Customer experience e futuro: fondamentale resta l’equilibrio tra tecnologia e relazione umana

Customer experience e futuro: fondamentale resta l'equilibrio tra tecnologia e relazione umana

di Alberto Scaglione, EMEA Automotive & Mobility Lead, Accenture

Il futuro della customer experience nell’automotive si giocherà sulla capacità dei brand non solo di gestire i touchpoint, ma di costruire relazioni continue e rilevanti, semplificando il percorso del cliente e supportando in modo efficace il lavoro della forza vendita. Oggi le persone si trovano ad affrontare processi decisionali sempre più complessi, iniziando online e interagendo in media con oltre 14 punti di contatto tra siti, recensioni e creator.
 
Per circa il 30% dei consumatori il primo confronto avviene tramite l’AI prima ancora che direttamente con il brand. Nonostante ciò continuano a richiedere alle aziende fiducia, coerenza e autenticità lungo tutte le fasi del percorso. La vera sfida per i brand è quindi “vincere nel mid funnel”: diventare desiderabili nel momento della scelta e rendere questa rilevanza scalabile, consistente e attivabile in ogni mercato, canale e punto di contatto.

In questo contesto, AI e omnicanalità diventano leve fondamentali nella costruzione della customer experience moderna. L’omnicanalità rappresenta la base per un’esperienza fluida e coerente, tra online, showroom e relazione umana, riducendo le frizioni lungo il percorso. L’AI amplifica la capacità del brand di ricordare, comprendere e valorizzare ogni interazione – dinamica che come Accenture abbiamo definito con il concetto di “Brand Brain” – offrendo esperienze sempre più coerenti e personalizzate, riducendo l’attrito ed elevando il valore della relazione.
 
Omnicanalità e AI diventano quindi leve chiave di competitività per affermarsi nel mid funnel. Tuttavia, la tecnologia da sola non è sufficiente: se da un lato l’AI può semplificare e rendere più rilevante l’esperienza, dall’altro la fiducia continuerà a nascere dalle persone. Ed è proprio l’equilibrio tra tecnologia e relazione umana, con un approccio ‘human in the lead’, a determinare quali brand saranno davvero rilevanti nel futuro.
 
 

Foto da ufficio stampa Accenture

 

Volante in Alcantara: perché d’estate può fare la differenza

Volante in Alcantara: perché d’estate può fare la differenza

Il volante in Alcantara continua a essere una delle soluzioni più apprezzate sulle auto sportive ad alte prestazioni. Non soltanto per una questione estetica: dietro alla scelta del materiale ci sono caratteristiche che incidono direttamente sul contatto tra il guidatore e la vettura, dal grip alla percezione della temperatura superficiale.

È un aspetto che diventa ancora più evidente nei mesi caldi, quando dopo una lunga esposizione al sole l’abitacolo può raggiungere temperature elevate. In queste condizioni, il materiale può contribuire a offrire una presa più stabile e confortevole, mantenendo una sensazione più uniforme al tatto rispetto ad altre superfici.

 

Perché il volante in Alcantara piace sulle auto sportive

Nel mondo delle vetture ad alte prestazioni il volante è molto più di un semplice comando. È uno dei principali punti di contatto tra uomo e macchina e, proprio per questo, ogni variazione nella presa può influenzare la sensazione di controllo. La texture dell’Alcantara è pensata per offrire un elevato livello di aderenza alle mani. Questo consente di ridurre i piccoli scivolamenti sulla corona del volante e può migliorare la precisione nei movimenti, soprattutto durante una guida più dinamica. Non sorprende quindi che una soluzione nata e sviluppata anche attraverso esperienze legate al motorsport sia stata progressivamente adottata su numerosi modelli stradali ad alte prestazioni.

Il principio è relativamente semplice: una presa più stabile permette al guidatore di compiere correzioni più precise e di percepire con maggiore immediatezza le reazioni dello sterzo.

 

Il vantaggio quando l’abitacolo diventa molto caldo

Durante l’estate, uno degli aspetti più interessanti riguarda il comfort termico. Secondo Alcantara, il materiale offre una percezione più equilibrata delle temperature superficiali. Questo significa che, dopo una lunga esposizione dell’auto al sole, il volante può risultare meno penalizzante al primo contatto rispetto a materiali che tendono a trasmettere maggiormente il calore accumulato.

La caratteristica viene associata anche alla traspirabilità del materiale, un elemento particolarmente importante quando le mani diventano più umide a causa delle temperature elevate. In una situazione di guida sportiva, dove il controllo passa attraverso movimenti rapidi e continui, grip e comfort possono diventare caratteristiche concrete e non semplicemente dettagli estetici.

 

Non solo volante: sedili e cambio completano l’ambiente

Il volante rappresenta probabilmente l’applicazione più immediatamente percepibile dal guidatore, ma Alcantara viene utilizzata anche su sedili, pomelli del cambio e altri elementi dell’abitacolo. Quando più superfici di contatto adottano lo stesso materiale, l’obiettivo è quello di creare un ambiente coerente dal punto di vista tattile, soprattutto sulle vetture progettate per una guida più coinvolgente.

Sui sedili, per esempio, la capacità di limitare lo scivolamento del corpo può diventare utile nelle percorrenze in curva, mentre sul cambio un’impugnatura più stabile mantiene una certa continuità con la sensazione restituita dal volante. È un approccio che spiega perché molti costruttori utilizzino il materiale soprattutto nelle versioni più sportive oppure all’interno di pacchetti dedicati alla performance.

 

Honda Civic Type R, volante completamente rivestito

Tra gli esempi indicati da Alcantara c’è la Honda Civic Type R, uno dei modelli che interpretano in maniera più diretta il concetto di sportiva utilizzabile quotidianamente. Il volante è rivestito integralmente in Alcantara nera e presenta cuciture rosse a contrasto. La lavorazione punta a mantenere una presa uniforme lungo tutta la corona, un elemento coerente con l’impostazione della Type R e con la ricerca di precisione nella guida.

In questo caso anche l’estetica svolge un ruolo importante: il contrasto tra materiale scuro e cuciture rosse richiama immediatamente l’identità sportiva dell’abitacolo.

 

Toyota GR Yaris, grip per la guida più dinamica

Un’altra applicazione riguarda la Toyota GR Yaris, vettura profondamente legata alla filosofia delle competizioni rally. Il volante utilizza Alcantara insieme a cuciture dal carattere sportivo e a unaconfigurazione ergonomica pensata per facilitare il controllo durante le fasi di guida più impegnative. Su una vettura compatta, potente e caratterizzata da reazioni molto rapide, la qualità della presa sul volante acquista un’importanza ancora maggiore.

È proprio su auto di questo tipo che un materiale tecnico può diventare parte integrante dell’esperienza di guida, più che un semplice elemento di personalizzazione.

 

BMW M Performance, Alcantara anche come accessorio

La stessa filosofia viene applicata da BMW M Performance, che propone volanti dedicati disponibili per diversi modelli BMW M e M Performance. In questo caso la corona è completamente rivestita in Alcantara, con lavorazione artigianale, indicatore centrale a ore 12 e cuciture nei colori M. L’indicatore centrale è un dettaglio tipicamente ispirato al mondo delle competizioni e permette al guidatore di riconoscere immediatamente la posizione del volante anche durante le manovre più rapide.

La combinazione tra elementi funzionali e caratterizzazione estetica dimostra come, nell’automotive sportivo, design e prestazioni siano spesso strettamente collegati.

 

Comfort e prestazioni non sono due mondi separati

C’è poi un tema più generale che riguarda l’evoluzione dell’auto sportiva. Per anni comfort e performance sono stati considerati quasi due concetti opposti. Le vetture più estreme accettavano compromessi importanti in nome delle prestazioni. Oggi la situazione è diversa. Anche sulle auto più potenti il guidatore cerca precisione, coinvolgimento e comfort, soprattutto considerando che molti modelli sportivi vengono utilizzati quotidianamente.

Materiali come Alcantara si inseriscono proprio in questo equilibrio. Possono caratterizzare visivamente l’abitacolo, ma allo stesso tempo hanno una funzione legata al contatto, alla presa e alla percezione della vettura. Ed è un aspetto da non sottovalutare in un settore nel quale l’innovazione viene spesso raccontata soltanto attraverso cavalli, batterie, software e sistemi elettronici.

 

La manutenzione resta fondamentale

Come qualsiasi materiale sottoposto a contatto continuo, anche Alcantara richiede una corretta manutenzione. L’azienda sottolinea che una pulizia periodica permette di preservare nel tempo sia l’aspetto sia le caratteristiche funzionali, anche in caso di utilizzo intenso. Il volante è evidentemente una delle superfici maggiormente sollecitate. Sudore, polvere e residui presenti sulle mani possono accumularsi progressivamente sulla corona e modificarne la sensazione al tatto. Una manutenzione regolare diventa quindi parte integrante dell’utilizzo, soprattutto sulle vetture che vengono guidate frequentemente o impiegate anche in pista.

 

Quando il materiale diventa parte dell’esperienza di guida

Nell’era delle auto sempre più digitalizzate, il rapporto fisico tra guidatore e vettura continua ad avere un’importanza difficile da sostituire. Il volante resta il principale punto attraverso cui si percepiscono le reazioni dell’auto, e proprio per questo materiali, ergonomia e dimensioni possono incidere sull’esperienza tanto quanto molte tecnologie elettroniche.

L’utilizzo di Alcantara sulle vetture sportive nasce da questa logica: rendere il contatto più diretto, stabile e piacevole in differenti condizioni climatiche. Un dettaglio apparentemente semplice, quindi, può raccontare bene l’evoluzione dell’automobile contemporanea. Perché prestazione non significa soltanto accelerazione o velocità massima: significa anche permettere al guidatore di sentirsi maggiormente connesso con ciò che sta guidando.

 


Foto da ufficio stampa Alcantara

Patente: solo l’8% degli automobilisti passerebbe oggi la teoria

Patente: solo l’8% degli automobilisti passerebbe oggi la teoria

«Ma chi ti ha dato la patente?». Una battuta pronunciata almeno una volta da quasi ogni automobilista potrebbe nascondere un fondo di verità. Se gli italiani già patentati dovessero affrontare nuovamente l’esame di teoria della patente B, soltanto l’8% riuscirebbe a superarlo rispettando gli stessi criteri adottati nella prova ufficiale. È il risultato più sorprendente dell’analisi realizzata da AutoScout24 ed Egaf Edizioni, con il supporto di CONFARCA e UNASCA, che ha coinvolto oltre 4.000 automobilisti in possesso della patente B da almeno cinque anni.

Un dato apparentemente impietoso, che va però interpretato correttamente: i partecipanti hanno risposto in media in maniera esatta a 15 domande su 20. Non siamo quindi davanti a milioni di automobilisti completamente all’oscuro del Codice della Strada. Il problema è piuttosto un altro: con il passare degli anni alcune nozioni vengono dimenticate, mentre regole e comportamenti evolvono e richiedono aggiornamento.

 

Come è stato realizzato il test sulla patente

La simulazione proposta da AutoScout24 è stata costruita utilizzando 20 domande selezionate tra i quiz convalidati dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti e impiegati negli esami. La prova ufficiale per la patente B comprende invece 30 quesiti e permette al candidato di commettere al massimo tre errori. Per rendere confrontabile la simulazione, è stata mantenuta la stessa proporzione: con 20 domande, per essere considerato promosso l’automobilista non doveva commettere più di due errori. Applicando questo criterio, soltanto l’8% degli oltre 4.000 partecipanti sarebbe riuscito a ottenere la promozione.

La media nazionale di 15 risposte corrette su 20 suggerisce però una lettura meno allarmistica. L’esperienza acquisita guidando non viene cancellata dal risultato di un quiz, ma conoscere perfettamente le regole resta una componente fondamentale della sicurezza stradale.

 

Segnaletica e situazioni stradali mettono in difficoltà i patentati

Tra gli argomenti che hanno generato più errori emergono la segnaletica stradale e la corretta interpretazione delle differenti situazioni che possono verificarsi sulla strada. È probabilmente qui che appare maggiormente la distanza tra esperienza quotidiana e preparazione teorica. Guidando per anni, infatti, molti comportamenti diventano automatici. L’automobilista riconosce una situazione e reagisce sulla base dell’esperienza accumulata, senza necessariamente ricordare la formulazione precisa della norma che la disciplina.

Il problema nasce quando un automatismo consolidato non coincide più perfettamente con la regola oppure quando il Codice della Strada viene modificato. Per questo rimettersi periodicamente alla prova può essere utile anche per chi guida da decenni: la patente certifica una preparazione in un determinato momento, ma la sicurezza richiede aggiornamento continuo.

 

Le regioni dove i patentati ottengono i risultati migliori

La simulazione evidenzia differenze significative anche a livello territoriale. Il Trentino-Alto Adige registra la percentuale maggiore di promossi, con il 12%. Seguono Abruzzo con l’11,9%, Umbria con l’11,7%, Toscana con l’11,2% e Basilicata con l’11,1%. All’estremo opposto della graduatoria troviamo la Calabria, con appena il 3,9% di promossi, e le Marche, ferme al 4,1%. Sardegna e Sicilia raggiungono entrambe il 5,3%.

Curiosamente, il Trentino-Alto Adige presenta contemporaneamente uno dei risultati migliori nella simulazione riservata ai patentati e il tasso più elevato di bocciature tra chi ha realmente affrontato l’esame teorico nel 2025.

 

All’esame vero quattro candidati su dieci vengono bocciati

Superare la teoria, del resto, non è scontato neppure quando ci si prepara appositamente. Nel 2025 sono state 919.868 le persone che hanno sostenuto l’esame teorico per conseguire la patente B. Il 39,7% delle prove non è stato superato. Il tasso più alto di bocciature è stato registrato in Trentino-Alto Adige, con il 43,7%. Liguria, Lazio e Molise raggiungono il 43,4%, mentre la Toscana si attesta al 43,1%.

Numeri che dimostrano quanto la preparazione richiesta per ottenere la patente sia tutt’altro che banale. Ma dopo aver superato la teoria arriva un’altra prova nella quale conoscenza delle regole, capacità di osservazione e controllo della vettura devono funzionare contemporaneamente: l’esame pratico di guida.

 

Incroci e rotonde sono tra gli ostacoli maggiori

La rilevazione effettuata tra le autoscuole associate a CONFARCA e UNASCA permette di individuare anche gli errori che più frequentemente compromettono la prova pratica. Al primo posto troviamo gli incroci, indicati dal 59% delle autoscuole intervistate Seguono, con il 48%, gli elementi e le caratteristiche stradali particolari. In questa categoria rientrano rotonde, passaggi a livello, fermate di autobus e tram, attraversamenti pedonali, gallerie, salite e discese.

Il parcheggio e l’uscita dallo spazio di sosta rappresentano una difficoltà significativa secondo il 41,4% delle autoscuole. Cambiamenti di direzione e corsia raggiungono invece il 31%, la stessa percentuale indicata per sorpassi e superamento degli ostacoli.

 

In città si sbaglia di più

Anche il luogo nel quale si svolge l’esame può cambiare sensibilmente il livello di difficoltà. Secondo il 72% delle autoscuole coinvolte, dimensioni della città, complessità della rete stradale e intensità del traffico incidono molto o abbastanza sul risultato della prova. Il dato più evidente riguarda però l’ambiente urbano. Ben il 93% delle autoscuole considera le strade cittadine, comprese le zone residenziali e quelle con limiti di 30 o 50 km/h, il contesto nel quale i candidati incontrano maggiori difficoltà oppure commettono più errori.

Non sorprende. In città bisogna gestire contemporaneamente segnaletica, pedoni, biciclette, mezzi pubblici, precedenze, incroci, parcheggi e continui cambiamenti delle condizioni del traffico. La velocità può essere inferiore rispetto a una strada extraurbana, ma la quantità di informazioni da elaborare può essere decisamente maggiore.

 

Ansia ed esaminatore possono condizionare la prova

Poi esiste una variabile impossibile da misurare con un semplice quiz: lo stress. Per l’86% delle autoscuole intervistate l’ansia del candidato incide sull’esame pratico. Ancora più alta, il 90%, è la quota che ritiene che l’atteggiamento dell’esaminatore possa influenzare il livello di tensione percepito durante la prova. L’esame di guida diventa quindi anche una verifica della capacità di mantenere lucidità sotto pressione.

Un candidato può conoscere perfettamente una precedenza e aver eseguito decine di volte una determinata manovra durante le lezioni, ma commettere un errore proprio perché si trova sotto osservazione.

 

Rifare il quiz dopo anni può essere utile a tutti

Quel sorprendente 8% di promossi non dovrebbe quindi trasformarsi nell’ennesima occasione per descrivere gli automobilisti italiani come incapaci. Il messaggio più utile è un altro. Guidare per molti anni permette di accumulare esperienza, capacità di prevedere determinate situazioni e una maggiore familiarità con il veicolo. Ma l’esperienza non sostituisce completamente la conoscenza delle norme.

Il Codice della Strada cambia, vengono introdotte nuove regole e anche la mobilità urbana si trasforma. Strade sulle quali oggi convivono automobili, biciclette, monopattini, pedoni e nuove forme di mobilità richiedono attenzione e aggiornamento anche dopo aver ottenuto la patente. Provare nuovamente qualche quiz dopo cinque, dieci o vent’anni può allora diventare qualcosa di più di un gioco. Può servire a individuare quelle regole che eravamo convinti di conoscere e che, magari, abbiamo semplicemente dimenticato. Perché la patente si consegue una volta. Saper guidare bene, invece, è un esercizio che dura tutta la vita.

 


Foto da ufficio stampa Autoscout24

“Automotive World” anno 5: quelle parole di Sergio Marchionne

"Automotive World" anno 5: quelle parole di Sergio Marchionne

Quinto anno per “Automotive World” l’appuntamento online con Massimo Ghenzer, presidente di Areté, e il giornalista Pierluigi Bonora sul canale del magazine “Auto” diretto da Andrea Brambilla.

Continua, dunque, il confronto tra il top manager e il giornalista, promotore di #FORUMAutoMotive, a commento di frasi pronunciate da personaggi di spicco sui problemi del settore.

Il secondo appuntamento verte su una frase pronunciata da Sergio Marchionne, ex CEO di Fca e presidente di Ferrari: “Se si vuole incentivare davvero la mobilità privata bisognerebbe dare un incentivo all’acquisto di qualsiasi mezzo più moderno di quello in possesso e anche nell’usato”.

Flotte aziendali, l’elettrico corre ma i dati restano indietro

Flotte aziendali, l’elettrico corre ma i dati restano indietro

Le flotte aziendali italiane stanno cambiando rapidamente. L’elettrificazione è ormai entrata nelle strategie della grande maggioranza delle imprese, mentre la vera distanza da colmare riguarda soprattutto digitalizzazione, telematica e capacità di trasformare i dati prodotti dai veicoli in informazioni utili. È quanto emerge dalla ricerca realizzata da Best Mobility insieme all’Osservatorio Connected Vehicle & Mobility del Politecnico di Milano, presentata durante la due giorni “Drive the Change: Fleet & Mobility Management”.

Il dato più evidente riguarda l’elettrificazione: l’89% delle aziende coinvolte nello studio possiede già almeno un veicolo elettrico o ibrido plug-in. Sul fronte digitale, però, lo scenario cambia radicalmente, perché appena il 27% utilizza i dati generati dai veicoli connessi attraverso sistemi telematici avanzati. Lo studio ha coinvolto 101 fleet manager, rappresentativi complessivamente di oltre 68.000 veicoli, e fotografa un settore che sta progressivamente superando la tradizionale funzione di gestione operativa del parco auto per diventare una leva strategica legata a sostenibilità, efficienza e innovazione.

 

L’elettrificazione delle flotte è ormai strutturale

Il 64% dei veicoli aziendali utilizza ancora motorizzazioni tradizionali a benzina o diesel, ma la direzione indicata dalle aziende appare chiara. Il 73% del campione prevede infatti di aumentare ulteriormente la presenza di BEV e PHEV nei prossimi dodici mesi, mentre sette organizzazioni su dieci intendono integrare nuovi veicoli alla spina entro il 2027.

Un dato significativo perché dimostra come le flotte aziendali possano rappresentare uno degli strumenti più efficaci per accelerare il rinnovo del parco circolante. Le imprese, per caratteristiche di utilizzo e programmazione dei mezzi, possono infatti adottare le nuove tecnologie più rapidamente rispetto a una parte del mercato privato. La transizione, tuttavia, continua a essere fortemente influenzata anche dalle politiche fiscali. Per il 70% degli intervistati, le nuove aliquote sui fringe benefit rappresentano uno dei principali fattori che stanno spingendo verso l’elettrificazione. Seguono la volontà di ridurre l’impatto ambientale, indicata dal 61% del campione, e l’obiettivo di migliorare la reputazione aziendale, citato dal 51%.

 

Autonomia e ricarica restano i problemi principali

Se l’interesse verso l’auto elettrica cresce, le criticità operative non sono ancora state completamente risolte. Il 55% delle aziende considera l’autonomia delle batterie uno degli elementi più problematici, mentre il 47% segnala un numero insufficiente di infrastrutture pubbliche di ricarica. Ancora più significativa è la questione della distribuzione delle colonnine sul territorio: il 68% degli intervistati considera non uniforme la rete nazionale. Si aggiungono l’aumento dei costi energetici, indicato dal 57% delle aziende, i tempi di ricarica ancora ritenuti troppo lunghi dal 48% e l’indisponibilità delle colonnine perché occupate o fuori servizio, problema indicato dal 47% del campione.

Il costo di acquisto o noleggio dei veicoli elettrici rappresenta invece una criticità per il 37%. Sono numeri che ricordano come l’elettrificazione non possa dipendere soltanto dalle caratteristiche delle automobili. Un veicolo elettrico funziona davvero all’interno di un ecosistema, composto da infrastrutture affidabili, energia disponibile, servizi digitali e una rete di ricarica capace di accompagnare le esigenze operative delle imprese.

 

Il fleet manager cambia ruolo

Anche la figura del fleet manager sta attraversando una trasformazione profonda. Federico Antonio Di Paola, presidente di Best Mobility, ha spiegato che «il settore della gestione delle flotte aziendali sta vivendo una fase di profonda trasformazione, alimentata dai dati generati dai veicoli connessi, dalla crescente digitalizzazione e dalla transizione verso le motorizzazioni elettriche e ibride».

La prospettiva, secondo Di Paola, si sta ampliando dal semplice veicolo alla mobilità complessiva dei dipendenti, con il Mobility Management chiamato a costruire sistemi più efficienti, sostenibili e integrati. È un cambiamento rilevante anche per l’industria automotive. Le flotte non rappresentano più soltanto un importante canale commerciale, ma possono diventare uno dei principali laboratori nei quali sperimentare nuove tecnologie, servizi digitali e modelli di utilizzo dell’automobile.

 

Auto connesse, solo il 27% sfrutta davvero i dati

La parte probabilmente più interessante della ricerca riguarda però la distanza tra disponibilità tecnologica e utilizzo concreto. Le auto connesse sono ormai una realtà consolidata, ma appena il 27% delle imprese utilizza i dati generati dai veicoli della flotta. Tra le funzionalità maggiormente diffuse emergono gli ADAS, presenti nel 61% dei casi, e i sistemi di infotainment, indicati dal 57%. La gestione remota dei veicoli, la navigazione aggiornata in tempo reale e le piattaforme dedicate a manutenzione e diagnostica raggiungono invece il 39%.

Le aziende che puntano sulla connettività lo fanno soprattutto per migliorare la sicurezza dei dipendenti e ottimizzare consumi energetici e carburante: entrambe le motivazioni vengono indicate dal 45% del campione. Il 36% punta invece sullo sviluppo di servizi di manutenzione predittiva. Il nodo resta la capacità di elaborare tutte queste informazioni. Soltanto il 30% delle organizzazioni riesce oggi a trasformare i dati raccolti in strumenti concretamente utilizzabili nelle decisioni aziendali.

Ed è probabilmente qui che si giocherà una parte importante della competizione nei prossimi anni. Avere automobili capaci di produrre enormi quantità di informazioni serve relativamente poco se poi quelle informazioni rimangono inutilizzate.

 

L’intelligenza artificiale entra nella gestione delle flotte

Proprio l’elaborazione dei dati potrebbe accelerare l’ingresso dell’intelligenza artificiale nel Fleet Management. Il 20% delle aziende coinvolte nello studio ha già introdotto specifiche applicazioni di AI oppure ne sta valutando l’adozione, mentre un ulteriore 30% prevede investimenti nei prossimi due anni. Le applicazioni più diffuse riguardano dashboard avanzate per l’analisi operativa, citate dal 47% del campione, il monitoraggio dei consumi energetici, al 30%, e la manutenzione predittiva, al 28%.

L’AI può inoltre intervenire nell’ottimizzazione dei percorsi, nella rilevazione delle anomalie e nello sviluppo di sistemi evoluti per la prevenzione delle collisioni. Giulio Salvadori, direttore dell’Osservatorio Connected Vehicle & Mobility, ha sottolineato come il Fleet Management stia affrontando «una rivoluzione strutturale che va oltre il rinnovo delle flotte aziendali». Secondo Salvadori, in uno scenario nel quale la tecnologia passa da semplice supporto a elemento centrale della strategia aziendale, la sfida sarà «costruire un ecosistema efficiente, sicuro e integrato, in cui connettività e Intelligenza Artificiale possono generare valore concreto».

 

Più connettività significa anche maggiore attenzione alla sicurezza

Più dati e più connessioni significano però anche nuovi rischi. Su questo fronte la ricerca evidenzia un elemento particolarmente delicato: soltanto il 5% delle aziende dispone di programmi di cybersecurity specificamente progettati per il Fleet Management. Una percentuale che appare ancora limitata considerando la crescente quantità di informazioni generate dalle automobili e la progressiva integrazione dei veicoli nei sistemi informatici aziendali.

La sicurezza informatica dovrà quindi crescere parallelamente alla diffusione della telematica. Perché l’auto connessa può migliorare efficienza, manutenzione e sicurezza, ma ha bisogno di infrastrutture digitali altrettanto solide.

 

Gli investimenti dei prossimi cinque anni

Le intenzioni delle imprese mostrano comunque una direzione precisa. Nei prossimi cinque anni, il 34% delle aziende prevede investimenti nell’acquisizione di nuove tipologie di veicoli, il 33% punta sullo sviluppo di servizi IT e tecnologici, mentre il 24% intende potenziare telematica e connettività. Numeri che dimostrano come la trasformazione delle flotte non riguardi soltanto la sostituzione di un motore termico con una batteria.

Il vero salto riguarda l’intero sistema di gestione dell’automobile aziendale: energia, dati, software, sicurezza, intelligenza artificiale e organizzazione degli spostamenti stanno diventando parti dello stesso ecosistema.

 

La transizione non si fa soltanto cambiando motore

Durante “Drive the Change” il confronto è proseguito anche sul campo, con workshop, momenti formativi e prove organizzate presso il Centro Guida Sicura ACI SARA di Lainate (Milano). Il coinvolgimento di esperti, aziende e rappresentanti del settore automotive ha permesso di affrontare in modo concreto temi come sicurezza, telematica, elettrificazione e nuove tecnologie per la gestione delle flotte. Ed è forse proprio questo il punto centrale indicato dalla ricerca. La transizione della mobilità aziendale non può essere ridotta alla sola scelta della motorizzazione.

Il fatto che quasi nove aziende su dieci abbiano già introdotto vetture elettriche o plug-inracconta un cambiamento ormai avviato. Ma il dato del 27% sull’utilizzo delle informazioni prodotte dalle auto connesse dimostra quanto potenziale rimanga ancora da sfruttare. Per l’automotive è una sfida, ma anche un’opportunità importante. L’auto del futuro non sarà soltanto più elettrificata: dovrà essere sempre più integrata con infrastrutture, servizi e sistemi aziendali. Ed è proprio nella capacità di trasformare la tecnologia in valore concreto che si giocherà la prossima fase dell’evoluzione delle flotte.

 

 


Foto da ufficio stampa Best Mobility

L’auto in Europa: ricalibrazione traumatica dell’industria in corso

L'auto in Europa: ricalibrazione traumatica dell'industria in corso

di Dario Duse, EMEA Leader Automotive & Industrial di AlixPartners 

Il 2026 rappresenta un anno di transizione critica per l’industria automobilistica globale. Sebbene affrontiamo una contrazione nei volumi, i dati indicano una stabilizzazione temporanea verso la fine del decennio. La vera sfida non è solo il calore dei volumi, ma la crescente competizione e la rapidità con cui i mercati e le dinamiche competitive si stanno trasformando e regionalizzando, in un contesto dove l’impalcatura normativa si stratifica anziché semplificarsi, e dove alcune buone idee stentano a trasformarsi in decisioni, azioni e supporto finanziario.

Il modello dei “nuovi” cinesi – agile, veloce ed efficiente – è sotto la pressione di un mercato interno in involuzione che amplifica la spinta verso nuovi sbocchi fuori dal mercato domestico: ci aspettano circa 10 milioni di veicoli esportati dalla Cina quest’anno (+41%), in aggiunta a localizzazioni produttive di cinesi all’estero che si triplicheranno nei prossimi 5 anni arrivando a 3,4 milioni di unità e una serie di partnership tecnologiche e produttive con giocatori occidentali – che ha alla base una competitività di costo irraggiungibile per gli occidentali – è anche complesso da replicare negli altri fattori chiave: gli occidentali, oltre a trasformarsi internamente dovrà anche costruire un mutato ecosistema di partner e fornitori, il tutto in un contesto sommerso da norme che si muove con notevole ritardo.

Stiamo assistendo a una ricalibrazione traumatica dell’industria europea. Nel contesto attuale, il reimpiego o la cessione di capacità non è un’opzione per gli OEM europei, ma un obbligo. Il mercato automobilistico tradizionale non tornerà ai volumi pre-crisi nei prossimi dieci anni.

 


Foto da ufficio stampa ALIXPARTNERS

Mazzoleni (Autotorino): tra i 50 architetti dell’innovazione in Italia

Mazzoleni (Autotorino): tra i 50 architetti dell’innovazione in Italia

Simone Mazzoleni, Chief Technology and Innovation Officer e Direttore Sviluppo e Innovazione di Autotorino, è stato inserito da “Forbes Italia” tra i 50 principali “architetti dell’innovazione” in Italia. Un riconoscimento che premia un percorso iniziato oltre vent’anni fa e che assume un significato particolare per il settore automotive: Mazzoleni è infatti l’unico rappresentante di un’azienda automobilistica presente nella selezione. Il riconoscimento valorizza il lavoro svolto da Autotorino nella trasformazione digitale, nell’integrazione dei sistemi, nella gestione strutturata dei dati e nell’introduzione di soluzioni basate sull’Intelligenza Artificiale.Temi che stanno diventando sempre più centrali anche nella distribuzione automobilistica, dove tecnologia e capacità di interpretare i dati incidono ormai direttamente sull’efficienza delle reti e sulla qualità del rapporto con il cliente.

 

Vent’anni di innovazione in Autotorino

Originario di Sondrio e presente in Autotorino da oltre vent’anni, Mazzoleni coordina oggi un team composto da 25 professionisti impegnati nello sviluppo di soluzioni digitali, nell’integrazione dei sistemi e nell’evoluzione dei processi aziendali. Il lavoro svolto nel tempo ha portato alla costruzione di un ecosistema digitale integrato e scalabile, nel quale i dati vengono utilizzati sia per supportare le decisioni strategiche sia per migliorare l’operatività quotidiana delle filiali. L’obiettivo è mettere in relazione piattaforme interne, partner e servizi digitali rivolti al cliente, rendendo più efficienti i processi senza perdere di vista il rapporto umano che rimane centrale nella vendita e nell’assistenza automobilistica.

È un passaggio importante perché dimostra come l’innovazione nel settore auto non riguardi soltanto il prodotto. Mentre le vetture diventano sempre più connesse e software-defined, anche il sistema che le vende, le gestisce e le assiste deve necessariamente evolvere.

 

Intelligenza Artificiale e dati entrano nelle concessionarie

Tra gli strumenti sviluppati da Autotorino figurano applicazioni di Business Intelligence, sistemi di analisi dei dati e modelli predittivi basati sull’Intelligenza Artificiale. Queste tecnologie vengono utilizzate per interpretare l’andamento del mercato, ottimizzare le performance operative e supportare l’evoluzione dell’offerta. L’AI, dunque, non viene applicata soltanto all’interno dell’automobile attraverso ADAS, assistenti virtuali o sistemi di gestione dell’energia. Sta entrando anche nei processi industriali e commerciali che accompagnano l’intero ciclo di vita del veicolo.

Per i grandi dealer significa poter comprendere con maggiore precisione la domanda, organizzare gli stock, prevedere determinati comportamenti del mercato e migliorare la gestione delle attività interne.

 

«Un premio al lavoro di squadra»

«Ho accolto con emozione questo riconoscimento, che considero prima di tutto un premio al lavoro di squadra e alla cultura dell’innovazione caratteristica di Autotorino», ha commentato Simone Mazzoleni. Il manager ha ricordato come il percorso di digitalizzazione dell’azienda sia iniziato oltre vent’anni fa. «La sfida ora è far evolvere i nostri ecosistemi digitali nel mondo dell’intelligenza artificiale, mantenendo sempre al centro il cliente e le persone che lavorano con noi».

Un concetto tutt’altro che secondario. L’adozione dell’Intelligenza Artificiale nell’automotive viene spesso raccontata come un processo destinato automaticamente a sostituire attività umane. Nella distribuzione automobilistica, invece, la sfida sembra essere soprattutto quella di utilizzare la tecnologia per aumentare efficienza e qualità del servizio, lasciando alle persone le funzioni dove esperienza, relazione e capacità di interpretazione restano decisive.

 

Una trasformazione iniziata già nei primi anni Duemila

Autotorino aveva iniziato a investire nella digitalizzazione e nei modelli organizzativi avanzati già nei primi anni Duemila, quando molti degli strumenti che oggi rappresentano uno standard erano ancora poco diffusi nella distribuzione automotive. Nel corso degli anni l’azienda ha progressivamente introdotto nuove soluzioni tecnologiche, sviluppate anche attraverso collaborazioni con Atenei e partner specializzati.

Negli ultimi dieci anni hanno assunto particolare importanza le applicazioni di analisi predittiva basate sull’AI, utilizzate per anticipare alcune dinamiche del mercato e migliorare le performance operative. Una strategia che sottolinea quanto il mestiere del concessionario stia cambiando. Le dimensioni raggiunte dai principali gruppi impongono infatti modelli gestionali sempre più simili a quelli di grandi realtà industriali e tecnologiche.

 

Autotorino investe 15 milioni nella tecnologia

Il percorso dovrebbe proseguire nei prossimi anni. Nel piano di investimenti previsto tra il 2025 e il 2029, Autotorino ha destinato 15 milioni di euro allo sviluppo tecnologico, con l’obiettivo di realizzare strumenti a supporto degli oltre 3.400 collaboratori e sviluppare servizi legati ai nuovi scenari della mobilità. L’investimento riguarda quindi non soltanto la digitalizzazione delle procedure interne, ma anche l’evoluzione del rapporto con automobilisti e aziende.

L’esperienza d’acquisto sta infatti diventando sempre più ibrida. Il cliente può iniziare la ricerca dell’automobile online, confrontare modelli e prezzi attraverso piattaforme digitali e concludere successivamente il percorso in concessionaria. Il punto vendita fisico non scompare: cambia funzione e si integra con il digitale.

 

Il concessionario diventa una piattaforma di servizi

È probabilmente questo uno degli aspetti più interessanti della trasformazione in corso. Il settore automotive sta passando progressivamente da una logica basata quasi esclusivamente sulla vendita del prodotto a un modello nel quale diventano centrali servizi, finanziamenti, assistenza, gestione digitale, mobilità e relazione continuativa con il cliente. In questo scenario, i grandi dealer devono essere in grado di gestire enormi quantità di informazioni e collegare realtà differenti: costruttori, filiali, officine, sistemi finanziari, assicurazioni, piattaforme web e clienti. La tecnologia diventa così un’infrastruttura invisibile ma fondamentale.

Ed è proprio questo modello a essere rappresentato dal percorso di Mazzoleni: innovare non significa necessariamente sostituire il sistema tradizionale della distribuzione automobilistica, ma renderlo più efficiente attraverso nuovi strumenti.

 

Autotorino supera 82.000 auto vendute

Il riconoscimento arriva all’interno di una realtà che ha raggiunto dimensioni rilevanti nel panorama europeo della distribuzione automobilistica. Autotorino conta 75 sedi e circa 3.400 collaboratori e, secondo la ICDP 2025 European Biggest Dealers’ Guide, occupa il 23° posto in Europa per fatturato tra i grandi dealer. Nel 2025 il gruppo ha consuntivato oltre 82.000 vetture vendute tra nuovo e usato, considerando le attività in Italia e Polonia, con un fatturato pari a 2,85 miliardi di euro.

La rete rappresenta 11 gruppi automobilistici e opera attraverso concessionarie distribuite in 24 province e sei regioni italiane: Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Veneto e Lazio. A queste si aggiunge la presenza internazionale attraverso una filiale a Varsavia.

 

L’innovazione automotive non passa soltanto dall’auto

La presenza di Simone Mazzoleni nella selezione di “Forbes Italia” offre anche uno spunto più ampio sull’evoluzione del settore. Quando si parla di innovazione automotive, l’attenzione viene inevitabilmente concentrata su elettrificazione, batterie, guida autonoma, software e nuovi modelli. Ma intorno all’automobile esiste una filiera molto più grande, composta da migliaia di imprese chiamate a trasformarsi con la stessa velocità dei costruttori.

Concessionarie e dealer sono una parte essenziale di questo sistema. Sono il punto nel quale l’innovazione industriale incontra concretamente l’automobilista. Per questo la digitalizzazione della distribuzione non rappresenta un fenomeno secondario, ma uno dei passaggi necessari per accompagnare la trasformazione dell’intero settore. La vera sfida sarà trovare il giusto equilibrio tra tecnologia, efficienza e rapporto umano. Perché anche nell’era dell’Intelligenza Artificiale, scegliere un’auto continua a essere una decisione complessa, economica ma anche emotiva, nella quale competenza e fiducia rimangono elementi difficilmente sostituibili.

 


Foto da ufficio stampa Autotorino

Auto vandalizzate: danni record per 792 milioni

Auto vandalizzate: danni record per 792 milioni

I vandalismi sulle auto sono diventati una delle ferite più visibili della mobilità urbana italiana. Non si tratta più soltanto del classico graffio sulla fiancata o dello specchietto rotto durante una notte qualunque: il fenomeno ha assunto dimensioni economiche rilevanti, con un impatto diretto sugli automobilisti, sulle assicurazioni e, più in generale, sul rapporto tra cittadini e spazio pubblico.

Secondo i dati ANIA citati nell’analisi pubblicata sul numero di maggio di “Quattroruote”, nel 2024 il costo complessivo dei risarcimenti per atti vandalici ha raggiunto 792 milioni di euro. Una cifra che racconta meglio di molte parole quanto il problema sia ormai strutturale. A questa fotografia si aggiunge la stima di Facile.it, secondo cui nello stesso anno sarebbero state 4,3 milioni le auto colpite da danneggiamenti.

 

Un danno che pesa sugli automobilisti

Il vandalismo contro le auto in sosta colpisce soprattutto chi usa la vettura ogni giorno e non sempre può permettersi un garage o un posto protetto. Nelle grandi città, lasciare l’auto in strada è spesso una necessità, non una scelta. Per questo il danno non è solo economico: è anche sociale, perché scarica sul singolo automobilista il costo di un degrado che riguarda l’intera collettività.

I casi più frequenti vanno dai graffi sulla carrozzeria alla rottura di vetri, fari e specchietti. In altri episodi, però, si arriva a danneggiamenti più pesanti e mirati, con incisioni profonde o interventi tali da rendere necessaria una riparazione complessa.

“Quattroruote” evidenzia come il costo medio per sistemare un graffio possa aggirarsi attorno ai 1.500 euro, ma la cifra può salire rapidamente quando l’auto ha vernici speciali, sensori o sistemi di assistenza alla guida. Gli ADAS, ormai sempre più diffusi anche su modelli di fascia media, rendono alcune riparazioni più delicate e costose, perché richiedono calibrazioni e controlli specifici.

 

Social e imitazione, la nuova faccia del vandalismo

A preoccupare non è soltanto la quantità dei danni, ma anche l’evoluzione delle modalità. Secondo l’analisi, una parte degli episodi sarebbe legata a dinamiche di emulazione e ricerca di visibilità sui social network. In alcuni casi, il danneggiamento dell’auto diventa contenuto, prova da filmare, gesto da condividere.

È un passaggio inquietante: l’auto parcheggiata non è più solo un bene privato lasciato temporaneamente nello spazio pubblico, ma può diventare il bersaglio casuale di una logica di spettacolarizzazione. Qui il settore automotive va difeso con chiarezza. L’automobile viene spesso raccontata come un problema urbano, ma per milioni di italiani resta uno strumento indispensabile per lavorare, muoversi, accompagnare i figli, raggiungere luoghi non serviti dal trasporto pubblico.

Colpire un’auto in sosta significa danneggiare una persona, non un oggetto astratto. E significa colpire un bene che, nella maggior parte dei casi, richiede sacrifici economici importanti.

 

Milano, Roma e Torino tra le città più colpite

Le città più interessate dal fenomeno, secondo quanto riportato da Quattroruote, sono Milano, Roma e Torino. Non sorprende: sono grandi aree urbane, con forte densità di veicoli, spazi di sosta limitati, elevata esposizione delle auto in strada e una pressione quotidiana sullo spazio pubblico.

Il tema, però, non può essere ridotto a una semplice questione metropolitana. Il vandalismo sulle auto è anche il segnale di una perdita di responsabilità collettiva. Se un veicolo parcheggiato viene percepito come qualcosa di anonimo, impersonale, quasi disponibile all’offesa, significa che si è indebolito il rispetto minimo per ciò che appartiene agli altri.

In questo senso, il problema non riguarda solo assicurazioni e carrozzerie. Riguarda il modo in cui le città vengono vissute, sorvegliate, curate. Riguarda la sicurezza percepita e la fiducia dei cittadini.

 

Denunce poche, risarcimenti difficili

Uno degli aspetti più critici è la parte sommersa del fenomeno. Secondo quanto evidenziato dall’Istat, solo una quota minima degli episodi viene denunciata. Le ragioni sono comprensibili: spesso mancano testimoni, telecamere, elementi utili per identificare il responsabile. Molti automobilisti rinunciano in partenza, soprattutto quando il danno sembra inferiore alla fatica burocratica necessaria per procedere.

Anche quando la denuncia viene presentata, ottenere un risarcimento diretto dal responsabile resta raro. Il risultato è un circolo vizioso: il danneggiamento viene subito, il costo viene assorbito dal proprietario o dall’assicurazione, mentre la percezione di impunità cresce.

È un nodo che merita una riflessione seria. Se il danno resta senza conseguenze, il messaggio sociale diventa pericoloso: l’auto privata, soprattutto se parcheggiata in strada, appare vulnerabile e poco tutelata.

 

Assicurazioni, costi e responsabilità

Il boom dei vandalismi sulle auto porta con sé anche un tema assicurativo. Le polizze che coprono gli atti vandalici possono rappresentare una tutela importante, ma non tutti gli automobilisti le sottoscrivono. Il costo dell’assicurazione, già percepito come elevato da molte famiglie, rende spesso questa copertura una scelta rimandata o esclusa.

Eppure i numeri del 2024 mostrano che il rischio è concreto. Il punto non è alimentare paura, ma prendere atto di una trasformazione: nelle città più esposte, la protezione dell’auto non può essere considerata un dettaglio secondario.

Allo stesso tempo, non si può pensare che la risposta sia soltanto individuale. Videosorveglianza, illuminazione, presidio del territorio e certezza delle conseguenze sono strumenti essenziali per ridurre il fenomeno. L’automobilista non può essere lasciato solo davanti a un problema che nasce nello spazio pubblico.

 

Perché il settore auto non va criminalizzato

Il dato sui vandalismi arriva in un momento in cui l’automobile è spesso al centro di un racconto critico: traffico, emissioni, parcheggi, costi ambientali. Tutti temi reali, che meritano attenzione. Ma c’è una differenza sostanziale tra discutere il futuro della mobilità e trasformare l’auto in un bersaglio simbolico.

Il settore automotive sta affrontando una delle transizioni più complesse della sua storia: elettrificazione, sicurezza, digitalizzazione, nuove normative, costi industriali crescenti. In questo quadro, continuare a colpire l’auto come se fosse un nemico urbano non aiuta nessuno.

Difendere l’auto non significa negare la necessità di città più ordinate e sostenibili. Significa ricordare che la mobilità privata resta parte fondamentale della vita italiana e che ogni veicolo danneggiato rappresenta un danno concreto per una persona, una famiglia, un lavoratore.

 

Un problema di sicurezza urbana

Il tema dei vandalismi sulle auto dovrebbe entrare con più forza nel dibattito sulla sicurezza urbana. Non perché sia più grave di altri reati, ma perché è diffuso, costoso e percepito come inevitabile. Proprio questa rassegnazione è il problema.

Quando un automobilista trova la fiancata rigata o il vetro rotto, spesso sa già che difficilmente qualcuno pagherà per quel danno. Questa sensazione di impotenza alimenta sfiducia, spinge a cercare soluzioni individuali e indebolisce il rapporto con le istituzioni.

Il dato dei 792 milioni di euro deve quindi essere letto come un campanello d’allarme. Non è solo una cifra assicurativa: è il valore economico di un disagio quotidiano che continua a crescere.

 


Foto da ufficio stampa ANIA

Manifattura automotive in Italia: come sarà tra 10 anni?

Bene difendere il clima: al tempo stesso si tuteli la capacità produttiva

di Domenico De Rosa, CEO del Gruppo SMET

 
Fermiamoci un momento su questi numeri. Vale la pena farlo, perché a settembre dovremo tornare più determinati di prima a fare finalmente Impresa con la maiuscola. Stiamo smarrendo la capacità manifatturiera del Paese. E l’automobile è il segnale più evidente. I numeri della produzione italiana raccontano una traiettoria che, secondo me, non può più essere letta come una semplice fase congiunturale.

Nei primi sette mesi del 2017, l’Italia produceva circa 477 mila autovetture. Nel 2024 siamo scesi a poco più di 225 mila. Nel 2025 a circa 152 mila. Il 2026 mostra un recupero, ma parte da un livello eccezionalmente basso.

A mio avviso il problema vero è questo. Stiamo perdendo capacità produttiva, competenze, volumi e peso industriale proprio in uno dei settori che storicamente ha trascinato manifattura, componentistica, ricerca, occupazione e logistica. Da operatore della logistica automotive lo vedo anche attraverso i flussi. Quando diminuiscono i veicoli prodotti, non si riduce soltanto l’attività delle fabbriche. Si muove meno componentistica, diminuiscono i trasporti, cala il lavoro nei piazzali, nei porti, nei terminal ferroviari e nell’intera catena dei fornitori.

È da tempo che sosteniamo che l’Europa abbia commesso un errore nel confondere la transizione ambientale con l’imposizione di una sola tecnologia. Gli incentivi all’elettrico hanno sostenuto la domanda senza garantire che quella domanda alimentasse la produzione europea. Nel frattempo la Cina ha costruito capacità industriale, batterie, tecnologia e volumi.

Secondo la mia esperienza, un Paese che perde la propria manifattura perde molto più di qualche punto di produzione. Perde autonomia industriale, competenze difficili da ricostruire e capacità di generare lavoro qualificato. La transizione deve continuare, ma servono neutralità tecnologica, energia competitiva, investimenti produttivi e politiche che riportino la fabbrica al centro delle decisioni europee.

Il recupero del 2026 è positivo. Ma non dobbiamo confondere un rimbalzo dal minimo con una vera inversione di tendenza. La domanda che dobbiamo porci è molto semplice. Tra dieci anni vogliamo ancora produrre automobili in Italia oppure limitarci a comprarle, trasportarle e distribuirle dopo che saranno state costruite altrove?

 

Domenico De Rosa – Foto da ufficio stampa SMET Group

Microcar: cosa sono, chi può guidarle, perché convengono

Microcar: cosa sono, chi può guidarle, perché convengono

Le microcar stanno conquistando uno spazio sempre più importante nella mobilità urbana italiana. Non sono più semplici veicoli spartani pensati per spostamenti brevi, ma mezzi compatti, tecnologici e sempre più vicini, per comfort e dotazioni, alle tradizionali city car. Il documento Ligier dedicato al settore sottolinea come il mercato dei quadricicli sia in crescita sia nelle versioni elettriche sia in quelle Diesel, con un pubblico che va dai giovanissimi ai professionisti metropolitani.

Il punto di forza resta l’accessibilità: i quadricicli leggeri possono essere guidati già a 14 anni, mentre per quelli più performanti l’età minima sale a 16. Ma attorno alle microcar ruota oggi molto di più: sicurezza, connettività, consumi contenuti, capacità di carico e possibilità di scegliere tra motorizzazioni termiche ed elettriche.

 

Che cosa sono davvero le microcar

Dal punto di vista normativo, le microcar rientrano nella categoria dei quadricicli e vengono suddivise principalmente in due gruppi: L6e e L7e. I quadricicli leggeri L6e sono equiparabili ai ciclomotori da 50 cc e hanno una velocità massima limitata a 45 km/h. Possono essere guidati a partire dai 14 anni con patente AM. I quadricicli pesanti L7e sono invece più prestazionali, possono raggiungere velocità superiori e richiedono la patente B1 a partire dai 16 anni. Il documento Ligier indica per questi ultimi una velocità massima fino a 90 km/h. .

Questa distinzione è fondamentale perché determina non soltanto prestazioni e velocità, ma anche il tipo di utilizzo che si può fare del veicolo.

 

Dai 14 anni al volante, ma con regole precise

L’accessibilità rappresenta uno dei motivi principali della diffusione delle microcar. Un ragazzo di 14 anni può guidare un quadriciclo leggero L6e dopo aver conseguito la patente AM. Per un L7e serve invece avere almeno 16 anni e la patente B1. Anche il trasporto del passeggero è regolamentato: secondo quanto riportato nel documento, è consentito a partire dal compimento dei 16 anni da parte del conducente.

Si tratta quindi di veicoli che permettono una mobilità individuale anticipata rispetto all’automobile tradizionale, ma che richiedono comunque formazione, responsabilità e rispetto delle norme stradali.

 

Sicurezza, le microcar moderne cambiano approccio

Uno dei pregiudizi più radicati riguarda la sicurezza. Le microcar di nuova generazione cercano di superare l’immagine del quadriciclo fragile attraverso soluzioni costruttive sempre più evolute. Ligier, ad esempio, indica l’utilizzo di telai in alluminio con rinforzi strutturali, sospensioni MacPherson e sistemi frenanti con quattro dischi.

Sulla JS50 vengono citati quattro freni a disco di serie, con dischi anteriori da 220 mm e posteriori da 180 mm. Naturalmente una microcar resta un veicolo con caratteristiche dimensionali e strutturali differenti rispetto a una normale automobile. Ma il salto tecnologico rispetto alle generazioni precedenti è evidente e dimostra come il comparto abbia investito molto nella qualità costruttiva.

 

Comfort e tecnologia sempre più simili a una city car

Il secondo grande cambiamento riguarda l’abitacolo. Le microcar moderne offrono dotazioni che fino a pochi anni fa sarebbero state difficili da immaginare in questa categoria: touchscreen da 10 pollici, Apple CarPlay, Android Auto, aria condizionata, telecamera posteriore e prese USB-C.

Sui modelli Ligier vengono citati anche impianti audio evoluti, sedili avvolgenti e finiture con cuciture a contrasto. La JS50 dispone inoltre di un doppio tergicristallo capace, secondo il costruttore, di pulire l’85% della superficie del parabrezza. Sono dettagli che aiutano a comprendere come il concetto di microcar stia cambiando: non più un mezzo essenziale e minimale, ma un piccolo veicolo pensato per offrire un’esperienza più vicina a quella automobilistica tradizionale.

 

Diesel o elettrica, la scelta dipende dall’uso

Uno dei punti più interessanti del mercato attuale è la presenza di motorizzazioni Diesel ed elettriche. Per chi privilegia autonomia e semplicità di rifornimento, i nuovi Diesel Euro 5+ rappresentano ancora una soluzione concreta. Il motore REVO D+ citato da Ligier dichiara consumi nell’ordine di circa 3 litri per 100 km. Con un serbatoio da 17 litri, l’autonomia teorica può superare i 500 km.

Sul fronte elettrico, invece, il documento indica autonomie fino a 192 km nel ciclo WMTC, con una ricarica completa in circa sei ore utilizzando una normale presa domestica. La scelta tra termico ed elettrico dipende quindi soprattutto dall’utilizzo reale: percorrenze, disponibilità di ricarica e tipo di spostamenti quotidiani.

 

Microcar, quanto spazio c’è davvero

Le dimensioni compatte fanno pensare inevitabilmente a capacità di carico ridotte. Ma non è sempre così. La Ligier Myli MAX utilizza il sistema FLEX-IT, che permette di abbattere completamente il sedile del passeggero e ottenere fino a 1,2 metri cubi di volume di carico, con una lunghezza utile di circa 1,5 metri. La JS50 offre invece un bagagliaio dichiarato da 471 litri.

Sono valori che rendono queste vetture adatte non soltanto agli spostamenti individuali, ma anche a utilizzi quotidiani più completi, dalla spesa fino al trasporto di attrezzature sportive.

 

Dimensioni compatte, un vantaggio soprattutto in città

Una delle caratteristiche che continua a rendere le microcar particolarmente interessanti è l’ingombro. La Ligier JS50 misura 2,97 metri di lunghezza, una dimensione che permette di muoversi con facilità nelle aree urbane congestionate e soprattutto ditrovare parcheggio più facilmente rispetto a una vettura tradizionale.

È proprio nelle città che questi veicoli mostrano il loro lato più razionale. Meno spazio occupato, consumi ridotti e facilità di manovra rappresentano vantaggi concreti in un contesto nel quale parcheggi e spazio stradale sono sempre più preziosi. L’auto urbana, del resto, non deve necessariamente essere grande per essere utile.

 

Quanto costano le microcar

Il documento Ligier riporta prezzi che permettono di capire meglio il posizionamento della categoria. La gamma Myli LAB parte da 12.849 euro per la versione Diesel e da 16.499 euro per l’elettrica in configurazione L7e. La JS50 parte invece da 15.490 euro in versione Diesel, mentre la variante elettrica L6e viene indicata a 16.690 euro. Per la versione elettrica L7e il prezzo sale a 16.990 euro.

Non si tratta quindi necessariamente di veicoli economici in senso assoluto. Il vantaggio va valutato considerando costi di gestione, consumi, facilità di parcheggio e tipo di utilizzo.

 

Il valore dell’usato può diventare un elemento decisivo

Un altro aspetto interessante riguarda la tenuta del valore nel tempo. Secondo quanto riportato nel documento, il mercato dell’usato delle microcar è particolarmente attivo e i modelli di seconda mano risultano molto ricercati. A titolo di esempio, Ligier stima che una Myli acquistata oggi a 12.849 euro possa mantenere dopo quattro anni almeno il 50% del proprio valore iniziale.

È un dato fornito dal costruttore e va quindi letto come indicazione commerciale, ma mette in evidenza un tema importante: se il valore residuo rimane elevato, il costo reale di utilizzo nel medio periodo può risultare più competitivo di quanto suggerisca il solo prezzo di acquisto.

 

Perché le microcar stanno diventando una vera alternativa

Il successo crescente delle microcar racconta soprattutto un cambiamento nel concetto di mobilità.

Non tutti hanno bisogno di un’auto lunga quattro o cinque metri per percorrere pochi chilometri al giorno. Non tutti devono affrontare continuamente autostrade o lunghe percorrenze. E soprattutto nelle città, dimensioni contenute ed efficienza possono diventare più importanti delle prestazioni assolute.

La diffusione di modelli connessi, confortevoli, disponibili anche in versione elettrica e dotati di capacità di carico ormai interessanti dimostra che questo segmento sta maturando rapidamente. Resta però essenziale evitare confronti impropri: una microcar non sostituisce necessariamente un’automobile tradizionale in ogni scenario. Può invece rappresentare una soluzione molto efficace quando l’utilizzo quotidiano coincide con le sue caratteristiche.

Ed è forse proprio questa la ragione principale della crescita del settore: non vuole essere l’auto per tutti, ma può diventare il veicolo giusto per esigenze molto precise.

 


Myli Max_Graphite Gray_Revo D+ – Foto da ufficio stampa Ligier