L’auto in Italia: manca la fiducia, acquisti posticipati

Roma, ZTL a pagamento per le auto elettriche: un vero disincentivo alla transizione

di Roberto Pietrantonio, presidente di UNRAE

Il mercato italiano dell’auto si muove, ma resta prigioniero della fragilità del contesto: senza un quadro stabile e prevedibile, la domanda si sospende. Oggi il vero nodo è la fiducia: famiglie e imprese rinviano le decisioni perché il quadro cambia più velocemente delle loro certezze.

Servono scelte strutturali e urgenti per riformare la fiscalità in chiave “green” – detraibilità IVA, deducibilità dei costi, periodo di ammortamento – con un approccio graduale ma concreto, che parta subito dalla leva più efficace, la deducibilità, per rinnovare le flotte e accelerare davvero l’adozione di veicoli a zero e bassissime emissioni. La fiscalità dell’auto aziendale poggia ancora su un’impostazione costruita in un contesto ormai datato e molto diverso da quello attuale: un’architettura che non riflette più né l’evoluzione del mercato, né gli obiettivi della transizione.

Aggiornarla oggi non è solo opportuno, è necessario. È il momento che le istituzioni trasformino questo tema in una priorità concreta e non più rinviabile, e l’opportunità offerta dalla Delega Fiscale, in scadenza a fine agosto, è un’occasione imperdibile per concretizzare
queste modifiche.

 
 
Foto da ufficio stampa UNRAE


Auto cinese inarrestabile: una minaccia, ma anche un’opportunità

Auto cinese inarrestabile: una minaccia, ma anche un'opportunità
di Emanuele Cordone, Partner Automotive Industrial di AlixPartners 
 
Il dato sulla crescita dei brand cinesi in Italia è il sintomo di un fenomeno strutturale: la torta non cresce, cambiano le quote. E non si tratta più solo dei costruttori. In Europa stanno arrivando anche i fornitori cinesi, abituati a operare in patria sotto una pressione di prezzo estrema e con un modello operativo super-lean che fa dell’AI una leva di accelerazione dello sviluppo prodotto: tra il 2022 e il 2028 sono annunciati 19 nuovi stabilimenti di fornitori cinesi in Europa, a fronte di una riduzione di 36 impianti tra i fornitori europei.
 
È certamente una minaccia, ma anche un’opportunità di riconversione di capacità non utilizzata, che può passare sotto nuova proprietà e compiere un salto tecnologico. Non si tratta solo di fabbriche di batterie, ma anche elettronica, chassis, pneumatici. L’ambizione europea di poter recuperare il terreno perso per alcuni componenti e tecnologie attraverso un Industrial Acceleration Act con principi anche condivisibili, ma senza un adeguato supporto resta una pia illusione: i cinesi – che non peccano per lentezza – hanno ricevuto sussidi e contributi pubblici per oltre 220 miliardi di dollari e hanno costruito il loro attuale vantaggio in 15 anni. Pensare di recuperare in qualche mese, con la velocità cinese in ulteriore aumento e senza massicci sostegni finanziari, è semplicemente irrealistico.