Correva l’anno 2000, quando Jeremy Rifkin pubblicò “L’Era dell’Accesso”, libro illuminante e premonitore. Rifkin sosteneva che l’economia stesse cambiando paradigma, dalla proprietà a quello dell’accesso: non conta più tanto possedere beni, quanto poterli usare, noleggiare, abbonarsi o consumare dentro reti e piattaforme. In questa nuova fase, le imprese non vendono solo prodotti, ma esperienze, relazioni, contenuti e servizi personalizzati, trasformando il rapporto con il cliente in un legame continuo e di lungo periodo.
L’auto sta diventando “commodity”? La pressione maggiore arriva da elettrificazione, standardizzazione tecnologica, piattaforme condivise e confronto sempre più diretto sul prezzo. Quando autonomia, software, incentivi e costi di utilizzo diventano i criteri dominanti, molti modelli finiscono per assomigliarsi di più agli occhi del cliente.
Già, e i clienti? Probabilmente in molti sono già pronti, uovo e gallina, per questo il processo prenderà piede velocemente. Le ricerche più recenti convergono su un punto: l’auto non è più, per tutti, un status symbol allo stesso modo di prima. Per alcuni rimane ancora segno di immagine, ma per molti giovani pesa di più il budget, la flessibilità, il costo di gestione e il tipo di motorizzazione.
STATUS O GAMING? Baricco, in “The Game” descrive la rivoluzione digitale nasce come reazione al Novecento: guerra, complessità, autorità, fatica, specialismo. Il digitale promette l’opposto:leggerezza, immediatezza, partecipazione, gioco, accesso. Il mondo contemporaneo assomiglia sempre più a una partita, dove conta entrare nel flusso, non possedere regole assolute

Bonus colonnine: segnale positivo per il mercato con la “scossa”