Polemiche e ideologia: decarbonizzazione non significa elettrificazione

Polemiche e ideologia: decarbonizzazione non significa elettrificazione

di Franco Del Manso, responsabile dei Rapporti ambientali internazionali di UNEM

 
Il recente rapporto commissionato da T&E a Cerulogy in cui si accusano i biocarburanti di essere una “falsa soluzione” e una “minaccia concreta per il clima” lascia spazio ad alcune considerazioni. Su tutte, il fatto di non avere raccontato tutta la storia.
Marco D’Aloisi ha sintetizzato i principali in questo articolo pubblicato su “Staffetta Quotidiana”.
I rapporti della FAO l’impatto positivo che le colture bioenergetiche possono avere sui terreni marginali o degradati in termini di fertilità e produttività senza entrare in competizione diretta con l’agricoltura alimentare.
I rapporti dell’International Energy Agency (IEA) sul ruolo dell’agrivoltaico che consentirebbe a parte dei terreni agricoli di coesistere con la produzione di energia solare.
I dati FAO sull’acqua usata in agricoltura che nelle aree temperate europee (Francia, Germania, Polonia, ecc.) che per oltre l’80% è di origine meteorica (piovana) e non rappresenta dunque un prelievo diretto e che molte colture bioenergetiche si adattano bene a terreni poveri con input idrici limitati.
I rapporti del World Food Programme che dicono come i biocarburanti di prima generazione siano in forte calo e che la quota di biocarburanti sui mercati globali alimentari sia trascurabile e tendente allo zero.
Il tema della sicurezza energetica che l’Agenzia internazionale per l’energia ritiene prioritario arrivando a sostenere che i #biofuels sono il principale strumento per adempiere all’impegno della COP28 dell’UNFCCC del “transition away from fossil fuels”.

Il fatto che non tutti i biocarburanti sono uguali e che i biocarburanti avanzati – prodotti da rifiuti, scarti e materie lignocellulosiche – consentono riduzioni delle emissioni di #CO₂ fino al 90%.
Uno studio della Commissione UE che evidenzia una sufficiente disponibilità di feedstock sostenibili, non in competizione con food e feed, per la domanda di biofuels attesa.

La decarbonizzazione non vuol dire elettrificazione e quindi non può basarsi su una sola tecnologia, serve pluralità e neutralità tecnologica. Al clima non fanno male i biocarburanti, ma visioni ideologiche che limitano le possibilità di agire concretamente sulla riduzione delle emissioni.

 

Foto da ufficio stampa UNEM

Auto e fragilità politica: l’esitazione strategica UE favorisce Pechino

Presa in giro: ora l'UE si dice pronta a difendere l'industria dalla Cina

di Andrea Taschini, manager e advisor automotive

 
Mentre i produttori cinesi continuano a registrare vendite in crescita a doppia cifra di auto in Europa (a gennaio + 80%) – e in assenza di misure concrete da parte dell’Unione europea questo rischia di diventare un trend strutturale – vale la pena osservare la Cina per ciò che è realmente, non per l’immagine amplificata che alcuni media ne fanno e chissà a quale scopo.

La mappa geopolitica è chiara. Gli Stati Uniti dispongono di circa 800 basi militari nel mondo oltre che quelle dei suoi alleati; la Cina di due. Il reddito medio pro capite americano supera gli 89.000 dollari annui; quello cinese si aggira intorno ai 13.000, con vaste aree del Paese in cui centinaia di milioni di persone vivono con meno di 4.500 dollari l’anno.

Non siamo quindi di fronte a una potenza omogeneamente prospera, ma a un sistema che compensa le enormi fragilità interne attraverso una politica industriale aggressiva, orientata all’export e alla conquista di quote di mercato a discapito di altri che invece tutelano dignità umana e ambiente.

Il nodo europeo non è la presunta invincibilità cinese. È la nostra esitazione strategica. Se rinunciamo a difendere massa critica, filiere e autonomia produttiva, il problema non sarà Pechino, ma la nostra incapacità di reagire.

Consentire l’erosione progressiva del tessuto industriale in assenza di una risposta dura e inflessibile non è pragmatismo: è una scelta che rischia di compromettere la stabilità del nostro Continente.

Servono urgentemente contingentamenti all’importazione di auto dalla Cina se non vogliamo seppellire 13 milioni di posti di lavoro e il 7% del nostro PIL oltre che perdere l’autonomia strategica su un bene irrinunciabile come quello della mobilità.

 
Foto ANDREA TASCHINI FOTO archivio Forum-Diario


L’auto in Italia: bene i cinesi, soprattutto con le “non elettriche”

Mercato Italia in rialzo: ma non siamo tranquilli...

di Roberto Vavassori, presidente di ANFIA. 

 
 In questo primo scorcio dell’anno il mercato italiano manifesta un dinamismo che è di buon auspicio per i mesi futuri. Buono, in generale, l’avanzamento dei veicoli ricaricabili BEV e PHEV, che, nel complesso, raggiungono il 16% di quota di immatricolazioni nel mese di febbraio. Prosegue la progressiva elettrificazione delle propulsioni dei veicoli, che ai motori endotermici affiancano, ormai per ben oltre la metà delle vendite, sistemi di recupero e accumulo dell’energia elettrica.
Da rilevare la crescita veloce e significativa delle immatricolazioni di veicoli prodotti in Cina, per la gran parte non costituiti da BEV.
La filiera produttiva automotive è ora in attesa delle misure a sostegno della competitività delle imprese previste dal nuovo DPCM che programma le risorse del Fondo Automotive del MIMIT fino al 2030, con un focus sulle attività di ricerca, sviluppo e sugli investimenti produttivi.
 
 

Foto da ufficio stampa ANFIA

Jaguar: le ultimissime sulle novità

Jaguar: le ultimissime sulle novità

Dopo aver sorpreso il pubblico con un concept avveniristico e divisivo, Jaguar si avvicina al momento della verità: la GT Prototype è sempre più vicina, e porta su strada l’idea più radicale espressa finora dal marchio britannico. Linee tese, presenza scenica, ambizione tecnologica e un’identità tutta nuova: questa non è una semplice erede, ma un cambio di rotta netto.

Nel video analizziamo l’origine del progetto, il legame con la spettacolare Type 00 e i segnali che anticipano l’arrivo della futura granturismo elettrica di Coventry. Una vettura chiamata a reinterpretare il lusso sportivo secondo Jaguar, guardando molto avanti e senza compromessi.

 


Video fornito da VIDEOMOTORI

 

Il caso milanese di via Marina: parcheggio interrato a spese ACI e il Comune ci ignora

ACI Milano: Pietro Meda confermato presidente fino al 2030

di Pietro Meda, presidente ACI Milano

Apprendiamo con stupore che l’Amministrazione comunale ha deciso di riqualificare via Marina, escludendo completamente dal dialogo l’Automobile Club Milano che, per ben tre volte negli ultimi anni, si è formalmente proposto di edificare, a proprie spese, un parcheggio interrato. Non solo: avevamo chiesto di utilizzare gli oneri di urbanizzazione derivanti dall’opera per la riqualificazione totale del verde in superficie. Avremmo così consegnato ai milanesi un viale monumentale, con alberature curate e decoro ripristinato, ispirandoci al progetto originario di Giuseppe Piermarini. Il tutto a costi molto limitati per il Comune e, di conseguenza, per i cittadini.

Dispiace dover prendere atto della mancanza di collaborazione tra le istituzioni locali, soprattutto quando si potrebbe convergere su soluzioni favorevoli ai cittadini, senza gravare sulle loro tasche. Ricordo che l’Automobile Club Milano dal 1928 ha la propria sede in via Marina e ribadisco che la soluzione, più volte formalizzata al Comune, avrebbe tutelato il verde pubblico ed eliminato dalla strada e dal traffico centinaia di auto, soprattutto nei periodi di maggiore affluenza

Scegliere di procedere senza confronto, ignorando altre soluzioni, è una decisione che non comprendiamo, specie dopo la crescente pressione – soprattutto nei periodi dello shopping – sull’area di sosta di via Marina, derivata dall’istituzione della ZTL del Quadrilatero.

Via Marina non ha bisogno di un costoso intervento estetico, ma deve essere parte di un progetto integrato. Milano merita soluzioni: per risolvere le criticità occorre prima creare le infrastrutture. Rinnovo quindi la nostra disponibilità al dialogo per percorrere soluzioni efficienti per la città.


Foto da ufficio stampa ACI

Le auto in Italia: tante e tra le più vecchie, ma gli autoriparatori diminuiscono

Le auto in Italia: tante e tra le più vecchie, ma gli autoriparatori diminuiscono

Può sembrare un controsenso, ma i numeri raccontano una storia solo in apparenza paradossale. L’Italia è il Paese europeo con la maggiore densità di automobili: circolano 701 vetture ogni mille abitanti, cioè sette auto ogni dieci persone. E il totale continua a crescere in misura pressoché costante sin dall’inizio degli anni Duemila. È quanto evidenzia in una report l’Ufficio studi della CGIA di Mestre: oggi il parco auto ha superato quota 41 milioni e 300mila mezzi. Nell’ultimo decennio si sono aggiunte poco più di 4 milioni e 200mila vetture, con un aumento complessivo dell’11,5 per cento. 

Non solo: tra i grandi Paesi dell’Unione Europea abbiamo il parco auto più anziano. Quasi un’auto su quattro – il 24,3 per cento – ha più di vent’anni. Fa peggio soltanto la Spagna (25,6 per cento), mentre la Francia si ferma a poco più di una su otto (12,5 per cento) e la Germania addirittura a una su dieci (10 per cento). Con così tante vetture, e per di più datate e bisognose di manutenzione, ci si aspetterebbe un aumento delle attività di autoriparazione (carrozzieri, autofficine, gommisti, elettrauto, etc.). Accade invece il contrario. Gli autoriparatori, in particolare quelli indipendenti, continuano a diminuire: nel 2024 le attività erano poco più di 75mila e 200. Dieci anni prima erano 83mila e 700. In pratica ne sono “scomparse” circa 8mila e 400, con un calo del 10 per cento.

 Le cause della crisi delle autofficine artigiane

Come dicevamo, in Italia il numero degli autoriparatori diminuisce anno dopo anno per una combinazione di fattori economici, tecnologici e sociali che stanno cambiando profondamente il settore dell’auto. Non si tratta solo di una crisi temporanea, ma di una trasformazione strutturale che rende sempre più difficile mantenere aperta un’autofficina tradizionale. 

Prima di tutto, i costi di gestione sono aumentati molto. Affitti, bollette energetiche, smaltimento rifiuti speciali, assicurazioni, normative ambientali e sicurezza sul lavoro richiedono investimenti continui. Molte piccole attività artigianali a conduzione familiare, che per decenni hanno rappresentato l’ossatura del comparto, faticano a sostenere queste spese con margini di guadagno sempre più ridotti. I clienti, infatti, cercano prezzi bassi e sempre più spesso acquistano online i pezzi di ricambio, comprimendo ulteriormente i ricavi. Un secondo fattore decisivo è la crescente complessità tecnologica delle auto moderne.

Elettronica, centraline, sensori ADAS, software di diagnosi e, soprattutto, veicoli ibridi ed elettrici richiedono strumenti costosi e formazione continua. Non basta più l’esperienza meccanica tradizionale: servono competenze informatiche e aggiornamenti costanti. Per molte officine investire decine di migliaia di euro in attrezzature e corsi non è sostenibile, quindi scelgono di chiudere. 

C’è poi il problema generazionale. I giovani mostrano poco interesse verso i mestieri manuali e artigianali, preferendo percorsi universitari o lavori percepiti come meno faticosi. Fare l’autoriparatore significa orari lunghi, lavoro fisico, responsabilità e spesso burocrazia. Senza ricambio, molte attività cessano quando il titolare va in pensione, perché non c’è nessuno disposto a rilevare.

Un altro elemento è la concorrenza delle grandi reti e delle concessionarie ufficiali. Queste strutture possono offrire pacchetti di manutenzione, garanzie estese e campagne promozionali grazie a economie di scala. Il piccolo autoriparatore indipendente fatica a competere sul prezzo e sulla percezione di affidabilità, soprattutto con auto ancora in garanzia. Infine, sottolinea la CGIA, le auto moderne richiedono meno manutenzione ordinaria rispetto al passato: intervalli di tagliando più lunghi, componenti più durevoli e meno interventi meccanici “classici”.

Meno lavori significa meno entrate. In sintesi, la riduzione del numero degli autoriparatori deriva dall’incrocio tra costi elevati, tecnologia complessa, mancanza di ricambio generazionale e cambiamento del mercato. Per invertire la tendenza servirebbero incentivi alla formazione tecnica, sostegni agli investimenti e una maggiore valorizzazione del mestiere artigiano.



Più auto, ma meno autoriparatori: in particolare a Fermo, Pescara, Barletta-Andria-Trani, Lecce ed Enna

Al netto delle “anomale” crescite esponenziali verificatesi in Valle d’Aosta (+61,2 per cento) e in Trentino Alto Adige (+58,6 per cento), negli ultimi 10 anni sono Toscana (+14,5 per cento), Calabria (+13,3) e Puglia (+11,9) le regioni che hanno visto aumentare di più il numero di auto circolanti. In coda alla graduatoria troviamo la Liguria che, comunque, anch’essa ha registrato un lieve incremento (+2,5).

Per contro, nell’ultimo decennio gli autoriparatori sono diminuiti ovunque. La contrazione più importante ha interessato l’Abruzzo con il -16,2 per cento (in valore assoluto pari a -363 attività). Seguono la Puglia con il –15,9 per cento (-984) e le Marche con il -15,6 per cento (-365). Tra tutte le regioni d’Italia, solo il Piemonte ha registrato una variazione positiva che è stata del +2 per cento (+140). A livello provinciale, invece, le diminuzioni delle imprese di autoriparazione più significative hanno interessato Fermo con il – 20,7 per cento (-67), Pescara con il -20,5 (-104), Barletta-Andria-Trani con il 19,9 (-129), Lecce con il -19,2 (-284) ed Enna con il -19,1 (-66).

 A Firenze, Isernia, Catania, Frosinone e Reggio Emilia ci sono le densità di auto più elevate d’Italia

Come la CGIA segnalava più sopra, l’Italia ha il numero di autovetture per abitante più alto d’Europa (701 ogni 1.000 abitanti). A livello territoriale, invece, il record spetta alla provincia di Firenze con 877 vetture per 1.000 abitanti. Seguono Isernia con 850, Catania con 811, Frosinone con 801 e Reggio Emilia con 793. Le realtà dove il tasso di motorizzazione è più basso le scorgiamo a Trieste con 579, a Milano con 571 e, in particolare, a Genova con 511.


Foto di Sten Rademaker su Unsplash

L’auto in Italia nel 2026: partenza positiva, ma prospettive incerte

L'auto in Europa: aprile con una forte "scossa"
di Gian Primo Quagliano, presidente  del Centro studi Promotor
 

In febbraio sono state immatricolate in Italia 157.334 autovetture con una crescita sullo stesso mese del 2025 del 14%. Questo risultato positivo è influenzato, almeno in parte, dagli incentivi per l’acquisto di auto elettriche prenotate in ottobre e immatricolate nei mesi successivi, febbraio compreso, mese quest’ultimo in cui le elettriche, secondo le elaborazioni dell’Unrae, hanno toccato una quota sul totale delle immatricolazioni del 7,9%. Con il risultato di febbraio il consuntivo delle immatricolazioni nel primo bimestre di quest’anno è di 299.373 con un incremento sullo stesso periodo del 2025 del 10,2%, ma con un calo del 12,9% sullo stesso periodo del 2019, cioè sulla situazione ante-pandemia.

Se il mercato italiano riuscisse a mantenere nell’intero 2026 il tasso di crescita del primo bimestre, le immatricolazioni arriverebbero a quota 1.681.346, che sarebbe il volume più alto realizzato dopo il crollo del 2020 dovuto, come è noto, alla pandemia. Come si è detto, i risultati di gennaio e di febbraio sono stati però positivamente influenzati dalle immatricolazioni di auto elettriche prenotate con gli incentivi in ottobre e al momento non si vede che cosa nell’anno in corso possa sostituire la spinta degli appena citati incentivi che è in via di rapidissimo esaurimento.

Dall’inchiesta congiunturale mensile di febbraio condotta dal Centro Studi Promotor sui concessionari auto emerge, tra l’altro, chegli intervistati non sono particolarmente ottimisti sull’andamento delle vendite nei prossimi mesi. In particolare, il 55% dei concessionari intervistati dichiara che in febbraio l’affluenza di visitatori nelle show room è stata bassa,mentre il 55% dichiara che, sempre in febbraio, il livello degli ordini acquisiti è stato insoddisfacente e per quanto riguarda il futuro a tre/quattro mesi il 66% degli intervistati si attende stabilità delle vendite sui livelli attuali, mentre il 23% si attende un peggioramento.

Dalla stessa fonte emerge che il 58% dei concessionari interpellati ritiene che i principali fattori di freno per il mercato italiano dell’auto siano in questo momento la situazione economica generale, il livello dei prezzi delle autovetture e l’incertezza per la transizione energetica. Nessuno di questi fattori negativi sembra essere destinato a evolvere positivamente nei prossimi mesi per cui è assai probabile che il mercato dell’auto italiano nel 2026 si attesterà intorno al livello raggiunto nel 2025.

In questo quadro, non certo esaltante, si inseriscono anche i dati sull’andamento delle vendite al pubblico di auto usate, che, negli anni che hanno seguito la pandemia, si sono mantenute su livelli elevati in quanto molti acquirenti che prima della pandemia si rivolgevano al mercato dell’auto nuova, ripiegavano sul mercato dell’auto usata, mercato che però ora, dopo un periodo positivo, comincia a dare segni di cedimento.

 

Foto da ufficio stampa Centro Studi Promotor

L’Italia non vuole le auto elettriche: il mercato lo dice chiaramente

Competitività e nodo Cina: Toyota dà la sveglia ai giapponesi, ma l'Europa...
di Domenico De Rosa, CEO del Gruppo SMET
 
In Europa si parla di transizione elettrica come se fosse un dato di fatto inevitabile e già compiuto, ma i numeri italiani raccontano un’altra storia. Le BEV in Italia si fermano al 6-7% delle nuove immatricolazioni. In un Paese di 60 milioni di abitanti, con uno dei parchi auto più vecchi d’Europa. I consumatori italiani e non solo loro stanno votando con il portafoglio. E stanno scegliendo altro.

Il problema è che quasi nessuno vuole dirlo apertamente: buona parte della crescita elettrica europea non è domanda reale. È domanda artificiale, gonfiata da incentivi pubblici massicci, obblighi normativi sulle fleet aziendali e target CO2 che i costruttori devono rispettare pena salate sanzioni.

Togli gli incentivi. Togli gli obblighi. Guarda cosa compra davvero la gente. In Italia lo vediamo già: appena i bonus si esauriscono, le immatricolazioni elettriche crollano. Non è un mercato che cammina da solo. È solo un mercato tenuto in piedi artificialmente, in attesa che “arrivi la domanda”. Che però non arriva.


Le ragioni sono concrete, non ideologiche: infrastrutture di ricarica inadeguate fuori dalle grandi città; costi d’acquisto ancora proibitivi per il ceto medio; un’autonomia reale che non si adatta agli stili di vita di milioni di famiglie italiane. La conversione forzata all’elettrico è una scommessa ideologica di una certa politica e non una risposta a un bisogno di mercato.

E quando le politiche industriali ignorano la domanda reale dei consumatori, il conto lo paga sempre qualcuno, di solito i più deboli, quelli che non possono permettersi né l’elettrico né gli incentivi.

 

Foto da ufficio stampa Gruppo SMET

JAC Group e Brembo: insieme per i sistemi frenanti del futuro

JAC Group e Brembo: insieme per i sistemi frenanti del futuro

La mobilità del futuro passa sempre più dall’integrazione tra hardware e software. In questa direzione si inserisce la partnership strategica siglata tra JAC Group, tra i principali costruttori automobilistici cinesi, e Brembo, leader globale nei sistemi frenanti ad alte prestazioni. L’accordo, firmato il 5 febbraio presso la sede centrale di JAC a Hefei, punta a rafforzare una collaborazione di lungo periodo e a sviluppare tecnologie avanzate per le piattaforme dei veicoli di nuova generazione.

L’intesa rappresenta un passaggio rilevante per entrambe le aziende: da un lato un costruttore in forte espansione nei veicoli elettrici e intelligenti, dall’altro un gruppo italiano che sta evolvendo da produttore di componenti a vero e proprio solutions provider.

 

Sistemi frenanti evoluti e software proprietari

Cuore della collaborazione sarà lo sviluppo congiunto di sistemi frenanti evoluti integrati con soluzioni software avanzate, capaci di rispondere alle esigenze di un mercato in rapida trasformazione, in particolare in Cina. Brembo metterà a disposizione non solo competenze ingegneristiche sui sistemi meccanici, ma anche piattaforme digitali e software proprietari. L’obiettivo è offrire soluzioni integrate ad alto valore aggiunto, in linea con la crescente centralità dell’elettronica e dell’intelligenza nei veicoli elettrici e connessi.

Daniele Schillaci, CEO del Gruppo Brembo, ha sottolineato come «la Cina sia un mercato strategico» e come la partnership rappresenti «un passo importante nel nostro ruolo di solutions provider». Un messaggio chiaro: il freno non è più solo un componente, ma parte di un ecosistema tecnologico complesso che dialoga con sistemi ADAS, powertrain elettrici e architetture digitali.

 

JAC e la corsa verso l’auto intelligente

Per JAC Group, fondato nel 1964 e oggi attivo lungo tutta la filiera automotive, l’accordo si inserisce in una strategia più ampia di trasformazione intelligente. Il costruttore ha consegnato oltre 10 milioni di unità nel mondo e si è distinto come pioniere nei veicoli a nuova energia in Cina. Negli ultimi anni JAC ha investito nelle tecnologie “three-electric” (batteria, motore elettrico e sistemi di controllo), nella guida intelligente e nei veicoli connessi. Ha istituito il primo Laboratorio Chiave della Provincia di Anhui per la tecnologia dei veicoli intelligenti connessi e dispone di una base dedicata ai test di guida autonoma nella città di Hefei.

Un esempio concreto di questa evoluzione è il Maextro S800, modello di fascia alta sviluppato anche grazie alla collaborazione con Huawei, che ha già registrato oltre 18.000 ordini nei primi 175 giorni dal lancio. Proprio su questo modello si è consolidata la base della collaborazione tra JAC e Brembo, come ricordato dal presidente Xiang Xingchu.

 

Un asse strategico tra Europa e Cina

La partnership si inserisce in un contesto di crescente interconnessione tra industria europea e cinese. Brembo, con oltre 16.000 dipendenti in 18 Paesi, 39 siti produttivi e 10 centri di ricerca e sviluppo, ha consolidato nel tempo la propria presenza in Asia, rafforzando la posizione nel mercato cinese attraverso investimenti e strutture dedicate.

Per JAC, la cooperazione con un player europeo di riferimento nei sistemi frenanti rappresenta un acceleratore di qualità e credibilità internazionale. Per Brembo, invece, significa consolidare il proprio ruolo all’interno di piattaforme globali sempre più orientate all’elettrificazione e alla digitalizzazione.

La mobilità di nuova generazione richiede soluzioni integrate, capaci di garantire sicurezza, efficienza energetica e interoperabilità tra sistemi. In questo scenario, l’unione tra competenze meccaniche e digitali diventa un fattore competitivo decisivo. L’accordo tra JAC Group e Brembo non è solo un’intesa industriale, ma un tassello di una trasformazione più ampia che ridefinisce il concetto stesso di sistema frenante, sempre più intelligente, connesso e parte attiva dell’architettura del veicolo elettrico del futuro.

 


Foto da ufficio stampa Brembo

In Italia mercato il mercato cresce: ecco come e occhio alla crisi iraniana

Regolamenti UE sulla CO2: è ora di cambiare spartito

di Massimo Artusi, presidente di Federauto

Salutiamo con piacere la crescita delle immatricolazioni a febbraio 2026 con l’auspicio che il mercato possa proseguire sulla spinta di un impulso positivo, seppure in un quadro di forte tensione geopolitica e dei riflessi che questa potrà avere sull’approvvigionamento dei prodotti petroliferi e della pressione sui prezzi alla pompa dei carburanti.

La crescita delle immatricolazioni a febbraio è stata favorita dalle politiche messe in atto da alcuni brand che hanno determinato il risveglio degli acquisti da parte delle famiglie, con la conseguente ripresa del canale privati da mesi in trend negativo. Si tratta di un cambio di orientamento importante che vorremmo vedere confermato nei mesi a venire.

La sostituzione del parco più obsoleto in favore di veicoli più moderni, a prescindere dal tipo di alimentazione, è il fattore discriminante per ottenere la riduzione di climalteranti e inquinanti oltre, ovviamente, a una maggiore sicurezza sulle strade. Una lettura più approfondita del mercato dovrà considerare che le componenti più importanti della crescita a febbraio sono quelle del noleggio unitamente alle auto immatricolazioni da parte dei concessionari.

Da registrare il consolidarsi nelle preferenze dei consumatori dell’alimentazione ibrida e plug-in, un dato molto importante anche in prospettiva del dibattito sull’Automotive Package che sta entrando nel vivo a Bruxelles.

L’elettrico puro realizza un risultato positivo, essenzialmente dovuto agli effetti degli incentivi del MASE: consegnate queste vetture, speriamo di non tornare allo scarso interesse per questa soluzione tecnologica su cui gravano ancora la mancanza dei fattori abilitanti e quindi forti perplessità del mercato.

Abbiamo voluto evidenziare i dati positivi dell’auto evitando di parlare del settore dei veicoli commerciali che continua ad essere in segno negativo. È giusto guardare al mercato con positività, ma non dimentichiamo che “i fondamentali” non sono ancora stati sistemati. La transizione ecologica, la politica fiscale e il buon funzionamento della catena distributiva, dai produttori ai concessionari, sono temi presenti nella nostra agenda e lo saranno fino a quando il nostro mercato non riprenderà volumi coerenti con il posizionamento dell’Italia nel mercato europeo.

 


Foto da ufficio stampa Federauto