Noi: come una goccia in un immenso mare

Think different!: ce n'è un gran bisogno

di Andrea Taschini, Manager Automotive (dal magazine “Parts”)

 

Prologo

“Il pensiero tragico è il contraltare critico del trionfo di un’idea di ragione ottusamente anti-umanistica e oggi pervasiva”. Così l’immenso Giulio Sapelli definisce nel suo recente libro, “Verso la fine del mondo”, l’attuale fase storica che sembra trascinare in un precipizio l’intero assetto globale delle relazioni internazionali. Con un tre colpi ben assestati, pandemia, guerra in Ucraina e caos in Medioriente, siamo precipitati senza accorgerci in un caos geopolitico grave, forse il più grave dalla fine della Seconda guerra mondiale.

La mancanza di leadership e preparazione delle classi dirigenti da me più volte qui sottolineate, hanno portato la situazione a uno stato degenerativo con l’aggravante di dare la nettissima sensazione di non avere la più pallida idea di come uscirne indenni. Quell’atteggiamento delle giovani generazioni politiche e manageriali di potere avere accesso a ogni cosa senza fare mai i conti con la realtà vera, è stata la causa principale del dissesto delle relazioni internazionali e dei problemi anche di carattere industriale che oggi stiamo affrontando.

Il motto “Yes we can”, usato da Barak Obama nella sua campagna presidenziale del 2010, è il simbolo più tangibile della mentalità sorta nell’establishment americano di quegli anni che poi come sempre, si è riversata per osmosi nell’Europa progressista senza che il Vecchio continente si rendesse conto dei rischi sistemici a cui sarebbe andata incontro. Se gli Stati Uniti come ben scriveva Churchill, hanno sempre la possibilità di sbagliare perché non hanno alcuna minaccia ai propri confini, l’Europa con la sua stratificazione storica plurimillenaria si trova al centro di faglie geopolitiche delicatissime dove ad est affronta la potenza nucleare russa, a sud l’Islam, avendo al suo interno divisioni storiche che per centinaia d’anni hanno provocato guerre e massacri d’ogni genere e sorta.

Handle with care verrebbe voglia di dire e invece le forze centrifughe continentali hanno portato l’Unione Europea in una confusione di ruoli che ricorda le drammatiche fasi storiche del finire degli anni ‘30 del secolo scorso dove pacifismo, cieco mercantilismo e inconsapevolezza della gravità della situazione, fecero precipitare l’Europa verso il disastro della Seconda guerra mondiale.

 

I sogni infranti di una visione miope europea

Il sogno europeo di poter mutuare prodotti dai Paesi low-cost (principalmente dalla Cina) si sta infrangendo sugli scogli più insidiosi della de-globalizzazione e della ragion di Stato che all’improvviso è riapparsa prepotentemente alla ribalta dopo che il mondo è andato improvvisamente in frantumi. Abbiamo così scoperto che le nostre dipendenze da produzioni strategiche come l’energia, la mobilità e le telecomunicazioni, teoricamente e legislativamente sotto transizione, sono attaccate alla flebile speranza che la Cina se ne stia quieta e non sia tentata di invadere Taiwan o di soccorrere attivamente la Russia o peggio l’Iran.

Se accadesse, (come si può facilmente intuire dal grafico 1) rimarremmo per esempio senza microchip, senza i quali non sarebbero nemmeno immaginabili le conseguenze industriali e sociali a cui si andrebbe incontro. Ma lo stesso potrebbe dirsi riguardo ad una possibile chiusura del Canale di Suez o di un conflitto che dal Mar Nero si estendesse nel mediterraneo vista l’assidua e crescente presenza di navi e sommergibili russi nel Mare Nostrum.

Ciò nonostante ci sono ancora forze di sistema che imperterrite insistono a correre contro l’evidenza dei pericoli (e contro il muro della ragionevolezza) perseverando nel promuovere prodotti che non solo non avrebbero alcun vantaggio pratico ma che acuirebbero ancor più la nostra dipendenza dai Paesi orientali. Non è quindi un caso che l’autorevolissimo “Der Spiegel” in copertina si chieda se l’auto elettrica rappresenti ancora un obiettivo utile ma soprattutto perseguibile nel Vecchio continente.

La Germania pur essendo stata il primo Paese a volere fortemente imporci la vettura a batteria, sta rendendosi conto del gigantesco boomerang che imprudentemente ha lanciato in aria e che rischia di azzerare l’asset più importante e strategico che essa possiede, cioè l’automotive, che occupa in territorio tedesco qualche milione di addetti.

I temi ambientali, causa e scusa primaria di una transizione in-sostenibile, avrebbero potuto essere affrontati più seriamente e senza una base ideologica il cui unico risultato è stato quello di distrarre l’opinione pubblica dalle più vere e fattive soluzioni che già erano quasi gratuitamente a portata di mano. Osservando l’età media del parco circolante europeo, si evince chiaramente che le auto dell’Unione sono generalmente vetuste soprattutto nei paesi più Popolosi e che una loro sostituzione con motori endotermici di ultima generazione potrebbe migliorare enormemente non solo il prospetto delle emissioni, ma anche la sicurezza stradale, dando contemporaneamente lavoro e creando PIL oggi indispensabile per pagare gli enormi debiti contratti indistintamente da tutti i governi durante la pandemia senza tuttavia creare dipendenze strategiche da Pechino. Voglio qui ricordare inoltre che il tanto disprezzato settore auto è di gran lunga il maggior contribuente alla ricerca e sviluppo europeo con quasi un terzo di tutti gli investimenti e che quindi senza alcun dubbio rappresenta l’asset più strategico ed economicamente più importante del Continente.

 

Le materie prime

Le materie prime subiranno direttamente le sorti dell’evoluzione geopolitica e delle scelte industriali implementate dai Governi. Non ci rendiamo conto che col fare una guerra ideologica indiscriminata ai fossili, apriamo scenari sconosciuti dove altre materie prime, alcune delle quali più rare e meno diffuse di gas e petrolio, saranno strategiche ed in pugno a nostri antagonisti sistemici come la Cina. La frammentazione geopolitica e l’interruzione di vie marittime essenziali, ci porrà in una situazione di carenza strutturale di materiali il cui fabbisogno subirà un incremento esponenziale.

Abbiamo già più volte accennato in passato alle varie materie prime necessarie all’elettrificazione dell’economia, ma forse basterebbe focalizzarci su un metallo che da millenni accompagna le fortune umane: il rame. Una transizione energetica accelerata richiederebbe un fabbisogno di rame pari a tutto il metallo scavato dall’umanità dalla sua scoperta.

Il fatto che la politica ma anche l’industria non se ne rendano conto, è di una gravità inaudita e fa parte di quel discorso iniziale secondo il quale l’attuale establishment prende delle decisioni demagogiche e ideologiche senza curarsi delle loro conseguenze. Diverremo quindi una società destinata a scavare, senza tuttavia renderci conto che l’Europa non ha materie prime nel suo sottosuolo e che comunque sia non ci sarà alcuna comunità disposta ad aprire miniere sul proprio territorio.

 

La politica dell’altrove e dell’ipocrisia

Viviamo quindi di sogni e di ideologie fantasiose secondo le quali è bellissimo andare in bicicletta ma ci devono andare gli altri, è bellissima l’auto a batteria, pur che si scavino i metalli altrove e sono chicchissimi i pannelli solari pur che si fabbrichino in Paesi low-cost e autoritari dove a produrli sono i nuovi schiavi del XXI secolo mentre non rinunciamo alle nostre vacanze in paesi esotici con l’aereo.

Il consenso è il fondamento dei processi democratici moderni, ma presuppone una preparazione culturale tale da comprendere la complessità dei temi insiti nella contemporaneità.

Senza comprensione adeguata dei fenomeni e degli accadimenti avremo sempre più una politica “dello sbandamento” dove prevarranno decisioni irrazionali che finiranno per danneggiare gli stessi cittadini che l’hanno votata. Noi, nel nostro piccolo, cerchiamo di informare e rendere i lettori consapevoli pur rendendoci conto di essere solo una goccia in un immenso mare.

 

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