Emissioni di CO2: la vera sfida è a monte delle forniture

AlixPartners rafforza il team Automotive: Di Loreto è Partner & Managing Director

di Gianluca Di Loreto, partner di Bain & Company

 

Sebbene le grandi Case automobilistiche e i fornitori di primo livello (Tier 1) abbiano fatto progressi nel ridurre le emissioni derivanti dalle proprie attività produttive e dal consumo di energia, le emissioni della catena di fornitura a monte rimangono ancora una sfida. La decarbonizzazione della catena di fornitura diventerà sempre più critica poiché si prevede che le vendite di vetture elettriche aumenteranno ancora in misura considerevole. I veicoli elettrici hanno infatti più del doppio delle emissioni a monte rispetto ai motori a combustione a causa del contenuto di carbonio incorporato nelle batterie.

La decarbonizzazione è ormai diventata una questione centrale quasi per tutti: clienti, leader aziendali, regolatori e investitori, solo per citarne alcuni. Ma non tutti gli aspetti della decarbonizzazione sono stati affrontati allo stesso modo, soprattutto in alcuni settori in fase di trasformazione come quello automobilistico. Mentre le grandi Case automobilistiche e le aziende che forniscono loro componenti chiave hanno fatto progressi riducendo le emissioni di Scopo 1 e Scopo 2 (rispettivamente dell’8% e del 9% dal 2017), le emissioni di Scopo 3 rimangono invece una sfida per tutto il settore. Le emissioni di Scopo 3 includono i gas serra emessi lungo tutta la catena di fornitura (a monte) e quelle generate dal consumo di un prodotto (a valle), e sono aggiuntive rispetto alle emissioni dirette di un’azienda (Scopo 1) e alle emissioni indirette generate dall’energia acquistata (Scopo 2).

Secondo il nostro studio i principali costruttori automobilistici (OEM) hanno ridotto le proprie emissioni di Scopo 3 Upstream solo del 2% dal 2017, mentre i componentisti Tier 1 hanno invece aumentato le emissioni di Scopo 3 (upstream) del 5% nello stesso arco di tempo. Come intervenire sulla filiera per centrare gli obiettivi previsti?

RCA in aree private: verso una nuova scadenza

Produzione europea di auto al collasso: Bruxelles ripari gli errori fatti

L’emendamento presentato in Parlamento riguardante il DL Milleproroghe ha portato una svolta significativa per i proprietari di veicoli in aree private. Secondo quanto proposto, l’obbligo di stipula di polizze assicurative per la responsabilità civile automobilistica (RCA) viene posticipato al 30 giugno, dando respiro ai settori coinvolti e permettendo un tempo aggiuntivo per adeguarsi alle nuove disposizioni.

 

 Confcommercio Mobilità esprime soddisfazione 

La mossa del Governo è stata fortemente sollecitata da Confcommercio Mobilità insieme a Federmotorizzazione, Assocamp e Federacma, che hanno evidenziato la necessità di un periodo di transizione per adattarsi alla Direttiva europea. Questa esigenza nasce dalla complessità di implementare un sistema assicurativo adatto a coprire oltre tre milioni di veicoli l’anno, un ambito fino ad ora non pienamente esplorato dalle compagnie assicurative.

 

Simonpaolo Buongiardino, presidente di Confcommercio Mobilità, ha espresso gratitudine verso i relatori del Governo per aver riconosciuto l’importanza della richiesta, sottolineando come l’emendamento offra un’opportunità di dialogo costruttivo per definire i dettagli delle coperture assicurative necessarie: “Ringraziamo i relatori – dichiara – che, per conto del Governo, hanno compreso l’importanza della nostra richiesta perché vengono coinvolti almeno 3 milioni di veicoli all’anno e non vi sono ancora compagnie che abbiano ideato un sistema ad hoc di copertura assicurativa. Se il decreto verrà convertito in legge, avremo ottenuto un risultato rilevante alla luce della circolare del ministero dell’Interno, pubblicata l’8 febbraio, che fornisce le prime indicazioni operative agli organi di controllo e approvazione di eventuali sanzioni”.

 

Corsa contro il tempo

Il tempo a disposizione per adeguarsi alle nuove normative è tuttavia limitato. Con poco più di quattro mesi disponibili, le parti interessate sono chiamate a trovare un accordo sui termini applicativi della Direttiva europea: “Ora – prosegue Buongiardino – ci auguriamo, anche nelle more dell’approvazione definitiva, di essere presto convocati dal Ministero dei Trasporti per poter definire così con quali coperture assicurative e modalità si possano rispettare gli obblighi normativi comunitari. L’emendamento ci permette una tranquillità e serenità di confronto, ma comunque disporremo di poco più di 4 mesi per trovare una lettura condivisa della Direttiva europea in termini applicativi, per far sì che il sistema assicurativo sia pronto con i relativi prodotti e che i rivenditori si adeguino”.

 

Un futuro di maggiore chiarezza normativa 

L’emendamento rappresenta un importante primo passo verso una maggiore chiarezza normativa in un settore che vede coinvolti milioni di veicoli. La speranza espressa da Buongiardino e dalle associazioni di categoria è quella di estendere ulteriormente il periodo di sospensione, al fine di garantire una transizione più morbida verso il nuovo sistema assicurativo. Il confronto in corso promette di essere determinante per delineare il futuro del settore e per assicurare che i requisiti della Direttiva europea vengano implementati in modo efficace e consensuale.

“Social card” carburanti: UNEM sottoscrive la convenzione

Crescono le auto elettriche?

Foto: Gianni Murano, presidente di UNEM

UNEM si impegna a promuovere, presso le proprie associate titolari di autorizzazioni per l’esercizio degli impianti di distribuzione carburanti per autotrazione, l’applicazione di un’apposita scontistica sui prezzi praticati a favore dei possessori della social card “Dedicata a te”. È quanto prevede la Convenzione sottoscritta da UNEM e dalle altre associazioni di settore con il ministero delle Imprese e del Made in Italy alla presenza del sottosegretario Massimo Bitonci, inserita nel programma statale di sostegno ai nuclei familiari meno abbienti.


“Un’iniziativa a cui abbiamo aderito convintamente – ha commentato il presidente di UNEM, Gianni Murano – che permetterà ai titolari della social card di usufruire, per gli acquisti effettuati con la carta presso gli impianti che vorranno aderire, di un ulteriore sconto in forma diretta all’atto del rifornimento oppure in forma di buono utilizzabile successivamente e comunque entro la data di validità della convenzione, che in questa prima fase si conclude il prossimo 15 marzo”.

“Una prima fase che possiamo definire di sperimentazione – ha concluso – che servirà a mettere a punto il sistema e valutare gli opportuni aggiustamenti al fine di rendere lo sconto quanto più fruibile alla platea degli interessati”.

Auto elettriche: perché in Italia restano al palo

Auto elettriche: perché in Italia restano al palo

Pur mirando a stimolare le vendite di auto elettriche con incentivi impressionanti, il Governo potrebbe non centrare l’obiettivo di aumentare la quota di veicoli elettrici in una prospettiva di lungo termine. Un esperto del settore automobilistico della data company carVertical identifica l’accessibilità economica come uno dei principali ostacoli a un flusso di vendite più regolare, sebbene non sia l’unico.

 

Incentivi più alti o un pubblico più ampio?

Dato che l’Italia è in ritardo rispetto agli altri Paesi dell’Europa Occidentale in termini di quota di mercato delle auto elettriche, una valida soluzione potrebbe essere quella di proporre maggiori incentivi statali per chi acquista veicoli elettrici. Ma quanto più l’accordo è vantaggioso, tanto minore è il numero di soggetti beneficiari.

Matas Buzelis, responsabile della comunicazione di carVertical, afferma che un budget annuo di 950 milioni di euro per abbassare i prezzi delle auto elettriche fino a 13.750 euro, potrebbe essere sufficiente solo per l’acquisto di meno di 67.636 auto. Pari solo al 4,3% della quota di mercato delle auto nuove in Italia, mentre in altre economie europee le vendite di veicoli elettrici sono più elevate (fino a oltre il 16%).

Abbassare l’importo massimo degli incentivi statali potrebbe funzionare meglio in termini di aumento della diffusione dei nuovi veicoli elettrici. Inoltre, secondo Buzelis, l’offerta di incentivi statali per i veicoli elettrici usati potrebbe funzionare ancora meglio, poiché sono più accessibili per la maggioranza degli acquirenti.

 

Buon rapporto qualità/prezzo o cattivo investimento?

L’esperto suggerisce che mentre i prezzi dei nuovi veicoli elettrici possono apparire decisamente elevati, le auto usate sembrano suscitare un grande interesse. Soprattutto se si considerano i costi di proprietà e di manutenzione. Tuttavia, c’è un risvolto negativo e molto complicato: si svalutano rapidamente.

“L’acquisto di auto elettriche usate può destare l’interesse di molti automobilisti, poiché essendosi svalutate costano molto meno rispetto al nuovo e pertanto paiono offrire un ottimo rapporto qualità-prezzo. Tuttavia, questo vantaggio si perde al momento della vendita dell’auto nel giro di alcuni anni. Sembra che gli italiani non siano ancora pronti a passare ai veicoli elettrici”,afferma Matas Buzelis.

Secondo carVertical, un’auto elettrica di 5 anni in Italia ha perso in media circa il 46,1% del suo valore, mentre un’auto a benzina di 5 anni si è svalutata solo della metà, ossia il 23,6%. Il valore residuo di un’auto elettrica di 10 anni è solo del 33,8%, mentre per un veicolo medio a benzina è del 49,4%.

 

Chi acquista un’auto ha bisogno di soluzioni convenienti

Le auto elettriche non sono ancora convenienti dal punto di vista economico, e questo è un aspetto fondamentale per chi deve decidere che auto acquistare. Mentre le città di maggiori dimensioni dispongono di una certa infrastruttura di ricarica, la realtà è meno rosea nel resto del territorio in tutto il mondo.

Secondo Buzelis, questo problema è evidente nei quartieri residenziali, dove le persone vivono in condomini a più piani. “Trovare un parcheggio libero è spesso un’impresa ardua, figuriamoci un punto di ricarica per l’auto durante la notte. Quindi l’unico caso in cui un veicolo elettrico ha senso è se l’acquirente dispone di un terreno, un garage o un posto auto privato con un punto di ricarica (wallbox) per ricaricare l’auto durante la notte, oppure se può farlo nel parcheggio dell’ufficio. Le persone non vogliono affidarsi alle colonnine di ricarica pubbliche perché il loro prezzo è soggetto ad aumenti che azzerano la convenienza e impiegano troppo tempo per la ricarica, per non parlare della scarsa facilità d’uso di questi dispositivi rispetto al tradizionale rifornimento di carburante”, afferma l’esperto di carVertical.

 

foto ufficio stampa carVertical

V2G: falsi miti e verità che (forse) non si sapevano

Il V2G è una soluzione immediata per la domanda di picco

Quando si parla di mobilità elettrica, e di reti di nuova generazione, uno dei termini maggiormente utilizzati è quello del Vehicle-to-grid (V2G). Ma di che cosa si tratta esattamente? La tecnologia V2G permette ai veicoli elettrici di scambiare l’elettricità immagazzinata nelle proprie batterie con la rete rappresentando così una grossa opportunità per la  gestione intelligente dell’energia. Si tratta dunque di un approccio bidirezionale per cui il veicolo non solo riceve l’elettricità, ma la immagazzina nelle batterie e reimmette nella rete parte dell’energia accumulata non necessaria a garantire la mobilità del veicolo stesso. Come tutte le novità, soprattutto quelle nel campo tecnologico, tante sono le domande che ci si pone e tante sono le risposte che vengono date – alcune veritiere, altre meno. Per questo Hive Power, azienda pioniera nella fornitura di soluzioni innovative per le reti intelligenti, ha deciso di commentare (e talvolta sfatare) le 4 affermazioni più diffuse sul V2G, ma che non sempre corrispondono alla verità.

 

Il V2G potrebbe essere una soluzione universale per lo stoccaggio energetico

Seppure spesso il V2G viene presentato come la più probabile e promettente soluzione per il problema dello stoccaggio energetico, tuttavia la realtà è che questa tecnologia è più adatta a una fase avanzata di decarbonizzazione. Rappresenta un’ottima alternativa per i privati, ma richiede che vengano raggiunti numeri davvero significativi per diventare una soluzione praticabile su larga scala. Inoltre, le batterie dei veicoli elettrici non possono rappresentare oggi un sostituto immediato per le tradizionali soluzioni di stoccaggio dell’energia a livello mondiale.

 

Il V2G è una soluzione immediata per la domanda di picco

Quello che non è corretto in questa affermazione è “immediata”. Contrariamente alle aspettative, l’implementazione del V2G per gestire la domanda di picco richiede infatti un numero molto elevato di veicoli elettrici aggregati: questa è una prospettiva a lungo-medio termine, che dipenderà per lo più dalla capacità di controllare remotamente migliaia di veicoli.

 

Il V2G è economicamente vantaggioso per tutti i proprietari di veicoli elettrici

Molti proprietari potrebbero non notare vantaggi significativi finché il numero di veicoli collegati alla rete non raggiungerà livelli elevati, ma sicuramente il V2G rappresenterà un’ottima soluzione di risparmio economico e di gestione dell’energia.

 

Il V2G è la chiave per la resilienza energetica in aree con reti non affidabili

Sebbene il V2G offra la possibilità di funzionare come una sorta di PowerWall per le abitazioni, è importante notare che questa (almeno, ad oggi) potrebbe non essere la soluzione più praticabile per regioni con reti energetiche instabili. Alternative più semplici potrebbero risultare più utili per l’utente medio.

In definitiva, il Vehicle-to-Grid è una tecnologia dall’alto potenziale, ma che è stata adottata solo da poco tempo. Molti dei miti che circondano questa tecnologia derivano da aspettative eccessive e dalla necessità di un numero significativo di veicoli per renderla una realtà pratica. Per questo le aziende continuano a lavorare perché questa tecnologia possa essere sfruttata nel minor tempo possibile. Hive Power, per esempio, lo fa con FLEXO, la soluzione per ottimizzare e gestire in modo efficiente la flessibilità energetica la ricarica dei veicoli elettrici e il V2G.

Foto di Kumpan Electric su Unsplash

Verso il voto UE: ACEA rafforza il team dirigente senior

Verso il voto UE: ACEA rafforza il team dirigente senior

Andreas Klugescheid assumerà il nuovo ruolo di Chief Strategic Foresight and Engagement Officer. Dopo aver guidato l’ufficio di Bruxelles del BMW Group, Andreas sarà ora distaccato presso ACEA, portando esperienza alla guida di un team europeo di affari pubblici e di funzioni di pubbliche relazioni per Russia, Medio Oriente e Africa. Con oltre 24 anni in BMW, compresi incarichi negli Stati Uniti e in America Latina, Andreas apporta un’ampia conoscenza del settore. Lavorando in tutti i dipartimenti, Andreas sarà responsabile dello sviluppo di partenariati strategici e della guida di altri progetti di leadership di pensiero e di definizione dell’agenda.

Maria Linkova-Nijs assumerà il nuovo ruolo di responsabile esecutivo della politica e della strategia. Maria è una professionista delle relazioni pubbliche e delle comunicazioni politiche orientata ai dati e al patrocinio con oltre 15 anni di esperienza. Nel suo ruolo più recente, Maria ha co-guidato un team di quasi 30 persone e ha adottato un approccio innovativo e creativo verso nuovi canali e strumenti, in particolare l’apprendimento automatico e l’intelligenza artificiale. Maria sarà a capo del dipartimento Politiche e Strategie di ACEA e svolgerà un ruolo cruciale nell’ottimizzare la posizione del settore nelle discussioni politiche pertinenti e nel garantire l’allineamento strategico delle attività di ACEA.

“L’industria automobilistica europea sta attraversando la trasformazione più significativa dell’ultimo secolo, con il passaggio dal motore a combustione a quello elettrico a batteria. Questo profondo cambiamento ha ripercussioni significative per un settore critico come il nostro. Anche il segretariato di ACEA si sta evolvendo per garantire di affrontare collettivamente le sfide in questo momento cruciale che precede le elezioni europee”, ha affermato Sigrid de Vries, direttore generale di ACEA.

Sotto la guida del direttore generale, si legge in una nota di ACEA, Andreas e Maria si uniranno agli altri membri del senior management team di ACEA, tra cui Thomas Fabian, Chief Commercial Vehicles Officer; Marc Greven, direttore operativo e consulente legale; e Pierre Millette, direttore tecnico.

Mobilità a misura di città: Microlino in centro a Milano

Mobilità a misura di città: Microlino in centro a Milano

Non si arresta il progetto di Koelliker per una nuova mobilità sostenibile ed accessibile, che da oggi invade anche il centro città di Milano. Grazie alla partnership strategica con L-Etrik, il Gruppo compie un ulteriore passo, fondamentale, per la realizzazione del progetto di Urban store nei centri delle maggiori città italiane. L-ETRIK STORE è il nuovo concept store di mobilità elettrica su due ruote a Milano: dagli scooter elettrici, fino alle moto elettriche più potenti, che permettono di muoversi in città facendo risparmiare soldi ed energia, migliorando quindi la qualità della vita in modo economico, ecologico e sostenibile.

Con questa sinergia, Microlino – nata per rivoluzionare il modo di vivere e spostarsi in città – vivrà anche all’interno di due esclusivi showroom con l’obiettivo di promuovere soluzioni di trasporto sostenibili, sottolineando l’importanza della micromobilità nelle dinamiche urbane. Sarà possibile, quindi, ammirare e provare su strada la microcar più cool del momento, dotata di un unico sportello frontale, pensata per due passeggeri, dallo stile inconfondibile, facile da parcheggiare e con un generoso bagagliaio di ben 230 litri. Microlino ha una velocità massima di 90 km/h ed è equipaggiata con tre tipi di batterie che consentono un’autonomia di 91, 177 o 230 km.

Sicurezza: è il primo prodotto della sua categoria ad avere un telaio unibody in acciaio e alluminio, proprio come una classica automobile. Questo aspetto la rende più sicura rispetto ai veicoli della stessa categoria che invece sono dotati di telaio tubolare e pannelli in plastica. Performance: l’elevata rigidità torsionale, paragonabile a quella delle autovetture, unita alla leggerezza delle parti in alluminio, consente un’esperienza di guida precisa e dinamica. Durabilità: i materiali di alta qualità e il processo di produzione, controllato secondo le più avanzate tecnologie, consentono di prevedere un lungo ciclo di vita e una performance costante anche dopo un lungo chilometraggio e un elevato valore residuo.

La Microlino, distribuita esclusivamente da Koelliker nelle due versioni Dolce e Competizione, rafforza ulteriormente l’impegno del Gruppo leader nell’importazione nel fornire il proprio contributo alla diffusione della mobilità elettrica attraverso collaborazioni con realtà di respiro internazionale accuratamente selezionate a livello mondiale.

Foto ufficio stampa Koelliker

Assogomma: quando nevica non si può circolare in moto

Assogomma: quando nevica non si può circolare in moto

I motocicli non sono tenuti all’obbligo nel periodo invernale di avere montate gomme invernali né catene al seguito come è invece prescritto per le automobili, ove il gestore della strada lo imponga. Però in caso di neve al suolo i motocicli non possono circolare. Quest’obbligo risponde a una logica di buon senso: su fondo viscido, non è possibile mantenere l’equilibrio e viaggiare sicuri facendo affidamento solo su due ruote.

La Direttiva del 16 gennaio 2013 afferma che nel periodo di vigenza delle Ordinanze invernali i ciclomotori a due ruote e i motocicli, possono circolare solo in assenza di neve o ghiaccio sulla strada e di fenomeni nevosi in atto. Se nevica, invece, non possono circolare, indipendentemente dal fatto che abbiano montate delle gomme marcate M+S.

La marcatura M+S – “Mud & Snow”, tradotto dall’inglese “fango e neve”, è una autocertificazione del costruttore di pneumatici che può essere riportata su diverse tipologie di
pneumatici quali: motoveicoli, vetture, mezzi pesanti. Nel caso dei veicoli a due ruote questa marcatura indica che il pneumatico è idoneo limitatamente alla marcia su fango e più in generale per un uso fuoristradistico, non anche su fondo stradale innevato.

Per riassumere

  1. È possibile montare e circolare tutto l’anno con motocicli muniti di pneumatici marcati M+S purché con caratteristiche dimensionali e prestazionali identiche a quelle riportate in carta di
    circolazione, a meno che non vi sia neve al suolo o precipitazioni nevose in atto. In tale caso ne è vietata la circolazione.
  2. È possibile montare e circolare con motocicli muniti di pneumatici marcati M+S con codice di velocità declassato purché per un uso occasionale o temporaneo. In tale caso deve essere apposta una targhetta monitoria che informi il guidatore della velocità massima consentita. Tale equipaggiamento non necessita di aggiornamento della carta di circolazione, né di un nullaosta del costruttore.
  3. Laddove si vogliano impiegare pneumatici di misure e di prestazioni non riportate in carta di circolazione è necessario rivolgersi al costruttore del motoveicolo che fornirà le opportune formali assicurazioni. È solo il costruttore del motoveicolo, non il costruttore o il rivenditore del pneumatico, a poter autorizzare un equipaggiamento alternativo a quello previsto in carta di circolazione.

 

“Alrigh2t” a Malpensa e Parigi: l’idrogeno per rendere più sostenibili gli aeroporti

"Alrigh2t" a Malpensa e Parigi

In un mondo sempre più attento all’urgenza dei cambiamenti climatici e alla necessità di ridurre le emissioni di carbonio, l’aviazione è uno dei settori più critici in cui intervenire. Grazie al progetto Alrigh2t, coordinato dall’Enea e con la partecipazione di 21 aziende ed enti di ricerca a livello nazionale e internazionale, sembra esserci una nuova speranza per la decarbonizzazione del settore aeroportuale e la promozione di una mobilità più sostenibile nei nostri aeroporti.

 

Enea e Sea per soluzioni innovative

Il progetto Alrigh2t, finanziato dalla Commissione europea con circa 10 milioni di euro, è finalizzato allo sviluppo di soluzioni innovative che riguardano componenti, tecnologie e sistemi per l’utilizzo dell’idrogeno liquido nel settore aeroportuale. Questo ambizioso progetto mira non solo a sperimentare l’idrogeno liquido come fonte di energia per gli aerei ma anche a rafforzare la leadership europea nel campo della ricerca e sperimentazione legata all’idrogeno, consolidando al contempo il ruolo degli aeroporti come centri chiave per la creazione e diffusione dell’economia dell’idrogeno.

 

I test del progetto in Italia e Francia

Uno degli aspetti più interessanti del progetto è la sua portata pratica, con test che si terranno in due aeroporti di spicco, Milano Malpensa e Parigi. Questi test avranno l’obiettivo di studiare, validare e dimostrare due approcci diversi per il rifornimento di idrogeno negli aerei e nei veicoli di movimentazione a terra. A Milano, l’aeroporto Sea sperimenta il rifornimento “diretto” di idrogeno liquido, cercando di definire protocolli operativi che garantiscano sicurezza e rapidità nelle operazioni. A Parigi, invece, si dimostrerà il rifornimento mediante la sostituzione/scambio del serbatoio di idrogeno liquido, il quale viene riempito altrove. Questa sfida di approcci completamente diversi mira a confrontarne le prestazioni in termini di affidabilità, operatività, boil-off, sicurezza e costi.

 

Passo verso un settore più ecologico

Il progetto Alrigh2t rappresenta un passo importante verso un settore dell’aeronautica più ecologico e sostenibile, con l’idrogeno liquido che potrebbe diventare la chiave per ridurre l’impatto ambientale dell’industria aerea. La sua realizzazione potrebbe aprire la strada a una nuova era di mobilità sostenibile negli aeroporti e contribuire in modo significativo agli sforzi globali per affrontare la crisi climatica.

 

Venti ventiquattro: l’anno decisivo per l’UE

L’Europa contro l'Europa: il conto è arrivato

di Andrea Taschini, manager automotive – (dal magazine “Parts”)

 

Abbiamo davanti a noi 12 mesi pieni di cambiamenti che molto probabilmente modificheranno gli assetti politici ed economici del prossimo decennio. L’Europa naviga a vista intralciata da pseudo ideologie ambientaliste, iper regolamentazione alle attività produttive e tassazioni necessarie in gran parte per coprire una spesa corrente improduttiva. La partita si giocherà sullo scacchiere mondiale della competitività e sembra che l’Unione non sia in grado di giocarla: vedremo se le élite sapranno dare una svolta a una situazione veramente difficile in cui per altro volontariamente (e inutilmente) si sono infilate.

 

Tutti al voto

 

Così si ricorderà il 2024 negli annali storici, l’anno in cui 2 miliardi di elettori in rappresentanza di 4 miliardi di persone in 76 Paesi, si saranno recati alle urne per esprimere la nuova classe politica che guiderà il loro paesi fino alla fine del decennio. È quasi certo e inevitabile che la storia politica ed economica mondiale subirà parecchi cambiamenti e probabilmente in alcuni casi svolte decisive. Tra tutte le elezioni quelle che eleggeranno il presidente degli Stati uniti e quelle che formeranno il nuovo parlamento europeo, saranno ovviamente le più importanti e le più determinanti per il mondo occidentale.

 

Gli ultimi 5 anni sono stati tra i più tribolati della recente storia mondiale e sembra che le turbolenze, siano destinate non a ridursi ma ad acuirsi nel futuro prossimo. Senza dubbio questa crescente instabilità ha origini lontane: da almeno un trentennio si sono compiute delle scelte incaute, frutto di una superficialità dettata da un’assenza di rigore politico e da uno scarso spessore intellettuale delle varie classi dirigenti che si sono succedute dopo la caduta del muro di Berlino.

 

Il fatto di avere vinto il nemico sovietico senza sparare un colpo di cannone, pur avendo una grande valenza meritoria, ha esposto le giovani élite ai rischi di una visione irrealistica del mondo, rendendole sicure che una continua crescita economica dovuta sia alle nuove tecnologie, sia all’allargarsi dei mercati, ma soprattutto all’assenza di una controparte con cui confrontarsi, fosse inarrestabile. Ora che i nodi stanno venendo tutti al pettine, lo sbandamento risulta evidente, mentre sempre più si percepisce il vuoto lasciato da una classe politica e manageriale non all’altezza di gestire le vicende che si stanno sviluppando con una complessità sempre maggiore.

 

L’Europa non fa più la storia…

 

Il continente europeo che dal 1945 ha perso la sua centralità politica mondiale, in questo contesto sembra in balia degli eventi: con una guerra sulla soglia di casa e una struttura di welfare sociale che fa fatica a reggere i propri debiti, il grado di fiducia dei cittadini è in caduta libera facilmente misurabile nel tasso di natalità che sta portando l’Unione sull’orlo della decrescita demografica. È anche utile sottolineare che l’intero Occidente ma in maniera più specifica l’Europa, in questa fase politica, sta accentuando il senso di sfiducia della sua popolazione con insistenti revisionismi in senso negativo della propria storia, essendosi scordata che proprio la civiltà europea è stata invece l’assoluta artefice dell’unico modello sociale che ha dato una speranza ed una dignità di vita all’umanità. La storia si sta quindi allontanando dal Vecchio continente senza tuttavia lasciare ai cittadini europei un’alternativa credibile di sviluppo e benessere.

 

…ma nemmeno l’economia

Sebbene lo scenario nel quale l’economia nel Dopoguerra europea ha posto le fondamenta del proprio successo sia profondamente cambiato, l’establishment ha fatto fatica comprendere l’evoluzione degli avvenimenti perché immersa in uno contesto ovattato e apparentemente privo di minacce reali. Di conseguenza, da un lato la spesa militare è stata sostanzialmente azzerata tanto che oggi senza l’ombrello difensivo americano saremmo prede per avvoltoi, dall’altro il mercato con la dissoluzione dell’Unione sovietica si è improvvisamente allargato fornendo opportunità inaspettate senza tuttavia rendere consapevole la classe dirigente che le regole del gioco stavano rapidamente cambiando.

 

Gli europei continuano a illudersi di essere la guida morale del mondo dimenticandosi che in uno scenario globale nessun paese può essere un punto di riferimento credibile senza essere in possesso anche di un temibile apparato militare con la conseguenza che le comparsate diplomatiche dell’Unione sfociano molto spesso nel patetico. Ci siamo per esempio scordati che la sola creatività e l’allure dello stile fanno parte dei piaceri della vita, ma quando ci si siede ai tavoli internazionali senza un’industria strategica competitiva non si ha alcun peso specifico.

 

Ci siamo anche incredibilmente convinti che avremmo potuto alimentare il nostro benessere senza acciaio, metallurgia, miniere, industria digitale e persino fonti energetiche che sono e rimarranno il pilastro fondamentale del benessere di ogni società.

Con questi presupposti non c’è quindi da sorprendersi se il PIL Europeo in 20 anni è cresciuto la metà di quello degli Stati Uniti (quello dell’Italia l’80% in meno…).

 

Solo recentemente, forse sollecitati dalle imminenti elezioni politiche del giugno 2024, a qualcuno a Bruxelles è venuto in mente che al di là di tutti i proclami ambientalisti e anti industriali, l’Europa si è infilata in un grosso problema strutturale: non è più competitiva e l’incombente deindustrializzazione ci priverà di quella crescita economica senza la quale il debito ingigantitosi enormemente nel periodo pandemico, non sarà più sostenibile soprattutto se come sembra sempre più probabile, gli europei dovranno provvedere da soli alla difesa del continente.

 

Alla disperata ricerca di soluzioni

 

Sembra incredibile, ma la pletora di esperti, lobbisti, politici e professori che gravitano intorno alla Commissione europea, non è stata giudicata in grado di capire le ragioni di una così accentuata perdita di competitività, Si incarica quindi Mario Draghi perché studi il caso e dia un suo responso alla questione indicandone possibilmente anche le soluzioni. Le cause della perdita di competitività industriale del sistema europeo sono riassumibili in tre argomenti principali a seguire. 1 – Green deal

 

L’Europa è già un continente praticamente decarbonizzato; le emissioni di CO2 rappresentano il 7% di quelle mondiali mentre Stati Uniti e Cina sono rispettivamente al 15% e al 32% sebbene il nostro PIL sia sostanzialmente paritario a quello di Pechino. Nonostante il quadro sia molto chiaro, l’Europa continua incessantemente a legiferare per ridurre le emissioni ponendo vincoli e tasse (ETS) sulla produzione energetica ed industriale tanto da rendere le proprie aziende non più competitive sullo scenario economico globale aprendo nel contempo le porte a maggiori importazioni di manufatti dai paesi esterni all’area comunitaria.

 

La capacità di avere energia disponibile e a basso costo, è il primo fondamento indispensabile per chi si voglia definire una potenza industriale: l’Unione minandone i presupposti sta rendendo la vita molto difficile alle imprese che infatti delocalizzano gli impianti produttivi in aree meno penalizzate anche al suo stesso interno: è recentissimo il caso di Mittal che lascia l’Italia e investe in Francia dove l’energia nucleare (fino a poco tempo fa sull’orlo di essere anch’essa messa al bando dalla UE) garantisce la stabilità e la competitività energetica (la Francia è esportatrice netta di elettricità).

 

La materia energetica se non gestita in maniera equilibrata e spinta da ideologie ambientaliste punitive, può portare ai disastrosi risultati tedeschi dove il crollo della produzione industriale è riscontrabile nella caduta dei consumi energetici tornati ai livelli del 1978: ci vorranno anni perché la Germania recuperi il tempo e la competitività perdute.

 

Infine la molto discussa messa al bando delle auto endotermiche, di cui abbiamo già ampiamente parlato su questa rivista, per imporre l’utilizzo di vetture elettriche notoriamente dominate indiscutibilmente dalla Cina, aggiunge destabilizzazione ad un comparto già in gravi difficoltà strategiche. Gli importanti numeri del settore automotive sono facilmente riscontrabili e non danno adito a dubbi di come la produzione di vetture sia per l’Europa un asse portante della propria economia. 2 – La burocrazia domina il sistema

 

L’iper-regolamentazione, dettata in questi anni dalla Commissione che si è addentrata inutili e cavillosi dell’economia, ha intralciato il libero svolgimento delle attività imprenditoriali. Se Henry Kissinger sosteneva che l’evoluzione democratica aveva portato dalla “aristocracy alla meritocracy”, il continuo e forsennato legiferare della commissione ha portato invece ad un regime di “bureaucracy” nel quale le aziende si trovano costrette a seguire leggi e regolamenti piuttosto che fare impresa, sperperando con ciò tempo e denari che invece sarebbero molto più utili se indirizzati alla ricerca e all’innovazione oltre che alla competitività di sistema.

Abbiamo così trasformato anche per una formazione intellettuale inadeguata, i manager in funzionari frenando lo spirito principale che essi dovrebbero possedere che è quello del problem solving.

 

All’interno delle aziende, abbiamo invece cresciuto una schiera di burocrati la cui unica funzione è quella di eludere i problemi, certi che con la compilazione di qualche report, qualsiasi sia il risultato del loro operato sarà sicuramente apprezzato. La competizione internazionale ci impone flessibilità, velocità d’azione e uomini preparati con una solida capacità di visione. Bisogna sottolineare che l’attitudine del burocrate ha colpito anche le istituzioni europee ingessando un sistema che se non sarà rapidamente riformato porterà a danni irreparabili. 3 – Eccesso di tassazione

 

L’eccesso di burocrazia e di tutele sociali anche ingiustificate, ha fatto dell’Europa un Continente dove la tassazione sottrae immani risorse alle aziende e ai consumi privati. In Italia siamo stati maestri a tassare qualsiasi persona fisica o giuridica indiscriminatamente ma l’Unione europea non lo è da meno. La competitività delle imprese si gioca anche sulla capacità di attrarre investimenti sotto il punto di vista fiscale. Sicuramente la libertà di movimento di merci e capitali ha reso semplice trasferire le produzioni altrove dove il contesto legislativo e fiscale risulta meno oneroso e più competitivo.

 

Il mondo, che la classe politica post 1989 ha voluto globalizzato non lascia più adito a interpretazioni ideologiche ma soprattutto i numeri che non mentono mai, non accettano soluzioni che prescindano dalla realtà. Le parole chiave per una soluzione efficace alla perdita di competitività europea sono semplificazione e deregolamentazione. L’anno 2024 segnerà un nuovo capitolo della storia mondiale e sarà solo un inizio di un trend che segnerà i nuovi assetti mondiali. Forse è venuto il momento di avere una classe dirigente meno ideologizzata e più attenta.