Certo, questo tipo di semplificazioni sono accattivanti, l’anatema del luddista spinge sempre ma, nella realtà dice poco, anche perché i tifosi senza se e senza ma di solito sono quelli che mettono il piatto a tavola con questo tipo di business.
La storia delle Rivoluzioni Industriali però, quella vera è molto affascinante. Stiamo vivendo la quarta e tutte (vapore, elettricità/motore a scoppio, digitale e cibernetica) hanno avuto sempre due caratteristiche ricorrenti: la ricchezza media è sempre cresciuta; il tempo di diffusione è man mano diminuito.
E tutte le cosiddette Rivoluzioni Industriali avevano una necessità per diventare appunto “rivoluzionarie”: il principio di utilità.
Cioè, non bastava che fossero “novità” dovevano incrociare (e generare) vantaggi per chi le progettava, chi le realizzava e chi le consumava. Per questo nessuna di quelle che hanno cambiato la storia del mondo non l’hanno fatto per “decreto”, ma per una “libera” adesione al cambiamento.
Che fossero cavalli e carrozze era molto significativo, che sia una batteria molto poco. Il fatto che ci siano forsennati tifosi, Paesi non democratici che decidono quale targhe dare e governi sovranazionali che “impongono” una tecnologia, significa, di per sé, che questa non è una Rivoluzione: non vi è un’adesione spontanea di tutti gli attori.
Infine, quelli che si sono – in anticipo – dichiarati rivoluzionari, ecco, non hanno mai reso un grande servigio a quelli per i quali dovevano fare la rivoluzione. Forse a se stessi.

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