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L’Europa e la lezione cinese: reagire o rinunciare alla capacità produttiva

Bene difendere il clima: al tempo stesso si tuteli la capacità produttiva

di Domenico De Rosa, CEO del Gruppo SMET

 
Le dichiarazioni del fondatore di Leapmotor, Zhu Jiangming, non vanno archiviate come una provocazione o come una semplice operazione di marketing. Se davvero la Cina dovesse arrivare a concentrare fino all’80% della produzione automobilistica mondiale, significherebbe che il processo di deindustrializzazione europea avrà raggiunto il suo punto più critico.

Il tema non è più l’auto elettrica. Il tema è la politica industriale. La Cina ha costruito negli ultimi vent’anni una strategia coerente, integrando produzione, materie prime, batterie, software, ricerca, componentistica e mercato interno.

L’Europa, invece, ha scelto di affidare il proprio destino a obiettivi ideologici, imponendo scadenze e divieti senza aver prima costruito una filiera autonoma e competitiva. Abbiamo sostituito la visione industriale con la regolamentazione.

Abbiamo pensato che fosse sufficiente vietare una tecnologia per crearne automaticamente un’altra. La realtà è molto diversa. Oggi i costruttori cinesi non competono più sul basso costo del lavoro, ma sulla velocità di esecuzione, sull’integrazione verticale e sulla capacità di innovare con tempi che il modello europeo non riesce più a sostenere.

La vera domanda che dobbiamo porci è un’altra. L’Europa vuole ancora essere una potenza manifatturiera oppure intende trasformarsi in un grande mercato di consumo per tecnologie e prodotti sviluppati altrove? Perché se la seconda ipotesi dovesse prevalere, non perderemmo soltanto quote di mercato.

Perderemmo competenze, occupazione qualificata, ricerca, investimenti e una parte significativa della nostra sovranità economica. La transizione ecologica non può coincidere con la rinuncia alla nostra capacità produttiva.

Una politica industriale seria non si costruisce con i divieti, ma con gli investimenti, con la neutralità tecnologica e con una strategia di lungo periodo. Il rischio non è che la Cina diventi il leader mondiale dell’automobile. Il rischio è che l’Europa continui a osservare questo processo senza reagire.

 

Foto da ufficio stampa Gruppo SMET