Maldarizzi: in campo per dare più cavalli al Bari

Maldarizzi Automotive S.p.A., una delle più importanti realtà italiane del mercato automobilistico, con sedi dislocate tra Puglia e Basilicata, riferimento per il mondo della mobilità dal 1979, è fiera di annunciare la sua partnership con la SSC Bari, diventando Top sponsor per le stagioni sportive 2022/2023 e 2023/2024.

 

Gioco di squadra, impegno, solidità e consapevolezza sono valori che uniscono Maldarizzi al sogno biancorosso, due realtà che credono alle grandi opportunità del territorio. L’accordo di sponsorizzazione prevede che Maldarizzi diventi Mobility Partner della SSC BARI, dotando la squadra di una flotta di veicoli per tutte le esigenze. Una scelta che strizza l’occhio alla sostenibilità, attraverso anche l’utilizzo di veicoli elettrici.

 

Nicola Maldarizzi, Co-Ceo di Maldarizzi Automotive: “Siamo più che felici ed onorati di poter sostenere l’SSC Bari con cui condividiamo obiettivi e valori ma soprattutto città e colori! Insieme alla squadra e con questa partnership, non solo vogliamo supportare la società negli spostamenti, ma anche essere protagonisti di un’avventura e condividerne tutte le emozioni insieme ai tifosi. Negli anni abbiamo fatto viaggiare migliaia di persone con le nostre auto, oggi vogliamo supportare la squadra per far sì che la meta di questo viaggio sia una grande emozione per tutta la città ed i tifosi”.

 

Il presidente Luigi De Laurentiis: «Un compagno di viaggio sicuro, affidabile e ambizioso. Questo è Maldarizzi per noi. Non possiamo che essere molto soddisfatti per questa partnership che ci vedrà al fianco di chi come noi ha la forza e il coraggio di guardare al futuro senza mai distogliere l’attenzione sul presente. Continuiamo a costruire una squadra di altissimo livello, dentro e fuori dal campo».

 

Foto: Il direttore sportivo del Bari, Ciro Polito

Governo al bivio: transizione o dismissione industriale

di Michele De Palma, segretario generale FIOM CGIL

 

Il governo italiano, in questo momento, deve decidere se siamo dentro una transizione industriale oppure se siamo dentro un processo di dismissione industriale. In particolare nel Mezzogiorno – la necessità che abbiamo è di investire, anche attraverso risorse del PNRR.

 

In tutto il Mezzogiorno abbiamo tante realtà industriali che però vivono una situazione particolarmente complessa, come l’automotive. Penso che la leva che deve utilizzare oggi il Governo è quella della transizione, che porta con sé un nuovo modo di lavorare. Quindi, c’è bisogno di formazione, di aumentare i salari in una fase di questo tipo, perché essendoci problemi che arrivano da fuori, bisogna far partire la domanda interna.

 

Oggi investire sui salari significa investire anche nell’economia del Mezzogiorno.

UE e auto: nel 2024 si vota, ambientalismo “alla Greta” all’angolo?

di Pier Luigi del Viscovo, direttore del Centro studi Fleet & Mobility

(da “il Giornale” del 30/6/2022)

I ministri dell’ambiente dell’Ue hanno fatto fare un altro passo avanti alla proposta della Commissione di fermare nel 2035 la vendita delle auto termiche, ma hanno rimarcato la spaccatura già emersa nel Parlamento e, soprattutto, si sono riservati una revisione del percorso nel 2026. Formalmente, per verificare che l’installazione delle colonnine di ricarica proceda. Nella sostanza, per avere l’occasione di tornare sulla materia. Infrastrutture a parte, saranno comunque i consumatori a dire l’ultima parola.

 

Proprio per aggirare quel mercato che dovrebbe tutelare, la Commissione – su input di Transport & Environment, lobby anti-auto – decise un anno fa di imporre lo stop alle auto termiche, avendo capito che i cittadini non passavano da soli all’auto a pile. Secondo AutoScout24, 7 automobilisti su 10 sono contrari allo stop. Se dovessero continuare a scegliere massicciamente auto termiche (95% delle immatricolazioni) diventerebbe complicato insistere.

I governi nazionali sono molto sensibili agli elettori e sentono che il vento è cambiato. Nel 2024 si vota e le urne potrebbero esprimere un Parlamento e una Commissione che mettano da parte l’ambientalismo «alla Greta» per affrontare le questioni reali che stanno mordendo i cittadini: dal caro-energia al rischio di una guerra non per procura con chi è più incline a usare le armi che le sanzioni. Infatti, gli ambientalisti, che sono i più svegli, hanno subodorato che fino al 2035 troppe cose potrebbero cambiare e allora hanno suggerito di anticipare lo stop al 2028. Per il pianeta? No, per una moda.

Sia chiaro una volta e per tutte che l’ambiente non trarrebbe alcun beneficio. Si legge sul sito del Parlamento Ue: «Il settore dei trasporti è responsabile del 30% delle emissioni totali di CO2 in Europa, di cui il 72% viene dal solo trasporto stradale» e le auto «sono tra i mezzi più inquinanti, considerato che generano il 60,7%». Il Parlamento sorvola, ma l’European Environment Agency, organo della Ue, riporta che nel 2019 il trasporto in Europa ha emesso 0,825 gt (miliardi di tonnellate) di CO2, il cui 60,7% delle auto sarebbe 0,501 gt. Poco? Tanto?

 

L’Aie riporta che nello stesso anno le emissioni prodotte da attività umane sono state circa 50 gt. Quindi le auto circolanti in Europa producono l’1% delle emissioni globali. Emissioni che oggi aumentano di oltre 1 punto ogni tre anni, a causa soprattutto a Cina e India. Così nei prossimi tre anni sarà vanificato il beneficio che noi europei impiegheremmo oltre 30 anni a conseguire, distruggendo la nostra industria automobilistica, eccellenza mondiale che dà lavoro a 3,2 milioni di addetti diretti più l’indotto.