Furti in Italia: in 10 anni sparito nel nulla quasi 1 milione di veicoli

Furti in Italia: in 10 anni sparito nel nulla quasi 1 milione di veicoli

Il 2023 ha registrato una nuova crescita dei furti di veicoli in Italia: +7%. Dal 2013 ad oggi sono stati rubati 1 milione e 550mila veicoli: solo 609mila sono stati ritrovati, di quasi 940mila si sono perse le tracce, instradati su mercati esteri o cannibalizzati e utilizzati per alimentare il mercato nero dei pezzi di ricambio. A livello europeo il nostro Paese è secondo alla sola Francia, dove però i furti sono in deciso calo. In tutti gli altri stati membri dell’UE si rubano meno di 40mila veicoli l’anno. E intanto la minaccia degli hacker si fa strada e vede sempre più veicoli colpiti da attacchi che ne mettono a rischio la sicurezza e la privacy del conducente.

Sono questi i principali trend che emergono dal “Dossier sui Furti di veicoli 2024”, elaborato da LoJack Italia, società del Gruppo CalAmp, leader nelle soluzioni telematiche per l’Automotive e nel recupero dei veicoli rubati, che ha raccolto e analizzato i dati forniti dal ministero dell’Interno sul 2023 e li ha integrati con quelli provenienti da elaborazioni e report nazionali e internazionali sul fenomeno.

Lo scorso anno si è registrata una nuova evidente crescita dei furti di veicoli (+7% vs 2022), che hanno raggiunto quota 131.679 unità nel nostro Paese. L’incremento ha toccato praticamente tutte le categorie di veicoli, vetture/SUV, moto/scooter. Un aumento ancora più significativo ha riguardato nello specifico gli autoveicoli (+11%), ritornati vicini alle 100mila sottrazioni annue, mentre hanno registrato solo un leggero incremento i motoveicoli (+2%). Rimane ben sotto la metà del totale rubato, al 44%, la percentuale di veicoli recuperati e restituiti al legittimo proprietario a seguito del furto. Il dato conferma le difficoltà di contrasto di questo crimine e come queste attività siano oggi prerogativa di vere e proprie holding di smercio e/o di smontaggio dei veicoli sottratti, in grado di agire con grande tempestività e di instradare i veicoli oppure le singole componenti disassemblete lungo le direttrici balcaniche dell’Est Europa oppure verso il Nord Africa e perfino in Medio Oriente. 

Dal post COVID in poi questo business criminale ha vissuto una fase di continua crescita, tale da aumentare il livello di allerta registrato soprattutto in alcune aree del nostro Paese, in special modo per i possessori dei veicoli più gettonati dai ladri di auto. Osservando il trend degli ultimi dieci anni, dal 2013 al 2023 i dati si rivelano decisamente allarmanti, nonostante il quasi totale fermo delle attività nel 2020: 1 milione 550mila sono stati i veicoli (auto, SUV/Crossover, VAN, mezzi pesanti, motoveicoli) rubati in Italia. Di questi solo 609mila sono stati recuperati (il 39% del totale), 939.500 sono spariti nel nulla. Se guardiamo alle sole quattro ruote, dal 2013 a oggi le sottrazioni ammontano a oltre 1 milione e 113mila, poche centinaia di migliaia di unità in meno rispetto alle immatricolazioni di vetture registrate nel 2023.

Ma quali sono i trend che stanno guidando questa crescita? Senza dubbio incide l’utilizzo sempre più frequente da parte dei ladri di dispositivi hi-tech in grado di agevolare e rendere più rapida e meno vistosa la violazione delle auto di ultima generazione e la loro sottrazione. LoJack stima che oggi oltre 1 sottrazione su 3 di veicoli dotati di sistemi di apertura contactless (con apertura e chiusura dell’abitacolo senza l’inserimento della chiave) venga portato a termine anche grazie all’impiego di device tecnologici, spesso acquistabili online per pochi euro. La crescente attenzione verso gli Sport Utility Vehicles è il secondo fattore trainante degli ultimi anni. Oggi oltre 1 furto di autoveicolo su 5 riguarda i SUV/Crossover, una categoria sempre più attrattiva per questo business sia grazie alla crescente diffusione sul mercato nazionale (e alla conseguente ampia richiesta di pezzi di ricambio), sia grazie all’appeal che questa categoria registra su mercati esteri in cui vengono “piazzati” i mezzi prelevati nel nostro Paese.

Nelle grandi città come Milano e Roma e in alcune aree del nostro Paese (soprattutto se vicino a porti o a frontiere), il furto è spesso finalizzato al riciclaggio internazionale. Un traffico redditizio in cui sono coinvolti i ladri che sottraggono fisicamente l’auto, i proprietari di garage o magazzini in cui l’auto solitamente viene lasciata a “decantare” alcune ore/giorni prima di essere smontata o caricata in container o veicoli commerciali, i trasportatori e infine i broker criminali che presidiano i vari passaggi e governano le operazioni fino alla vendita nel Paese di destinazione. Secondo gli esperti, chi sottrae fisicamente una utilitaria può assicurarsi un guadagno immediato di poco inferiore ai 1.000 euro, provento che può salire fino a 5mila euro per le vetture di lusso del valore di 100mila euro. Il costo del trasporto si aggira attorno ai 2-3mila euro, se la vettura viene spostata verso l’Est, mentre l’intera operazione che comprende il trasporto del veicolo a bordo di una nave (all’interno di un container) può variare tra i 10.000 e i 15.000 euro. Decisamente meno oneroso risulta spostare la vettura affidandosi a una staffetta di autisti che si danno il cambio alla guida dell’auto sottratta fino a destinazione: tra i 500 e i 1.000 euro il loro profitto.

“I dati relativi al 2023 e ai primi mesi dell’anno in corso certificano e consolidano i segnali registrati negli scorsi anni di recrudescenza del business criminale dei furti di auto”, ha osservato Maurizio Iperti, presidente EMEA LoJack, “Un fenomeno che in alcune aree del nostro Paese assume contorni decisamente allarmanti. Solo un intervento rapido ed efficace può ridurre le possibilità che del veicolo si perdano le tracce per sempre. Grazie alla nostra tecnologia e a un team di esperti che supporta sul campo le Forze dell’Ordine nella ricerca, oggi possiamo contare su percentuali di recupero doppie rispetto a quelle del mercato”.

Come se non bastasse ai furti di veicoli si è aggiunta negli ultimi anni un’ulteriore piaga, quella dei furti parziali di specifiche componenti (navigatori satellitari, pneumatici, marmitte/catalizzatori, attuatori della frizione, fari LED, batterie elettriche, ecc), alimentata dalla crisi produttiva del mercato automotive e dalle strette commerciali determinate dai conflitti sviluppatisi di recente in Ucraina e nel Canale di Suez che li ha resi ancora più cari e ricercati. Una volta sottratti, i pezzi vengono poi instradati sul mercato nero nazionale della ricambistica oppure stipati all’interno di container e caricati su navi in partenza dai porti del Mar Tirreno.

 

Modelli – Panda e 500 le auto più rubate. 500X e Renegade i SUV/Crossover più ambiti

La classifica dei modelli di vetture più rubate riserva poche sorprese rispetto allo scorso anno, con quelli del Gruppo Stellantis che presidiano le posizioni di vertice. In testa la FIAT Panda con 12.571 sottrazioni (1 autoveicolo rubato su 10 è una Panda), seguita dalla FIAT 500 (5.889), dalla FIAT Punto (4.604), dalla Lancia Ypsilon (4.472), dalla FIAT 500 L (2.637) e dalla Alfa Romeo Giulietta (2.075). Le ultime quattro posizioni sono occupate dalla Smart Fortwo (1.976), dalla Citroen C3 (1.741), dalla Volkswagen Golf (1.465) e dalla Renault Clio (1.365). Oltre la metà dei furti di auto, il 54%, riguarda questi modelli. Una curiosità: in questa particolare graduatoria le tre vetture che più difficilmente vengono ritrovate sono, nell’ordine, Golf (la si recupera solo nel 35% dei casi), C3 (36%) e Fortwo (37%).

Nella categoria SUV/Crossover, i più ambiti sono la FIAT 500X (1.997 unità sottratte nel 2023, il 10% del totale SUV), seguito dalla Jeep Renegade (1.653), dalla Peugeot 3008 (778), Jeep Compass (713) e dalla Renault Captur (663).


Campania, Lazio, Puglia, Sicilia e Lombardia le aree a “bollino rosso”

L’incremento dei furti di autoveicoli (vetture + furgoni + SUV/Crossover) ha riguardato in modo abbastanza uniforme tutte le aree del Paese, ma, guardando alla distribuzione geografica del fenomeno, si conferma la totale polarizzazione sulle consuete cinque regioni a bollino rosso: nell’ordine Campania, Lazio, Puglia, Sicilia e Lombardia. Qui si registrano 80.559 delle 99.153 sottrazioni totali nazionali: 8 furti su 10 di fatto si concentrano in questi territori. Il dato non sorprende, visti i trend degli anni passati e conferma una volta di più come le organizzazioni criminali privilegino operare all’interno delle grandi metropoli o in alcuni contesti del Sud Italia in cui queste hanno tradizionalmente radicato le proprie attività.

Il primato negativo della Campania resta irraggiungibile con 26.045 furti (+9% rispetto al 2022), seguita con distacco da Lazio, con 16.912 episodi (anch’esso in crescita lo scorso anno, del 12%), Puglia (14.978), Sicilia (13.174) e Lombardia (9.750 e +15% vs 2022). Campania e Lazio sono anche le Regioni in cui le percentuali di recupero restano più basse, rispettivamente al 36% e al 35%. In queste aree le speranze di rientrare in possesso della propria auto rubata si assottigliano: in quasi 2 casi su 3 la vettura rubata sparisce nel nulla dopo il furto. Nel cuore della Puglia, invece, la sfida dei ritrovamenti di vetture rubate assume una sfumatura particolare. Qui, i già bassi tassi di recupero si traducono spesso in ritrovamenti che lasciano un’amara traccia: i veicoli recuperati sono spesso ridotti a relitti, smantellati in meno di 24 ore per la vendita dei pezzi di ricambio. Diverse, invece, sono le Regioni in cui i proprietari di un’auto possono dormire possono tranquilli. Restano, infatti, otto le Regioni in cui le sottrazioni non raggiungono i 600 casi l’anno: Basilicata, Valle D’Aosta, Liguria, Friuli-Venezia Giulia, Marche, Molise, Trentino-Alto Adige e Umbria.


Furti di moto/scooter in leggera crescita: SH, Liberty e Vespa i più rubati

Anche il business dei furti di moto e scooter continua la propria crescita registrata negli ultimi anni, sebbene con tasso di incremento inferiore (+2%) rispetto a quello registrato da altre categorie di veicoli. Lo scorso anno sono state rubate 31.856 due ruote a motore. Di queste, poco più di 13mila (il 42%) sono state restituite ai legittimi proprietari, la restante parte (28mila unità) è sparita nel nulla, per essere rivenduta soprattutto in Paesi dell’Est Europa o per alimentare il mercato nero dei pezzi di ricambio usati.

Approfondendo la distribuzione delle sottrazioni, emergono alcune peculiarità di questo business criminale. Se, infatti, si conferma il primato di Campania e Lazio, rispettivamente con 6.272 e 5.842 sottrazioni, al terzo posto, sul gradino più basso del podio si colloca la Sicilia (5.298), seguita dalla Lombardia (4.613), Toscana (2.061) e Puglia (1.541). Gli aumenti più significativi dei furti si sono registrati lo scorso anno nel Lazio (+12%) e in Lombardia (+11%), mentre il calo del 10% in Campania non ne ha compromesso la leadership.

La top 5 dei modelli più rubati vede il primato incontrastato dell’Honda SH (7.226 unità rubate nel 2023, quasi 1 moto/scooter rubata su 4 è SH), seguito dal Piaggio Liberty (2.332, in forte crescita), dalla Piaggio Vespa (1.878), dallo Aprilia Scarabeo (1.840) e dal Agility Kymco che entra nella top five con 1.382 sottrazioni. SH e Vespa, rispettivamente con il 38% e il 34%, sono i mezzi più difficili da ritrovare.


Francia e Italia leader indiscusse nei furti di veicoli a livello europeo. Seguono a distanza, Germania e Turchia

Il Dossier LoJack 2024 si arricchisce di una overview europea sul business dei furti, riportando alcuni dati e valutazioni tratti dal Rapporto “Organized Vehicle Crime in Europe” del Vehicle Crime Barometer che analizza il fenomeno dei furti in sei Paesi europei (Germania, Francia, Italia, Bulgaria, Olanda e Belgio) dal 2000 al 2021 e dai dati rilevati da Eurostat (anno 2021). Dall’incrocio tra i dati continentali e quelli nazionali emerge la poco invidiabile leadership del nostro Paese nel ranking delle nazioni con il più alto numero di furti di veicoli, con oltre 110mila veicoli rubati, nel 2021, preceduta dalla sola Francia con 122.000 episodi. Il Belpaese è seguito poi, a distanza siderale, dalla Germania con 39mila furti e da Turchia (33.000), Olanda (22.000) e Spagna (20.000). In gran parte dei Paesi UE il numero dei furti non raggiunge le 1.000 unità.

Sono tre le principali tendenze rilevate dallo studio Del Vehicle Crime Barometer a livello continentale negli ultimi 20 anni. Un significativo calo del numero di veicoli rubati in quasi tutti i Paesi analizzati, cui fa da contraltare il recente boom dei furti parziali di componenti come Airbag, navigatori satellitari, volanti, pneumatici e molto altro; l’aumento dei furti di SUV, auto di lusso e veicoli di ultima generazione messi a segno grazie all’utilizzo di strumenti hi-tech, come la riprogrammazione della smart key e il relay attack; la professionalizzazione del business, appannaggio non più di ladri improvvisati, ma di vere e proprie bande criminali in grado di articolare un sistema a livello internazionale che utilizza i grandi hub portuali europei per il trasporto di mezzi e componenti rubati verso i mercati di destinazione.

Nel 2021 in Francia sono stati circa 122mila i veicoli rubati, un numero decisamente significativo, ma crollato rispetto agli oltre 211mila del 2008. Le auto più rubate sono la Toyota Prius, la DS7 Crossback e la Renault Megane. Al calo dei furti si contrappone un brusco aumento dei furti parziali. Il mercato dell’auto tedesco vede un’ampia presenza di brand premium come AUDI, BMW, Mercedes e Porsche e ha registrato un forte calo dell’incidenza dei furti negli ultimi 30 anni.

 

Affrontare le minacce Cyber

Il dossier si arricchisce di una nuova sezione che riprende i principali spunti della relazione fornita da Upstream sulla sicurezza informatica nel settore automobilistico con focus sui nuovi livelli di attacchi cyber

La connettività continua a rivoluzionare l’ecosistema dell’Automotive e della Mobilità Intelligente, incrementando i rischi di cybersecurity mano a mano che le funzionalità aumentano e diventano più esposte. Il 2023 ha segnato l’inizio di una nuova era nella cybersecurity automobilistica. Ogni attacco oggi assume una rilevanza maggiore e può generare conseguenze finanziarie e operative globali per diversi attori coinvolti. Il Rapporto Globale Annuale sulla Cybersecurity 2023 di Upstream ha esaminato come i rischi di cybersecurity si siano evoluti, passando da attacchi sperimentali a rischi su larga scala, focalizzandosi sulla sicurezza e sulla fiducia, sulla disponibilità operativa, sulla privacy dei dati e sulle implicazioni finanziarie correlate.

Nel 2023, la cybersecurity dell’Automotive e della Mobilità ha subito un repentino spostamento verso applicazioni su larga scala, con un aumento significativo degli incidenti con impatto “alto” o “massiccio”, che hanno rappresentato quasi il 50% del totale. Il 95% di tali attacchi è stato condotto da remoto, evidenziando la crescente sofisticazione delle minacce. Inoltre, il 64% degli attacchi è stato perpetrato da attori “black hat” (categoria di hacker considerati dei criminali informatici che violano le reti con intenzioni malevole, distribuendo malware, sottraendo dati sensibili e causando gravi danni, spesso mossi da motivazioni opportunistiche, come il guadagno, la vendetta o per ragioni  ideologiche), sottolineando la complessità e la diversità delle minacce affrontate dall’industria automobilistica.

Parallelamente, la motivazione degli hacker si è spostata verso una scala e un impatto sempre più massicci, con il 65% delle attività cyber nel deep e dark web che ha il potenziale per colpire migliaia o addirittura milioni di asset di mobilità. Il 37% di tali attività ha la capacità di influenzare più portatori di interesse su scala globale, aumentando ulteriormente il livello di rischio per l’intera industria.

Le case costruttrici (OEM) stanno adottando un approccio poliedrico per proteggere i veicoli connessi e i software-defined, nonché gli asset IoT/OT. Questo include frequenti aggiornamenti OTA (Over the Air) e l’evoluzione continua dell’SBOM (Software Bill of Materials), che ora si adatta dinamicamente anche dopo che un veicolo ha lasciato la fabbrica, modificando costantemente i profili di rischio. La crescente dipendenza dai sistemi back-end sottolinea quindi l’urgente necessità per i produttori di veicoli di garantire la sicurezza sia dei componenti software che dei dati sensibili. GenAI (Generative Artificial Intelligence) emerge come una potenziale soluzione per trasformare le operazioni di cybersecurity automobilistica, consentendo indagini agili, automatizzando i flussi di lavoro vSOC e generando insights avanzati basati sui dati del deep e dark web e su valutazioni approfondite del rischio.

Nel contesto sempre più interconnesso dell’industria automobilistica, la sicurezza informatica riveste un ruolo cruciale nella protezione dei veicoli, dei dati sensibili e della privacy degli utenti.

Attraverso una serie di impatti e minacce, l’ambiente digitale dei veicoli presenta sfide uniche che richiedono una risposta robusta e multi-livello. Di seguito sono riportati gli impatti principali delle vulnerabilità informatiche nel settore automobilistico, insieme ai relativi metodi utilizzati dagli hacker per compromettere la sicurezza e la reputazione dei produttori e degli utenti.

 

Previsioni per il 2024

Il vantaggio competitivo nell’industria automobilistica sarà guidato dalla trasformazione digitale, richiedendo agli stakeholder di proteggere le API ed espandere la copertura vSOC per monitorare le minacce legate alle API. L’IA generativa avrà un profondo impatto sulla cybersecurity automobilistica, introducendo nuovi metodi di attacco su larga scala, ma dotando anche gli stakeholder di capacità avanzate di rilevamento, indagine e mitigazione. Si osservano segni iniziali di stanchezza normativa, con la necessità per i produttori di veicoli (OEM) di conformarsi alla R155 (UNECE WP.29 R155) per ottenere l’omologazione dei veicoli, in vigore da luglio 2022, e all’abbondanza di nuove normative emergenti in tutto il mondo, soprattutto in Cina.I produttori di veicoli (OEM) e gli operatori di punti di ricarica (CPO) continuano ad approfondire le valutazioni del rischio di cybersecurity e a implementare soluzioni in grado di proteggere l’infrastruttura di ricarica dei veicoli elettrici (EV).

Foto di Erik Mclean su Unsplash

#FORUMAutoMotive 2024: Angelo Colombo

#FORUMAutoMotive 2024: Angelo Colombo

Angelo Colombo, da 33 anni, viaggia, cammina su due ruote e da 30 si occupa di disabilità. La sua è una storia di passione, solidarietà e voglia di sorrisi.

“Nel 1991, mentre stavo lavorando, sono caduto dall’impalcatura – racconta l’imprenditore e organizzatore di ‘Mostra Scambio’ -. Parliamo di tante attenzioni sul lavoro, ma purtroppo da 33 anni stanno aumentando ancora le fatalità. E sono anche il primo paziente al mondo ad aver donato il mio corpo alla scienza per studiare la lesione del midollo spinale. Tuttora non è guaribile, non c’è verso; il buon Dio ha costruito una macchina talmente perfetta che l’intelligenza umana non è ancora riuscita a capire il midollo spinale».

Noleggio veicoli: immatricolazioni in “crescita frenata”

Noleggio veicoli: immatricolazioni in “crescita frenata”

Foto: Alberto Viano, presidente di ANIASA

Il settore del noleggio veicoli ha aperto il 2024 in leggera crescita sull’anno scorso: +5,46% nel primo trimestre. Un incremento trainato dall’importante recupero del noleggio a breve termine (+71,13%) e dal buon andamento del settore dei veicoli commerciali nel lungo termine (+33,83%). Fiacco, invece, il long term delle auto, in contrazione del 13,55%. Sono questi i principali dati e spunti che emergono dall’analisi trimestrale sul settore del noleggio veicoli promossa da ANIASA e da Dataforce.

Si tratta del primo di una serie di appuntamenti trimestrali, in occasioni dei quali l’Associazione che in Confindustria rappresenta il settore della mobilità pay-per-use e la società di analisi di mercato metteranno a disposizione di media, istituzioni, stakeholder e opinione pubblica un monitoraggio puntuale sull’andamento delle immatricolazioni del noleggio veicoli. L’obiettivo è evidenziare i principali trend in atto per i settori del lungo e del breve termine, analizzando (dati alla mano) le tematiche di più stretta attualità, come la diffusione delle alimentazioni a basse o zero emissioni, la suddivisione per utilizzatore e molto altro ancora. In chiusura il consueto focus, curato da Dataforce, sugli operatori del comparto.

Il noleggio veicoli quest’anno vale il 31% dell’intero mercato italiano. Una quota che, nonostante la flessione di auto registrata dal noleggio a lungo termine (NLT), ben 4,6 punti in meno dell’anno scorso che aveva però beneficiato di un ampio portafoglio ordini legato anche alle ritardate consegne del 2021 e 2022, è rimasta sostanzialmente inalterata rispetto al primo trimestre 2023.

Un risultato determinato dalla forte crescita delle immatricolazioni NLT dei veicoli commerciali (oggi la soluzione d’acquisizione più diffusa per i veicoli da lavoro, persino più degli acquisti aziendali in proprietà diretta), nonché dall’impennata dell’inserimento di veicoli in flotta del rent-a-car, salito quest’anno oltre l’8,5% di quota di mercato (+3,2 punti), che riequilibra così la flessione del lungo termine.

Era da prima del COVID che non si registrava un aumento così forte nel breve termine, trainato principalmente dalle autovetture di piccola e media fascia/cilindrata, in vista della prossima stagione turistica. Sembra alle spalle il triennio 2021-2023 in cui si registravano non poche difficoltà nell’approvvigionamento di veicoli da parte di questo canale.

“I dati relativi all’andamento delle immatricolazioni a noleggio del primo trimestre evidenziano una crescita rallentata del settore. A frenare le immatricolazioni sta contribuendo decisamente l’effetto annuncio incentivi del Governo che sta provocando nelle aziende clienti un rinvio del rinnovo delle flotte, in attesa che i nuovi incentivi (finalmente al 100% anche per il noleggio) entrino in vigore. Un ulteriore periodo di attesa rischia di azzerare le nuove immatricolazioni di veicoli a basse e zero emissioni anche nel  mese di aprile. Occorre accelerare per evitare di interrompere la ripresa del mercato, come già il mese di marzo dimostra, e innescare un paradossale effetto di innalzamento dell’età media delle vetture in flotta”, osserva Alberto Viano, presidente di ANIASA.

Nuovo report T&E: settore trasporti e decarbonizzazione, le politiche attuali non bastano

Nuovo report T&E: settore trasporti e decarbonizzazione, le politiche attuali non bastano

Secondo una nuova analisi dell’organizzazione ambientalista indipendente europea Transport & Environment (T&E), nel 2030 il settore dei trasporti rappresenterà da solo quasi la metà delle emissioni di gas serra in Europa. Le emissioni dei trasporti europei sono aumentate di oltre un quarto dal 1990 a oggi e l’analisi di T&E rileva come esse, contrariamente a quelle dell’economia generale, continuino a crescere. Secondo T&E, è ineludibile un maggiore impegno dell’Europa nei confronti delle emissioni dei trasporti, se vuole arrivare ad azzerare la sua impronta climatica nel 2050.

Dal picco di emissioni registrato nel 2007, i trasporti si sono decarbonizzati oltre tre volte più lentamente del resto dell’economia. In base alle attuali politiche climatiche, la quota emissiva dei trasporti europei potrebbe raggiungere il 44% di tutte le emissioni di gas serra entro il 2030, rispetto all’attuale 29%. Le emissioni dei trasporti nell’UE sono attualmente superiori a 1.000 MtCO2e, pari alle emissioni totali di Germania e Paesi Bassi messi insieme. È improbabile che esse risalgano fino a tornare ai valori pre-pandemici registrati nel 2019; ma se non verranno adottate misure aggiuntive l’Europa non riuscirà a raggiungere i suoi obiettivi sul clima nel 2050.

Andrea Boraschi, direttore di T&E Italia, ha dichiarato: “La buona notizia è che le emissioni dei trasporti in Europa hanno raggiunto il loro massimo, non appare realistico che possano crescere ulteriormente. La cattiva notizia è che si stanno riducendo a un ritmo insufficiente con gli obiettivi di protezione del clima. Altri settori si decarbonizzano tre volte più velocemente. Di questo passo, nel 2030 quasi la metà delle emissioni del continente proverrà dalla mobilità. Decarbonizzare il settore il più rapidamente possibile è perciò fondamentale”.   

Le auto che bruciano benzina e Diesel sono la fonte principale delle emissioni dei trasporti, con oltre il 40%. La dipendenza dalle auto è aumentata a partire dagli anni ’90, grazie alla costruzione di nuove infrastrutture stradali e in coincidenza con la crescita del parco auto. Solo di recente si inizia a registrare una riduzione delle emissioni medie delle automobili, grazie all’arrivo sul mercato della tecnologia elettrica. Le emissioni dell’aviazione sono raddoppiate negli ultimi 30 anni, più velocemente di qualsiasi altro settore dei trasporti. L’impatto aggiuntivo delle emissioni dell’aviazione, dovuto alle scie inquinanti dei residui di combustione dei motori, potrebbe inoltre triplicare l’impatto climatico del volo.

L’analisi di T&E esamina l’impatto dei regolamenti climatici dell’UE sull’andamento delle emissioni dei trasporti, rilevando come a oggi le policy in vigore le ridurrebbero solo del 25% (rispetto ai livelli del 1990) nel 2040; e del 62% nel 2050. Si tratta di risultati insufficienti e incompatibili con gli obiettivi climatici dell’UE, di net zero emission al 2050. Le auto, i furgoni e i camion acquistati tra oggi e la metà del 2030 continueranno a circolare a lungo sulle strade europee, bruciando benzina e diesel per gli anni a venire. Gli operatori del trasporto marittimo, per contro, hanno pochi incentivi ad aumentare l’efficienza operativa; e la domanda di mobilità aerea, stimolata dalla crescita della capacità aeroportuale, potrebbe annullare qualsiasi progresso sarà conseguito in questo decennio con l’adozione di carburanti ecologici.

L’analisi di T&E evidenzia che, oltre alla piena attuazione delle principali politiche di Green Deal, saranno necessari ulteriori sforzi per la completa decarbonizzazione dei trasporti. Impedire che la domanda di mobilità aumenti, bloccando l’espansione della capacità di aeroporti e autostrade, sarà fondamentale per ridurre i consumi energetici, inclusa l’energia rinnovabile necessaria a decarbonizzare il settore.

Obiettivi ambiziosi e vincolanti di elettrificazione per le aziende che possiedono grandi flotte di veicoli saranno necessari per accelerare la transizione verso le emissioni zero. Insieme a misure per prevenire la crescita e per affrontare il problema del parco auto esistente, questi obiettivi potrebbero ridurre le emissioni di altri 213 MtCO2e nel 2040;

Puntando sull’efficienza nel settore del trasporto marittimo si potrebbero risparmiare altri 93 MtCO2e nel 2030, necessari per tracciare la rotta verso le emissioni zero entro la metà del secolo;

L’elettrificazione diretta del trasporto stradale è oltre due volte più efficiente dell’alimentazione a idrogeno e quattro volte più efficiente dell’utilizzo di carburanti elettronici. L’Europa non può permettersi di sprecare elettroni rinnovabili per alimentare tecnologie inefficienti;

Inoltre, bisognerà affrontare le emissioni dell’aviazione. I dati preliminari mostrano che lo scorso anno le emissioni del trasporto su strada sono diminuite di 8 MtCO2e e quelle del trasporto marittimo di 5 MtCO2e. Questa riduzione è stata vanificata dal costante aumento delle emissioni del trasporto aereo, che sono cresciute di 15 MtCO2e.

Foto di Matthias Heyde su Unsplash

Auto elettriche e ripensamenti: intanto i cinesi…

"Green Deal" e auto: ripensamento totale o ci si fa male da soli

di Giuseppe Sabella, direttore di Oikonova (think tank specializzato in lavoro e sviluppo sostenibile)

Sono stati i grandi gruppi europei dell’auto – Stellantis e Volkswagen in particolare – a spingere le scelte politiche in direzione dell’elettrico Questo perché il mercato da troppi anni è fermo e si è pensato che, stimolando un rinnovo del parco circolante e inducendo quindi i consumatori a comprare l’auto elettrica, si potesse determinare un impatto positivo sulla produzione.

 

Ora naturalmente è chiaro a tutti che l’attuale quadro favorisce l’industria cinese, più avanti della nostra nella produzione di auto elettriche. Questo accade in primis perché la Cina investe sul motore elettrico dagli anni ’90, secondo perché il Dragone controlla il mercato delle materie prime decisivo per la Transizione energetica.

 

Da qui i ripensamenti dell’industria europea dell’auto, resi ancora più evidenti dalla lettera di Luca de Meo, ad di Renault e presidente dell’associazione dei costruttori europei, quegli stessi costruttori ché oggi chiedono a Bruxelles di rivedere il quadro normativo, rivalutando anche altre tecnologie a basse emissioni su cui l’Europa non è così indietro rispetto alla Cina. In questo, Tavares ha ragione: bisognerà attendere la nuova Commissione, quella di Von der Leyen non può sconfessare le sue scelte di questo mandato.

“Green Deal”: appello per un solido accordo industriale

Europa: un fallimento le regolamentazioni degli ultimi 20 anni

Foto: Luca de Meo, amministratore delegato del Gruppo Renault e presidente ACEA

Tredici CEO dei principali produttori e fornitori europei di veicoli si sono incontrati con il commissario europeo per l’Azione per il clima, Wopke Hoekstra, per una “tavola rotonda automobilistica” per discutere della transizione verde del settore. Il meeting è stato preceduto da un incontro con Charles Michel, presidente del Consiglio europeo, in vista del vertice UE sulla competitività.

L’industria automobilistica – si legge in una di CLEPA –  uno dei settori più importanti dell’economia dell’UE, si trova a un bivio critico poiché sta compiendo la sua più grande trasformazione dell’ultimo secolo, accelerando per raggiungere gli obiettivi di riduzione delle emissioni di CO2 più ambiziosi a livello mondiale per i veicoli.

I produttori e i fornitori automobilistici vogliono mantenere la produzione in Europa, mantenendo posti di lavoro e investimenti nella regione. Ma attualmente stanno affrontando una “tempesta perfetta” di feroce concorrenza globale per risorse critiche, finanziamenti, investimenti e clienti, aggravata dall’aumento dei costi di esercizio, da un panorama geopolitico in radicale cambiamento e da un mercato dei veicoli elettrici che è lungi dall’essere maturo. Date queste sfide profonde, l’Europa deve rafforzare la propria competitività e costruire un business case più solido per la transizione verde e digitale dell’industria automobilistica.

Hoekstra si è impegnato a tenere questa tavola rotonda durante la sua udienza di conferma al Parlamento europeo, quando è entrato nel suo ruolo di commissario per il Clima alla fine dell’anno scorso. Il suo scopo era identificare gli ostacoli pratici all’attuazione del Green Deal e i possibili modi per affrontarli.

Luca de Meo, amministratore delegato del Gruppo Renault e presidente ACEA: “Le Case automobilistiche dell’UE sono fortemente impegnate nella decarbonizzazione, investendo oltre 250 miliardi di euro nell’elettrificazione, ma non possiamo affrontare questa transizione da soli. L’Europa deve creare le condizioni per la competitività e la domanda di mercato di veicoli elettrici. Questi includono infrastrutture di ricarica e rifornimento dell’idrogeno, una fornitura sufficiente di materie prime critiche, un migliore accesso ai finanziamenti e incentivi di mercato. In altre parole, una strategia industriale olistica sarà la chiave per realizzare le ambizioni verdi dell’Europa”.

Matthias Zink, CEO Automotive Technologies di SCHAEFFLER e presidente di CLEPA: “I fornitori automobilistici europei guidano l’innovazione e la sostenibilità con 30 miliardi di euro di investimenti annuali in ricerca e sviluppo e 1,7 milioni di posti di lavoro diretti. I fornitori sono fattori chiave della transizione, portando sul mercato soluzioni di mobilità intelligenti e sostenibili. Tuttavia, nel contesto di un contesto economico difficile, di un rallentamento nell’adozione dei veicoli elettrici e di una diminuzione dei profitti all’interno della catena di fornitura, il finanziamento della transizione diventa fondamentale. È quindi fondamentale garantire l’esistenza delle condizioni quadro per ridurre i rischi degli investimenti nelle tecnologie innovative e nella trasformazione delle strutture e della nostra forza lavoro. Il quadro normativo deve rimanere ambizioso. ma flessibile per mantenere l’Europa competitiva. Ciò ci aiuterà a raggiungere i nostri obiettivi in modo più rapido ed efficiente, soddisfacendo al tempo stesso le esigenze dei consumatori”.

Durante la tavola rotonda – aggiunge la nota di CLEPA –  sia i produttori europei di autocarri e autobus che i fornitori automobilistici hanno sottolineato l’urgente necessità di avere camion e autobus a emissioni zero sulle strade. Il settore è impegnato a fornire i camion e gli autobus giusti per spostare il settore dei trasporti stradali verso soluzioni prive di combustibili fossili entro il 2040, focalizzate su veicoli elettrici a batteria e alimentati a idrogeno. La neutralità tecnologica dovrebbe rimanere un principio guida che garantisca che tutte le tecnologie contribuiscano agli sforzi di decarbonizzazione.

Riconoscendo che il motore a combustione interna continuerà a svolgere un ruolo a lungo termine nei trasporti pesanti, saranno necessarie soluzioni climaticamente neutre e altre tecnologie complementari per raggiungere i nostri obiettivi climatici. Ma la sfida generale persiste. Il raggiungimento degli obiettivi di riduzione della CO2 rimane molto ambizioso in assenza di condizioni vitali, come una fitta rete di stazioni di ricarica e rifornimento adatte ai camion e un quadro di sostegno alla fissazione dei prezzi del carbonio per garantire la parità di costo per i veicoli a emissioni zero. Il settore automobilistico europeo invita i politici europei a intraprendere azioni ambiziose per affrontare queste preoccupazioni.

 

Autocarri e bus: il “Manifesto #FutureDriven” di ACEA

Autocarri e bus: il "Manifesto #FutureDriven" di ACEA

I legislatori dell’UE – si legge in una nota di ACEA – hanno siglato un accordo che consolida gli obiettivi più ambiziosi di riduzione delle emissioni di CO2 per camion e autobus a livello globale entro il 2030. Sebbene gli obiettivi relativi ai veicoli facciano parte del puzzle per la decarbonizzazione del trasporto di camion e autobus, non è sufficiente regolamentare solo il lato dell’offerta senza affrontare la domanda di blocchi stradali.

Ecco perché i principali amministratori delegati europei di camion e autobus hanno intensificato il loro appello ai responsabili politici europei con un Manifesto per portare camion e autobus a emissioni zero sulle strade europee, lanciato in vista delle cruciali elezioni europee.

“I produttori di autocarri e autobus sono impegnati ad aiutare l’Europa a raggiungere i suoi obiettivi climatici, fornendo soluzioni sostenibili per il trasporto su strada. Stiamo facendo la nostra parte investendo e accelerando la produzione di modelli elettrici a batteria e alimentati a idrogeno, ma fissare semplicemente obiettivi ambiziosi per i produttori e sperare che ne consegua un’implementazione regolare non è una strategia”, ha affermato Harald Seidel, presidente del comitato dei veicoli commerciali di ACEA.  “L’Europa sta adottando gli obiettivi 2030 più ambiziosi al mondo per la riduzione della CO2. Tuttavia, obiettivi ambiziosi devono essere sostenuti da condizioni abilitanti altrettanto ambiziose e da un quadro normativo coerente”, ha aggiunto.

La decarbonizzazione del trasporto su camion e autobus è uno sport di squadra che coinvolge molti attori nell’intero ecosistema dei trasporti e della logistica. I veicoli a emissioni zero non rappresentano il collo di bottiglia e i produttori non possono affrontare da soli la sfida condivisa della decarbonizzazione, soprattutto perché le condizioni abilitanti essenziali sfuggono al loro controllo.

Per contestualizzare la portata delle sfide – continua la nota di ACEA – oggi non esiste quasi nessuna infrastruttura di ricarica pubblica adatta per camion e autobus. L’Europa ha bisogno di almeno 50.000 stazioni di ricarica accessibili al pubblico e di almeno 700 stazioni di rifornimento di idrogeno per raggiungere l’obiettivo di riduzione di CO2 del 45% entro il 2030. Prezzi del carbonio e programmi di incentivi volti a ridurre il divario del costo totale di proprietà tra i veicoli Diesel tradizionali e quelli a emissioni zero le controparti non sono all’altezza.

I camion e gli autobus sono alla base del nostro stile di vita, alimentano l’economia dell’UE e servono la società con quasi l’80% delle merci trasportate da camion e oltre la metà dei viaggi di trasporto pubblico serviti da autobus. Sono pronti a svolgere un ruolo ancora più importante nel facilitare la circolazione in tutta Europa in futuro. Ecco perché ACEA, nel suo Manifesto #FutureDriven, ha delineato un piano di ciò che i policy maker europei possono fare, adattato alle esigenze e alle sfide specifiche dei camion e degli autobus a emissioni zero.

Foto di Gabriel Santos su Unsplash

Noi: come una goccia in un immenso mare

L’Europa contro l'Europa: il conto è arrivato

di Andrea Taschini, Manager Automotive (dal magazine “Parts”)

 

Prologo

“Il pensiero tragico è il contraltare critico del trionfo di un’idea di ragione ottusamente anti-umanistica e oggi pervasiva”. Così l’immenso Giulio Sapelli definisce nel suo recente libro, “Verso la fine del mondo”, l’attuale fase storica che sembra trascinare in un precipizio l’intero assetto globale delle relazioni internazionali. Con un tre colpi ben assestati, pandemia, guerra in Ucraina e caos in Medioriente, siamo precipitati senza accorgerci in un caos geopolitico grave, forse il più grave dalla fine della Seconda guerra mondiale.

La mancanza di leadership e preparazione delle classi dirigenti da me più volte qui sottolineate, hanno portato la situazione a uno stato degenerativo con l’aggravante di dare la nettissima sensazione di non avere la più pallida idea di come uscirne indenni. Quell’atteggiamento delle giovani generazioni politiche e manageriali di potere avere accesso a ogni cosa senza fare mai i conti con la realtà vera, è stata la causa principale del dissesto delle relazioni internazionali e dei problemi anche di carattere industriale che oggi stiamo affrontando.

Il motto “Yes we can”, usato da Barak Obama nella sua campagna presidenziale del 2010, è il simbolo più tangibile della mentalità sorta nell’establishment americano di quegli anni che poi come sempre, si è riversata per osmosi nell’Europa progressista senza che il Vecchio continente si rendesse conto dei rischi sistemici a cui sarebbe andata incontro. Se gli Stati Uniti come ben scriveva Churchill, hanno sempre la possibilità di sbagliare perché non hanno alcuna minaccia ai propri confini, l’Europa con la sua stratificazione storica plurimillenaria si trova al centro di faglie geopolitiche delicatissime dove ad est affronta la potenza nucleare russa, a sud l’Islam, avendo al suo interno divisioni storiche che per centinaia d’anni hanno provocato guerre e massacri d’ogni genere e sorta.

Handle with care verrebbe voglia di dire e invece le forze centrifughe continentali hanno portato l’Unione Europea in una confusione di ruoli che ricorda le drammatiche fasi storiche del finire degli anni ‘30 del secolo scorso dove pacifismo, cieco mercantilismo e inconsapevolezza della gravità della situazione, fecero precipitare l’Europa verso il disastro della Seconda guerra mondiale.

 

I sogni infranti di una visione miope europea

Il sogno europeo di poter mutuare prodotti dai Paesi low-cost (principalmente dalla Cina) si sta infrangendo sugli scogli più insidiosi della de-globalizzazione e della ragion di Stato che all’improvviso è riapparsa prepotentemente alla ribalta dopo che il mondo è andato improvvisamente in frantumi. Abbiamo così scoperto che le nostre dipendenze da produzioni strategiche come l’energia, la mobilità e le telecomunicazioni, teoricamente e legislativamente sotto transizione, sono attaccate alla flebile speranza che la Cina se ne stia quieta e non sia tentata di invadere Taiwan o di soccorrere attivamente la Russia o peggio l’Iran.

Se accadesse, (come si può facilmente intuire dal grafico 1) rimarremmo per esempio senza microchip, senza i quali non sarebbero nemmeno immaginabili le conseguenze industriali e sociali a cui si andrebbe incontro. Ma lo stesso potrebbe dirsi riguardo ad una possibile chiusura del Canale di Suez o di un conflitto che dal Mar Nero si estendesse nel mediterraneo vista l’assidua e crescente presenza di navi e sommergibili russi nel Mare Nostrum.

Ciò nonostante ci sono ancora forze di sistema che imperterrite insistono a correre contro l’evidenza dei pericoli (e contro il muro della ragionevolezza) perseverando nel promuovere prodotti che non solo non avrebbero alcun vantaggio pratico ma che acuirebbero ancor più la nostra dipendenza dai Paesi orientali. Non è quindi un caso che l’autorevolissimo “Der Spiegel” in copertina si chieda se l’auto elettrica rappresenti ancora un obiettivo utile ma soprattutto perseguibile nel Vecchio continente.

La Germania pur essendo stata il primo Paese a volere fortemente imporci la vettura a batteria, sta rendendosi conto del gigantesco boomerang che imprudentemente ha lanciato in aria e che rischia di azzerare l’asset più importante e strategico che essa possiede, cioè l’automotive, che occupa in territorio tedesco qualche milione di addetti.

I temi ambientali, causa e scusa primaria di una transizione in-sostenibile, avrebbero potuto essere affrontati più seriamente e senza una base ideologica il cui unico risultato è stato quello di distrarre l’opinione pubblica dalle più vere e fattive soluzioni che già erano quasi gratuitamente a portata di mano. Osservando l’età media del parco circolante europeo, si evince chiaramente che le auto dell’Unione sono generalmente vetuste soprattutto nei paesi più Popolosi e che una loro sostituzione con motori endotermici di ultima generazione potrebbe migliorare enormemente non solo il prospetto delle emissioni, ma anche la sicurezza stradale, dando contemporaneamente lavoro e creando PIL oggi indispensabile per pagare gli enormi debiti contratti indistintamente da tutti i governi durante la pandemia senza tuttavia creare dipendenze strategiche da Pechino. Voglio qui ricordare inoltre che il tanto disprezzato settore auto è di gran lunga il maggior contribuente alla ricerca e sviluppo europeo con quasi un terzo di tutti gli investimenti e che quindi senza alcun dubbio rappresenta l’asset più strategico ed economicamente più importante del Continente.

 

Le materie prime

Le materie prime subiranno direttamente le sorti dell’evoluzione geopolitica e delle scelte industriali implementate dai Governi. Non ci rendiamo conto che col fare una guerra ideologica indiscriminata ai fossili, apriamo scenari sconosciuti dove altre materie prime, alcune delle quali più rare e meno diffuse di gas e petrolio, saranno strategiche ed in pugno a nostri antagonisti sistemici come la Cina. La frammentazione geopolitica e l’interruzione di vie marittime essenziali, ci porrà in una situazione di carenza strutturale di materiali il cui fabbisogno subirà un incremento esponenziale.

Abbiamo già più volte accennato in passato alle varie materie prime necessarie all’elettrificazione dell’economia, ma forse basterebbe focalizzarci su un metallo che da millenni accompagna le fortune umane: il rame. Una transizione energetica accelerata richiederebbe un fabbisogno di rame pari a tutto il metallo scavato dall’umanità dalla sua scoperta.

Il fatto che la politica ma anche l’industria non se ne rendano conto, è di una gravità inaudita e fa parte di quel discorso iniziale secondo il quale l’attuale establishment prende delle decisioni demagogiche e ideologiche senza curarsi delle loro conseguenze. Diverremo quindi una società destinata a scavare, senza tuttavia renderci conto che l’Europa non ha materie prime nel suo sottosuolo e che comunque sia non ci sarà alcuna comunità disposta ad aprire miniere sul proprio territorio.

 

La politica dell’altrove e dell’ipocrisia

Viviamo quindi di sogni e di ideologie fantasiose secondo le quali è bellissimo andare in bicicletta ma ci devono andare gli altri, è bellissima l’auto a batteria, pur che si scavino i metalli altrove e sono chicchissimi i pannelli solari pur che si fabbrichino in Paesi low-cost e autoritari dove a produrli sono i nuovi schiavi del XXI secolo mentre non rinunciamo alle nostre vacanze in paesi esotici con l’aereo.

Il consenso è il fondamento dei processi democratici moderni, ma presuppone una preparazione culturale tale da comprendere la complessità dei temi insiti nella contemporaneità.

Senza comprensione adeguata dei fenomeni e degli accadimenti avremo sempre più una politica “dello sbandamento” dove prevarranno decisioni irrazionali che finiranno per danneggiare gli stessi cittadini che l’hanno votata. Noi, nel nostro piccolo, cerchiamo di informare e rendere i lettori consapevoli pur rendendoci conto di essere solo una goccia in un immenso mare.

 

Crisi del Mar Rosso: focus ANFIA sugli impatti per il settore automotive

Crisi del Mar Rosso: focus ANFIA sugli impatti per il settore automotive

ANFIA ha realizzato il Focus “La crisi del Mar Rosso” relativo ai risultati della survey condotta per valutare le implicazioni della crisi del Mar Rosso sulle dinamiche del trasporto marittimo e per capire se e come le potenziali interruzioni della supply chain influenzeranno il settore automobilistico in Italia e in Europa. Circa il 30% del trasporto mondiale di container passa attraverso il Mar Rosso, una rotta chiave per petroliere e gas, così come per il trasporto di rinfuse.

 

Gli attacchi dei ribelli Houthi alle navi portacontainer hanno spinto le compagnie di navigazione a trovare nuove rotte, reindirizzando verso il Capo di Buona Speranza oltre 200 miliardi di dollari di flussi commerciali dalle ultime settimane del 2023. Le nuove rotte stanno ritardando le consegne e contestualmente aumentando i costi di spedizione, con una forte esposizione ad una nuova interruzione nel commercio globale.

I rispondenti alla survey costituiscono un campione di circa 70 aziende, prevalentemente componentisti. Tra i risultati emersi, solo il 16% degli intervistati ritiene che la Crisi nel Mar Rosso non impatti il proprio business. I principali impatti registrati riguardano le tempistiche nella consegna, che risultano maggiori rispetto al normale, mentre il principale segmento di prodotti di cui gli intervistati riscontrano maggiori difficoltà nel reperimento sono le materie prime.

#FORUMAutoMotive 2024: Claudio Zirilli (Banca Ifis)

#FORUMAutoMotive 2024: Claudio Zirilli (Banca Ifis)

Come si muove una banca nel settore automotive e nei meandri della tanto richiesta sostenibilità oggi. Ne abbiamo parlato con Claudio Zirilli, responsabile Leasing e Noleggio di Banca Ifis.

 

“Siamo in prima fila nella sostenibilità, ci crediamo fermamente e vogliamo essere a fianco soprattutto del mondo dell’automotive che sta vivendo un grande cambiamento e una grande evoluzione”.