiara di non provare alcuna apprensione nei confronti delle donne al volante. Un segnale che indica un cambiamento reale nella percezione sociale.

 

Nei viaggi “on the road” il volante è ancora maschile

Nonostante questa evoluzione culturale, quando si guarda alle abitudini di viaggio emerge ancora un divario. Nei prossimi viaggi “on the road”, il 68% degli intervistati prevede che sarà l’uomo a guidare nella maggior parte dei casi, mentre solo il 16% indica una donna al volante.

È qui che il gender gap si manifesta in modo più evidente: non tanto nella valutazione delle capacità, quanto nella distribuzione dei ruoli. Un retaggio culturale che sopravvive nelle dinamiche familiari e di coppia, dove la guida nei lunghi tragitti viene ancora spesso affidata agli uomini.

Adriana Ramos Neves, Marketing Manager di CamperDays, sottolinea come «la guida sia molto più di un semplice spostamento: è uno strumento di autodeterminazione». E aggiunge che, sebbene gli stereotipi stiano perdendo terreno, «il divario che osserviamo nella pianificazione dei viaggi on the road indica che la strada verso una reale parità nelle abitudini quotidiane è ancora in salita».

 

Oltre i luoghi comuni, una trasformazione culturale

La ricerca mostra che il cambiamento è in atto. La maggioranza degli italiani riconosce che la guida non è una questione di genere e che l’autonomia al volante rappresenta un valore positivo. Tuttavia, la persistenza di ruoli consolidati nei viaggi e nelle scelte pratiche suggerisce che l’evoluzione culturale non è ancora completa.

Superare definitivamente il pregiudizio significa andare . oltre la battuta stereotipata e interrogarsi sulle abitudini quotidiane. Perché la parità non si misura solo nelle dichiarazioni di principio, ma nelle scelte concrete: chi prende il volante, chi decide l’itinerario, chi guida di notte. In questo senso, la mobilità diventa uno specchio della società. E ogni chilometro percorso in autonomia rappresenta un passo avanti verso una cultura più equa e consapevole.

 


Courtesy of CamperDays_1_unsplash