Auto, mantenerla costa fino a 4.486 euro: Napoli la città più cara

Auto, mantenerla costa fino a 4.486 euro: Napoli la città più cara

L’automobile continua a rappresentare uno strumento indispensabile per milioni di italiani, ma mantenerla sta diventando un impegno economico sempre più rilevante. Tra assicurazione, carburante, bollo e manutenzione ordinaria, la spesa annua può arrivare fino a 4.486 euro, soprattutto nei grandi centri urbani. È quanto emerge dall’analisi realizzata da Facile.it insieme a Pratiche Auto Online, che ha preso in esame tre differenti profili di automobilisti nelle città di Milano, Roma e Napoli.  

Il dato conferma come il tema del costo di mantenimento dell’auto sia diventato centrale nel dibattito sulla mobilità privata. Un aspetto che interessa non solo chi utilizza quotidianamente il veicolo per lavoro o esigenze familiari, ma anche i giovani che si avvicinano alla guida.

 

Napoli resta la città più costosa per gli automobilisti

Dall’analisi emerge un forte divario territoriale. Napoli è risultata la città più cara per mantenere un’auto, con una spesa annuale compresa tra 3.098 e 4.486 euro a seconda del profilo dell’automobilista. Roma si colloca in posizione intermedia, mentre Milano si conferma la realtà meno onerosa tra quelle analizzate.  

Il differenziale è determinato soprattutto dal costo delle assicurazioni RC Auto, che nel capoluogo campano raggiungono livelli molto elevati rispetto al resto d’Italia. Una situazione che continua a penalizzare i residenti del Sud e che riaccende il tema dell’equità tariffaria nel settore assicurativo.

 

Famiglie: carburante e manutenzione pesano più di tutto

Per una famiglia con figli, proprietaria di un’auto diesel utilizzata anche da under 25, la spesa media annua arriva a 3.556 euro.  

Le voci più pesanti sono il carburante e la manutenzione. Per percorrere circa 15.000 chilometri all’anno servono oltre 1.260 euro di diesel, mentre manutenzione ordinaria, straordinaria e usura degli pneumatici incidono per circa 1.347 euro annui. Anche l’assicurazione rappresenta un elemento decisivo. La presenza di conducenti giovani impedisce spesso di accedere alla formula “guida esperta”, facendo aumentare sensibilmente il premio RC Auto. A Milano una famiglia spende mediamente 432 euro, ma a Napoli il valore supera i 1.400 euro, più del doppio rispetto alla media nazionale. Il risultato finale evidenzia differenze marcate: una famiglia milanese spende circa 3.404 euro all’anno, mentre a Napoli si sfiorano i 4.500 euro.  

 

Coppie senza figli: il vantaggio della guida esperta

La situazione cambia per le coppie over 40 senza figli patentati nel nucleo familiare. In questo caso il costo medio annuo scende a 2.441 euro.  

L’assenza di giovani conducenti consente infatti di accedere più facilmente alle polizze con formula “guida esperta”, riducendo il premio assicurativo medio del 32% rispetto alle famiglie con figli. Anche qui il divario geografico resta evidente: a Milano l’RC Auto costa mediamente 298 euro, mentre a Napoli arriva a 962 euro. Il carburante resta comunque la voce principale di spesa, con circa 1.005 euro annui per una percorrenza di 10.000 chilometri.  

 

Neopatentati, assicurazione fuori controllo

Il quadro più critico riguarda però i neopatentati. Per un under 21 in classe di merito 14, alla guida di una citycar mild hybrid, il costo medio annuale di mantenimento arriva a 3.226 euro. In questo caso è l’assicurazione a incidere in maniera determinante. Il premio medio nazionale supera i 2.000 euro, ma a Napoli sfiora i 3.000 euro. Una cifra che evidenzia le difficoltà dei giovani nell’accesso alla mobilità privata, soprattutto in un contesto economico dove l’automobile resta spesso fondamentale per studio, lavoro e autonomia personale. Secondo gli esperti di Facile.it,una soluzione utile può essere l’utilizzo della cosiddetta RC familiare, che consente di ereditare la migliore classe di merito presente nel nucleo familiare. In alcuni casi il risparmio può arrivare fino al 34%.  

 

Mobilità privata sempre più sotto pressione

L’analisi mette in evidenza una realtà spesso sottovalutata nel dibattito pubblico: l’automobile continua a essere un bene essenziale per milioni di persone, ma il suo mantenimento pesa sempre di più sui bilanci familiari. Oltre ai costi legati alla transizione energetica e all’aumento generale dei prezzi, gli automobilisti devono fare i conti con una pressione assicurativa molto variabile a livello territoriale. Una situazione che rischia di ampliare ulteriormente il divario tra diverse aree del Paese. In un contesto simile, il settore automotive continua a rappresentare non solo un comparto industriale strategico, ma anche un elemento chiave della mobilità quotidiana italiana. Per questo motivo, il tema dei costi di gestione delle auto resta centrale nelle politiche legate alla mobilità e alla sostenibilità economica delle famiglie.

 


Foto – autore Pixavril

“Educare gli automobilisti”: e se non si convincono, “obbligare”. Ecco i risultati…

Volkswagen: 16 miliardi per diventare più piccoli

di Mario Verna. manager automotive

 
Servono incentivi per rimediare a leggi sbagliate. La storia (triste) del nuovo socialismo in chiave europea non finirà qui e non finirà bene. 
Lo “stallo”, questo è quello che leggiamo da PIL e competitività, da sviluppo e investimenti. Servono soldi per obbligare il mercato a scegliere quello che i Timmermans e le Von der Leyen hanno scelto per tutti, quello che – senza se e senza ma – avrebbe traghettato l’Europa – e il mondo intero – verso il sol dell’avvenire.

Già, di piani quinquennali ne abbiamo visti nel secolo scorso. Finiti male. L’auto, come spesso abbiamo raccontato, è stata in questi anni il paradigma della compressione del libero mercato a diktat, della scelta a imposizione. “Dobbiamo educare i nostri automobilisti” si diceva, spiegare, sottolineare e se proprio non si convincono, obbligare.

“Stallo”. Già, a guardare i numeri non c’è molto altro da aggiungere. Se non una piccola postilla: ricordo roboanti convention, dichiarazioni assertivissime, mirabolanti saloni dell’auto, di molti, di troppi, che adesso piagnucolano per un gettone da spendere nel dispensare della sopravvivenza.

Coraggio, su con la testa, sguardo fiero!!! Il sol dell’avvenire è lì dietro l’angolo. Non sarà mica qualche minuto d’eclissi a mortificare i nostri spiriti? 
Come on!

 

Foto da archivio Mario Verna

“Automotive World” anno 5: quelle parole di Akio Toyoda

"Automotive World" anno 5: quelle parole di Akio Toyoda

Quinto anno per “Automotive World” l’appuntamento online con Massimo Ghenzer, presidente di Areté, e il giornalista Pierluigi Bonora sul canale del magazine “Auto” diretto da Andrea Brambilla.

Continua, dunque, il confronto tra il top manager e il giornalista, promotore di #FORUMAutoMotive, a commento di frasi pronunciate da personaggi di spicco sui problemi del settore.

Si parte con una frase pronunciata da Akio Toyoda, presidente di Toyota Motor Company: “Qualche anno fa ero l’unico a dire che amo gli odori, il suono e i motori. E che voglio salvaguardare il lavoro dei fornitori di motori”. Buona visione e buona riflessione.

Furti d’auto: più di 285 al giorno, 5 consigli per ridurre i rischi

Furti d’auto: più di 285 al giorno, 5 consigli per ridurre i rischi
Ogni giorno in Italia vengono rubate 285 autovetture e quasi 90 tra moto e motorini, vale a dire oltre 136mila mezzi sottratti in un anno; i dati arrivano dall’analisi realizzata da Facile.it sulle statistiche diffuse dal Ministero dell’Interno – Dipartimento della Pubblica Sicurezza. Numeri di questo tipo spiegano perché, come evidenziato dall’osservatorio RC auto di Facile.it, ormai quasi automobilista su quattro (24%) scelga di tutelare la propria vettura con una polizza contro i furti. Erano appena il 14% nel 2022.


La geografia dei furti in Europa…
Analizzando le statistiche Eurostat si scopre che l’Italia, con un rapporto di 231 furti di veicoli ogni 100.000 abitanti, occupa la quarta posizione della poco invidiabile classifica degli Stati con il maggior numero di furti.
Fanno peggio di noi solo il Lussemburgo, con un rapporto di 562 furti ogni 100.000 abitanti, la Svizzera (357) e la Svezia (267). Valori appena più bassi per Francia (198) e Grecia (174), mentre il rapporto è nettamente inferiore in stati come la Germania (70) e la Spagna (49) o la Polonia dove il rapporto si ferma ad appena 19.

 

… e in Italia
Limitando l’analisi ai soli furti d’auto – questa volta in valori assoluti – e guardando all’interno dei confini nazionali, al primo posto si trova la Campania, dove nell’anno di rilevazione i furti denunciati sono stati 26.445. In seconda posizione si trova il Lazio (18.071), in terza la Sicilia (15.555). Le regioni dove, invece, sono stati registrati meno furti sono il Friuli-Venezia Giulia con 239 episodi, il Trentino-Alto Adige (170) e la Valle d’Aosta, dove le auto rubate sono state appena 20.

Complessivamente, il fenomeno riguarda in misura maggiore le regioni del Sud Italia, dove si sono verificati il 45% dei furti totali, seguite da quelle del Centro (20%) e delle Isole (16%). Se si limita l’analisi ai soli motocicli, le prime tre posizioni cambiano: al primo posto si trova il Lazio con 5.985 furti, seguito dalla Campania (5.167) e dalla Lombardia (4.178). Per i ciclomotori, invece, le regioni con più furti denunciati sono la Sicilia (1.328), la Campania (1.036) e la Lombardia (968).

I consigli per proteggersi
In vista delle vacanze estive, Facile.it ha redatto un breve vademecum in 5 punti per ridurre il rischio che la propria auto venga rubata.

1. Attenzione ai parcheggi “tattici”. Evitate di parcheggiare in zone isolate, poco illuminate o nascoste da vegetazione fitta; sono il luogo preferito dai ladri per agire indisturbati. Meglio optare per un’area di passaggio, illuminata e, se possibile, coperta da sistemi di videosorveglianza; il parcheggio potrebbe costare, ma meglio spendere pochi euro che perdere il proprio veicolo.

2. Nessun oggetto in vista. Prima di scendere dalla macchina ricordatevi di non lasciare alcun oggetto in vista, anche se di poco valore come cavetti, monetine, borse o sacchetti (sia pure vuoti). Se dovete riporre qualcosa nel bagagliaio, meglio farlo prima di arrivare a destinazione. Sono tutti elementi che potrebbero ingolosire ladri di passaggio. Magari non ruberanno l’auto, ma un finestrino sfondato, o una serratura forzata possono tradursi in danni da centinaia di euro. Il fenomeno dei furti su auto in sosta non è affatto raro: ne avvengono 12 ogni ora, più di 100.000 all’anno. 

3. Meglio il caldo. La temperatura in auto, soprattutto se parcheggiata per ore sotto il sole, può superare tranquillamente i 40 gradi e la tentazione di lasciare un finestrino leggermente aperto è alta, ma non solo non servirebbe a nulla per ridurre il calore, bensì rappresenta un rischio per la sicurezza. Meglio perdere 5 minuti per far areare l’abitacolo quando si torna alla vettura… che tornare a casa a piedi sotto al sole!

4. Chiavi, telecomandi e dispositivi di sicurezza meccanici. Tra le ultime frontiere in materia di furti vi è la clonazione del telecomando dell’auto; grazie a dispositivi tecnologici i malviventi riescono a “catturare” le frequenze e il codice del telecomando dell’auto e replicarlo per aprire il veicolo in qualsiasi momento. Se possibile, quindi, meglio chiudere l’auto con la chiave per ridurre questo rischio. Altra soluzione, può essere quella di aggiungere un dispositivo di sicurezza meccanico (come un bloccasterzo o un blocca pedali), per definizione immune da questo genere di attacchi. Un’altra piccola accortezza: se state andando in spiaggia, evitate di lasciare le chiavi incustodite sotto l’ombrellone quando entrate in acqua.

5. Sottoscrivi una polizza contro il furto. È una garanzia accessoria che va aggiunta all’RC auto obbligatoria; pochi lo sanno, ma può essere sottoscritta in qualsiasi momento (anche non in contemporanea con la responsabilità civile) e anche con una compagnia diversa da quella che ci fornisce l’RC auto e tutela il proprietario non solo in caso di furto totale o parziale del veicolo, ma anche da eventuali danni arrecati alla vettura durante lo scasso.
I prezzi possono variare sensibilmente a seconda del valore dell’auto e città di residenza dell’assicurato, ma il costo medio, come emerso dall’osservatorio Rc auto di Facile.it, è appena superiore a 108 euro. Decisamente meno di quanto si spenderebbe a ricomprare l’auto!
 

Foto da ufficio stampa Facile.it

Auto elettriche, record di colonnine in Italia: sono oltre 84mila

Auto elettriche, record di colonnine in Italia: sono oltre 84mila

La rete di ricarica per le auto elettriche in Italia corre e mette a segno un nuovo record. Al 30 giugno 2026 i punti di ricarica pubblici installati sul territorio nazionale hanno raggiunto quota 84.564, con una crescita di 6.311 unità soltanto nel secondo trimestre dell’anno. Ancora più significativo il confronto sui dodici mesi: rispetto a giugno 2025 sono stati aggiunti 17.003 punti di ricarica. I numeri emergono dal monitoraggio trimestrale di Motus-E e raccontano un Paese nel quale uno degli argomenti utilizzati più frequentemente per spiegare la scarsa diffusione delle vetture elettriche – la mancanza di infrastrutture – deve essere almeno in parte aggiornato.

La rete non è certamente uniforme e rimangono problemi da risolvere, ma le colonnine stanno aumentando a un ritmo molto sostenuto, anche grazie all’impiego delle risorse del PNRR. Il vero squilibrio italiano si sta così spostando progressivamente dalle infrastrutture alla domanda di automobili elettriche.

 

Più di 17mila nuovi punti di ricarica in dodici mesi

La crescita non riguarda soltanto il numero complessivo delle installazioni. Sta cambiando anche la loro qualità. Il 53% dei punti di ricarica installati negli ultimi dodici mesi è veloce o ultraveloce, una percentuale superiore al 50% registrato nell’anno precedente. Un’evoluzione fondamentale perché, soprattutto nei viaggi più lunghi, non conta soltanto trovare una colonnina: conta sapere quanto tempo sarà necessario per recuperare energia.

Parallelamente sta diminuendo la quota delle infrastrutture già installate dagli operatori ma ancora in attesa della connessione alla rete elettrica da parte dei distributori locali. Il tasso è sceso al 12,3%, contro una media del 14,9% registrata nel 2025. Il miglioramento non cancella tuttavia uno dei problemi strutturali del sistema. Secondo Motus-E è ancora necessario intervenire sulle procedure autorizzative e accorciare i tempi necessari per le connessioni.

 

Autostrade, oltre la metà delle aree di servizio ha una colonnina

Un altro dato particolarmente importante riguarda le ricariche delle auto elettriche in autostrada, uno degli elementi decisivi per rendere più semplici gli spostamenti a lunga percorrenza. I punti di ricarica presenti sulla rete autostradale sono saliti a 1.516, rispetto ai 1.159 di giugno 2025 e ai 963 dello stesso periodo del 2024. Non è soltanto una crescita numerica. L’86% delle colonnine autostradali è veloce in corrente continua, mentre il 59% supera i 150 kW di potenza. Oltre la metà delle aree di servizio dispone ormai di punti di ricarica.

Rimane però una rete a due velocità. Motus-E sottolinea infatti la necessità di accelerare sui bandi di gara dei concessionari che risultano ancora indietro nel processo di infrastrutturazione. La questione è particolarmente delicata perché la possibilità di ricaricare rapidamente lungo le grandi direttrici rappresenta uno degli elementi che possono incidere maggiormente sulla percezione dell’auto elettrica da parte degli automobilisti.

 

Pressi: «La rete non può continuare a crescere da sola»

Il presidente di Motus-E, Fabio Pressi, legge positivamente i numeri ma pone l’attenzione proprio sullo squilibrio tra infrastruttura e mercato. «La crescita record della rete di ricarica è un’ottima notizia per l’Italia e per gli italiani e dimostra che il Paese può essere all’altezza di una delle più importanti partite industriali della nostra epoca», ha commentato Pressi. Il passaggio successivo riguarda però le automobili: «Ma la rete non può continuare a crescere da sola e non è più rinviabile un’azione decisa per colmare il ritardo italiano nella diffusione dei veicoli elettrici».

Secondo il presidente dell’associazione, una delle priorità dovrebbe essere una profonda revisione della fiscalità sulle flotte aziendali, utilizzando eventualmente anche una parte delle risorse rese disponibili dalla clausola nazionale di salvaguardia prevista da Bruxelles per gli interventi sulla sicurezza energetica. «Le risorse ci sono: dobbiamo utilizzarle al meglio per accompagnare il Paese attraverso una trasformazione industriale già in corso», sottolinea Pressi.

 

Lombardia prima Regione, Milano domina tra le Province

La distribuzione territoriale continua a mostrare differenze importanti. La Lombardia è la Regione italiana con il maggior numero di punti di ricarica pubblici, arrivati a 18.177. In dodici mesi ne sono stati aggiunti 4.414. Alle sue spalle troviamo il Piemonte con 9.003 punti, cresciuti di 2.442 unità, e il Veneto con 8.122 punti, 1.946 in più rispetto a dodici mesi prima. Seguono Lazio, con 7.864 punti e una crescita di 722 unità, ed Emilia-Romagna con 6.713, aumentati di 1.431.

Ancora più significativo è il dato provinciale. Milano è nettamente al primo posto in Italia con 7.423 punti di ricarica, ben 2.819 in più nell’arco di dodici mesi. Roma segue con 6.109 punti e una crescita di 465 unità. Torino raggiunge quota 4.498, con 1.535 nuove installazioni, davanti a Napoli, ferma a 3.470 punti, e Brescia, arrivata a 2.489.

 

L’infrastruttura cresce, adesso il problema sono le auto

I numeri permettono anche una riflessione più ampia sulla transizione italiana. Per anni il dibattito sull’elettrico ha indicato la scarsità delle colonnine come uno dei principali ostacoli alla diffusione delle vetture a batteria. Quel problema non è scomparso, ma la fotografia del 2026 è profondamente diversa rispetto a quella di pochi anni fa. Ottantaquattromila punti pubblici, oltre 17mila nuove installazioni in dodici mesi e una quota crescente di infrastrutture ad alta potenza dimostrano che gli investimenti stanno producendo risultati concreti.

Questo non significa che l’infrastruttura sia completa. Restano da migliorare la distribuzione territoriale, i collegamenti alla rete, la copertura autostradale, la tutela degli stalli contro la sosta abusiva e soprattutto l’efficienza delle procedure amministrative. Motus-E chiede per questo un coordinamento più stretto tra operatori, amministrazioni centrali ed enti territoriali. «I Comuni sono protagonisti indispensabili di questo processo», osserva Pressi, auspicando un confronto con i sindaci e con il presidente dell’ANCI, Gaetano Manfredi, per arrivare a regole e strumenti più omogenei.

 

La transizione non può ricadere soltanto sull’automobilista

Il dato delle colonnine mette però in evidenza anche un altro aspetto. Costruire l’infrastruttura è indispensabile, ma da solo non basta a creare un mercato dell’auto elettrica. L’automobilista valuta prezzo d’acquisto, autonomia, tempi e costi della ricarica, valore residuo, disponibilità di un punto domestico e convenienza complessiva rispetto alle alternative termiche e ibride. Pensare che la semplice crescita delle colonnine possa automaticamente trasformarsi in nuove immatricolazioni significa ignorare una parte importante delle dinamiche del mercato.

È qui che industria e politica devono trovare un equilibrio. Se l’Italia vuole accelerare realmente sulla mobilità elettrica, occorrono condizioni economiche capaci di rendere queste automobili competitive, senza trasformare la transizione in un costo imposto esclusivamente a chi deve acquistare una vettura. La rete, intanto, sta facendo la sua parte. E gli 84.564 punti di ricarica pubblici raggiunti rappresentano un dato che cambia inevitabilmente il dibattito sull’elettrico in Italia.

 


Foto fornita da Motus-e – zaptec-2jRNVr0ac7s-unsplash

Crisi dell’auto in Cina: Pechino perde in casa e il conto lo paga l’Europa

Discussione sull'auto: ma perché la chiamano "ferro"?

di Marco Della Monica, giornalista auto e motorsport

 

Telegrafico con dati che stanno lì per farci riflettere: nei primi sette mesi del 2026 la Cina ha venduto 2,65 milioni di auto in meno rispetto allo stesso periodo del 2025. Luglio ha chiuso a -21,1%. Parliamo di un’industria che lancia una media di 3,6 modelli nuovi al giorno e con margini domestici scivolati al 3,2-3,4%. Lo sbocco naturale è esportare il più possibile. L’aggressività di questa scelta è evidenziata da un ritmo di crescita arrembante: 88,2% a luglio che tradotti in numeri significa 923.000 veicoli in un mese esportati nel mondo intero.

Uno studio di JP Morgan ha stimato un utile medio per veicolo di circa 775 dollari sul mercato interno cinese, contro un margine di contribuzione che arriva a 3.100 dollari su una vendita estera. Il CEPR (Centre for Economic Policy Research) analizzando la politica dei dazi anti sovvenzione introdotta dall’Europa (aliquote tra il 7,8% e il 45,3% comprensive del dazio generico del 10%), ha certificato che i prezzi dei listini non sono saliti in proporzione a differenza di quanto accaduto negli Stati Uniti nel 2018-19, dove la trasmissione fu quasi integrale.

Tradotto: i costruttori cinesi hanno semplicemente assorbito il dazio rendendo inefficace uno strumento che doveva funzionare come compensazione automatica a prezzi troppo bassi. Da gennaio di quest’anno c’è una alternativa che sta provando a mettere a punto Bruxelles: introdurre la possibilità di adottare impegni di prezzo minimo all’importazione (Price Floor). In pratica, ogni esportatore cinese può scegliere se sottostare a questo regolamento in alternativa ai dazi. Un escamotage che, se applicato su larga scala, alzerebbe i loro margini, ma ridurrebbe la flessibilità di prezzo ribassista. Una soluzione che, credo, sia piuttosto lontana da una adozione generalizzata perché i costruttori asiatici tendono a valorizzare questa possibilità di intervenire liberamente sui prezzi finali.

Questi scenari così magmatici non possono non iniettare maggiore instabilità su un mercato dove è letteralmente sparita, dalle politiche commerciali di qualsiasi costruttore europeo, la parola “strategia”. I dati industriali non lasciano spazio a letture ottimistiche: BMW ha stanziato un miliardo di euro in ristrutturazione, con circa 10.000 esuberi attesi, Mercedes ha sospeso il bonus estivo, con 5.500 uscite volontarie già accettate, Volkswagen starebbe preparando fino a 100.000 tagli, secondo l’analisi di Mobility Global ripresa da “Automobilwoche”.

Gli impianti cinesi dei gruppi tedeschi lavoreranno nel 2026 mediamente al 46% della capacità, con una saturazione attesa al 44% entro il 2030 contro il 100% del 2010. Ovviamente i mercati finanziari certificano questo disagio distribuito con posizioni ribassiste su azioni e obbligazioni di Stellantis, Volkswagen, BMW e Mercedes perché da tempo questa non è più una crisi ciclica quanto un nuovo campo in cui le regole del gioco sono completamente differenti.

Tutto questo inciderà sugli obiettivi del Green Deal? Certo la tentazione di leggere questa crisi come un’opportunità di ulteriore ammorbidimento delle posizione regolatorie esiste. Bruxelles ha già cambiato rotta prima che la crisi cinese esplodesse in questa forma con il taglio al 90% di emissioni aprendo il residuo 10% a e-fuel, biocarburanti e acciaio a basse emissioni prodotto in UE e la pressione cinese in effetti rafforza questo argomento in modo diretto: la neutralità tecnologica smette di essere una battaglia ideologica e diventa un argomento di bilancio, sostenuto da numeri di esuberi e chiusure, ma c’è un punto che oramai bisognerebbe considerare con molta attenzione: una revisione normativa che allenta ulteriormente i vincoli sulla tecnologia (magari passando dal 90% di abbattimento al 75%-80% che significherebbe la salvezza, teorica, dell’industria europea) senza una misura politica altrettanto solida sull’import cinese, non proteggerebbe l’industria europea dalla pressione cinese.

Se il regolamento CO2 diventasse tecnologicamente neutro, ma il mercato restasse aperto a prezzi che i produttori cinesi possono permettersi di comprimere anche con margini vicini allo zero, la flessibilità normativa rischierebbe di essere vinta non dai motori elettrificati europei, ma dagli ibridi e dai plug-in cinesi, oggi già più maturi e più economici su gran parte dei segmenti

Stellantis, Volkswagen e Renault lo hanno capito, e non a caso chiedono al Parlamento europeo di portare al 70% la soglia di componentistica “Made in Europe” per accedere a incentivi e appalti pubblici.

Questo è lo scenario attuale. La soglia proposta del “Made in Europe”, l’eventuale (e auspicabile) innalzamento delle percentuali del termico ammesso al 2035, il prezzo minimo alle importazioni in corso di discussione, sono condizionalità commerciali necessarie. Altrimenti, quello che arriverà tra poco, pochissimo, sarà resa travestita da equilibrio.

 


Foto da archivio di Marco Della Monica

Cinesi sempre più forti: si incentivi il “Made in Europe”

Immatricolazioni in Europa: cinesi sempre più presenti, elettriche ok (eccetto l'Italia)

di Roberto Vavassori, presidente di ANFIA

 
A luglio il mercato italiano dell’auto registra la settima variazione positiva consecutiva da inizio anno (+3,9%). Sul fronte dell’elettrificazione, tuttavia, si osserva un ridimensionamento della quota di vetture BEV immatricolate nel mese, che si attesta al 5,9% del mercato contro il 10,2% a giugno 2026.
 
Questa flessione, che era attesa con la conclusione dei recenti incentivi all’acquisto dei veicoli elettrici, conferma, una volta di più, che se si intende accelerare l’elettrificazione del parco veicolistico italiano rispetto a una dinamica naturale assai
più lenta e progressiva, gli incentivi rimangono uno strumento essenziale.
 
È d’altro canto quanto succede in altri settori che vengono incentivati verso l’elettrificazione, si pensi ai pannelli fotovoltaici per la produzione di energia elettrica o alle pompe di calore per riscaldamento domestico.

Rispetto alle immatricolazioni di auto Made in China di tutti gli OEMs, si registrano 17.622 unità a luglio 2026 (il 14,3% del mercato), in aumento del 58% circa rispetto allo stesso mese del 2025. Nel cumulato dei primi sette mesi sono oltre 158mila (quasi il doppio rispetto ai primi sette mesi del 2025), con una quota di mercato del 14,9%.

In questa prospettiva, invitiamo il Governo a valutare di utilizzare parte dello scostamento di Bilancio per l’introduzione di nuovi incentivi destinati ai veicoli “Made in Europe”, in coerenza con gli obiettivi di rafforzamento della competitività della filiera industriale europea e di sostegno al processo di decarbonizzazione della mobilità.
 
Foto da ufficio stampa ANFIA


Messaggio all’UE: coniugare sostenibilità, competitività e accessibilità

Roma, ZTL a pagamento per le auto elettriche: un vero disincentivo alla transizione

di Roberto Pietrantonio, presidente di UNRAE

L’andamento particolarmente favorevole degli ultimi mesi, alimentato dall’onda lunga delle immatricolazioni legate agli incentivi e sostenuto da un quadro macroeconomico migliore delle previsioni della vigilia, ci induce a rivedere al rialzo le stime per l’intero 2026.

 

Prevediamo che il mercato delle autovetture possa chiudere l’anno a 1.610.000 immatricolazioni, rispetto alla stima di 1.530.000 elaborata a fine aprile, con un incremento del 5,5% rispetto al 2025 e un recupero di oltre 84.000 unità. Ciononostante, il confronto con il 2019 evidenzierà ancora un deficit di 307.000 vetture, pari a una contrazione del 16,0%.

 

I numeri ci dicono che gli italiani vogliono cambiare automobile. Ora spetta alle Istituzioni creare condizioni stabili perché possano continuare a farlo.

 

Auspichiamo che venga formalizzato al più presto l’impegno assunto dal Governo a reintegrare i 251 milioni di euro del Fondo Automotive, temporaneamente dirottati verso le misure emergenziali contro il caro carburanti. Pur accogliendo favorevolmente la proroga del taglio di 14 centesimi sulle accise del gasolio come sollievo immediato per consumatori e imprese, ribadiamo che gli interventi congiunturali non possono sostituire una pianificazione di lungo periodo, indispensabile per dare stabilità al settore e tutelare il potere d’acquisto delle famiglie.

 

UNRAE ribadisce inoltre l’urgenza di una riforma strutturale della fiscalità delle auto aziendali, oggi penalizzata da un divario di competitività rispetto ai principali Paesi europei. È prioritario rivedere le aliquote e adeguare i tetti massimi di deducibilità dei costi per acquisti, leasing e noleggi, in coerenza con gli orientamenti comunitari. Una fiscalità moderna migliora la competitività delle imprese, accelera il rinnovo del parco e rende disponibili, dopo pochi anni, automobili più giovani e sicure anche per le famiglie, oltre a generare al contempo un impatto positivo per il gettito dell’Erario.

 

La transizione della mobilità sarà davvero efficace solo se riuscirà a coniugare sostenibilità ambientale, competitività industriale e accessibilità economica per cittadini e imprese.

 


Foto da ufficio stampa UNRAE

Ricambi usati dell’auto: torna l’allarme truffe online

Ricambi usati dell'auto: torna l’allarme truffe online

Le truffe sui ricambi auto usati online tornano a preoccupare consumatori e operatori del settore. A lanciare l’allarme è ADA, Associazione Demolitori Autoveicoli, che segnala un aumento delle segnalazioni relative a frodi costruite sfruttando nomi, loghi e dati di aziende di autodemolizione realmente esistenti. Il meccanismo è particolarmente insidioso perché punta proprio sulla credibilità delle imprese autorizzate. I truffatori si presentano come venditori professionali, pubblicizzano ricambi a condizioni molto convenienti e chiedono il pagamento anticipato. Il componente acquistato, però, non esiste oppure non appartiene all’azienda il cui nome è stato utilizzato.

Il risultato è un danno che va oltre la perdita economica subita dall’automobilista: anche il demolitore si ritrova coinvolto in una vendita che non ha mai effettuato, con conseguenze sulla reputazione e con la necessità di gestire reclami da parte di clienti truffati.

 

Come funzionano le truffe sui ricambi auto usati

Secondo quanto riferisce ADA, le tecniche utilizzate stanno diventando sempre più elaborate. In alcuni casi vengono clonati i siti internet di autodemolitori regolarmente autorizzati, riproducendone grafica, denominazione e informazioni aziendali. In altri vengono creati falsi profili sui social network oppure pubblicati annunci sui principali marketplace. L’obiettivo è sempre lo stesso: convincere chi cerca un ricambio usato di trovarsi davanti a un venditore autentico.

A rendere particolarmente efficace il raggiro sono spesso i prezzi molto competitivi e l’apparente professionalità dell’interlocutore. Una volta stabilito il contatto, alla vittima viene richiesto un pagamento anticipato, frequentemente attraverso bonifico istantaneo o carta prepagata. Dopo aver ricevuto il denaro, i truffatori possono arrivare addirittura a indicare all’acquirente un vero centro di demolizione presso il quale ritirare il ricambio. È soltanto una volta arrivato sul posto che il cliente scopre che l’azienda non ha mai ricevuto alcun ordine e non conosce la vendita.

 

Il danno coinvolge anche le imprese autorizzate

La frode genera così due vittime. Da una parte c’è l’automobilista che perde il denaro versato per un componente che non verrà mai consegnato. Dall’altra c’è l’impresa di autodemolizione, la cui identità è stata utilizzata abusivamente e che rischia di essere considerata responsabile di un’operazione della quale non sa nulla. È un elemento particolarmente delicato per un settore che negli anni ha investito nella regolarizzazione delle attività, nella tracciabilità e nel recupero dei componenti ancora utilizzabili.

Il mercato dei ricambi usati rappresenta infatti una parte importante della filiera automobilistica. Permette di ridurre i costi di riparazione per molti automobilisti e, contemporaneamente, di recuperare parti ancora perfettamente utilizzabili da veicoli destinati alla demolizione. Proprio per questo, confondere le attività degli operatori autorizzati con quelle di soggetti che sfruttano abusivamente la loro identità rischia di danneggiare l’intero comparto.

 

Prima di pagare bisogna verificare chi vende

ADA invita gli automobilisti a effettuare alcuni controlli prima di procedere all’acquisto di un ricambio. Il primo riguarda l’identità del venditore. Un sito internet o un annuncio apparentemente professionale non rappresentano, da soli, una garanzia sufficiente. È opportuno verificare che sito, recapiti e inserzione siano effettivamente riconducibili all’azienda ufficiale e contattare direttamente il demolitore attraverso il numero telefonico pubblicato sui suoi canali ufficiali. Un’attenzione particolare va poi riservata al pagamento.

Secondo l’associazione, bisogna verificare che l’IBAN sia intestato all’impresa e diffidare delle richieste di versare denaro su carte prepagate o conti correnti appartenenti a persone fisiche. I demolitori autorizzati, ricorda ADA, operano attraverso conti aziendali.

 

L’allarme era già stato lanciato nel 2024

Il problema non è nuovo. ADA aveva già denunciato fenomeni analoghi nell’ottobre 2024 e ora segnala una nuova crescita delle frodi. L’associazione conferma quindi l’intenzione di continuare a segnalare gli episodi alle autorità competenti e di rafforzare le attività di informazione rivolte ai consumatori. «Queste truffe non colpiscono soltanto chi perde denaro acquistando un ricambio che non arriverà mai, ma danneggiano anche le imprese autorizzate, la cui immagine viene utilizzata in modo fraudolento», ha dichiarato la presidente di ADA, Valentina Varini.

Da qui l’invito alla prudenza: «Per questo chiediamo ai cittadini di verificare sempre l’identità del venditore prima di effettuare qualsiasi pagamento. Solo attraverso la collaborazione tra consumatori, imprese e istituzioni possiamo arginare un fenomeno che sta assumendo dimensioni sempre più preoccupanti e tutelare chi opera ogni giorno nel rispetto delle regole».

 

Il prezzo troppo basso resta un campanello d’allarme

Nel mercato dei ricambi usati il prezzo rappresenta naturalmente uno dei principali motivi di acquisto. Proprio la convenienza, però, può diventare l’arma utilizzata dai truffatori. Un’offerta molto più bassa rispetto ai valori normalmente richiesti per lo stesso componente dovrebbe spingere a qualche verifica in più, soprattutto quando il venditore insiste su pagamenti immediati o difficilmente reversibili. Il problema non è il ricambio usato in sé, né il canale digitale. Il commercio online consente anche agli operatori seri di raggiungere clienti lontani e agli automobilisti di reperire componenti che potrebbero essere difficili da trovare sul territorio.

La vera distinzione deve essere fatta tra operatori autorizzati e soggetti che ne imitano abusivamente identità e attività. Ed è proprio qui che informazione e controlli diventano fondamentali: perché una truffa online non finisca per gettare ombre su una filiera regolare che svolge un ruolo importante nel recupero dei veicoli e nella disponibilità di ricambi a costi più accessibili.

 


Foto da ufficio stampa ADA

Auto elettriche: operazione verità sui vantaggi economici

Crisi di Hormuz e carburanti alle stelle: si applichi la clausola di salvaguardia nazionale
di Fabio Pressi, presidente di Motus-E
 
Il prevedibile rallentamento delle immatricolazioni elettriche italiane, in un contesto europeo che continua ad accelerare, non fa che aumentare la preoccupazione per l’incertezza in cui rischia di avvitarsi il mercato auto nazionale, da cui l’urgenza di dare a cittadini e industria segnali chiari, che consentano di programmare acquisti e investimenti con serenità e consapevolezza.
Il ritardo sull’elettrico e l’andamento a strappi del mercato, confermato dalla recente corsa all’Ecobonus per i veicoli commerciali, riflette le difficoltà incontrate nella pianificazione di strumenti incentivanti chiari e prevedibili. In quest’ottica, per ridare fiducia e stabilità al mercato, non è più rinviabile almeno una profonda revisione della fiscalità sulle auto aziendali, su cui si è già costituita un’importante convergenza della filiera.
Il comparto delle auto aziendali, oltre a rappresentare un canale di mercato sempre più centrale, si è già dimostrato particolarmente sensibile agli interventi fiscali, come evidenziato dalla riforma dei fringe benefit. Un nuovo segnale a favore di imprese e partite IVA produrrebbe benefici per il mercato, per l’industria e per i tanti cittadini che si rivolgono al mercato dell’usato aziendale.
Parallelamente occorre una grande operazione verità sui vantaggi economici che già oggi centinaia di migliaia di famiglie italiane potrebbero ottenere passando alla mobilità elettrica, di cui milioni di cittadini europei stanno evidentemente già beneficiando. 
 

Foto da ufficio stampa Motus-E