di Emanuele Cordone, Partner Automotive Industrial di AlixPartners
Il dato sulla crescita dei brand cinesi in Italia è il sintomo di un fenomeno strutturale: la torta non cresce, cambiano le quote. E non si tratta più solo dei costruttori. In Europa stanno arrivando anche i fornitori cinesi, abituati a operare in patria sotto una pressione di prezzo estrema e con un modello operativo super-lean che fa dell’AI una leva di accelerazione dello sviluppo prodotto: tra il 2022 e il 2028 sono annunciati 19 nuovi stabilimenti di fornitori cinesi in Europa, a fronte di una riduzione di 36 impianti tra i fornitori europei.
È certamente una minaccia, ma anche un’opportunità di riconversione di capacità non utilizzata, che può passare sotto nuova proprietà e compiere un salto tecnologico. Non si tratta solo di fabbriche di batterie, ma anche elettronica, chassis, pneumatici. L’ambizione europea di poter recuperare il terreno perso per alcuni componenti e tecnologie attraverso un Industrial Acceleration Act con principi anche condivisibili, ma senza un adeguato supporto resta una pia illusione: i cinesi – che non peccano per lentezza – hanno ricevuto sussidi e contributi pubblici per oltre 220 miliardi di dollari e hanno costruito il loro attuale vantaggio in 15 anni. Pensare di recuperare in qualche mese, con la velocità cinese in ulteriore aumento e senza massicci sostegni finanziari, è semplicemente irrealistico.

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