Green Deal: la grande confusione sotto il cielo

L’Europa contro l'Europa: il conto è arrivato

di Andrea Taschini, manager automotive (dal magazine “Parts”)

La transizione energetica europea, l’abbiamo scritto più volte, è una scelta politica non basata su presupposti scientifici. Come capita a tutte le ideologie, il concetto di transizione cambia a seconda della parte politica che sale al potere, allo stesso modo l’opinione dei cittadini muta secondo le mode correnti.

Il risultato è che il mondo sembra sospeso tra chi vorrebbe perseguire piani irrealizzabili con costi sociali elevati e chi più semplicemente chiede di ridare slancio alla competitività del sistema industriale per creare lavoro e ricchezza. Il Green Deal è la partita più importante che Stati Uniti e Unione Europea stanno giocando, mentre i cinesi che assistono allo spettacolo dagli spalti, tifano ovviamente per i loro interessi.

Il nuovo corso americano

Nulla è certo in politica, ma dopo l’attentato a Donald Trump e il ritiro di Joe Biden sembra che i repubblicani abbiano più chances di vincere le elezioni presidenziali rispetto ai democratici. La questione per chi fa industria, ricopre un ruolo fondamentale: si scontrano, infatti, due visioni dell’America e del mondo come mai era accaduto dalla Guerra civile americana del 1863. Le diverse visioni del Green Deal e con esso del destino dell’auto elettrica, saranno il terreno di scontro decisivo sul quale si sceglierà il nome del prossimo presidente degli Stati Uniti.

Le posizioni sono nette e non conciliabili: i repubblicani sono per un rigetto delle istanze ambientaliste, molto protesi nella ricerca di un nuovo rilancio competitivo dell’industria e con esso di livelli salariali incrementali, mentre i democratici continuano a perseguire l’idea di una forte decarbonizzazione che sebbene sia il doppio di quella europea, è decisamente inferiore al loro principale antagonista per ora solo economico e cioè la Cina. Sappiamo come negli USA la corsa presidenziale si giochi principalmente sui temi economici dato che i cittadini a differenza di quelli del Vecchio continente, non godendo di particolari protezioni sociali, derivano il loro benessere dalla capacità del sistema di creare nuove posti di lavoro.

La partita si è quindi rovesciata: coloro che in passato difendevano i lavoratori oggi difendono chi fa affari a Wall Street, mentre la cosiddetta destra, cavalca l’umore molto frustrato della mid-low class che negli anni ha perso potere d’acquisto e stabilità. Stiamo assistendo a cambi di paradigmi storici impensabili solo 20 anni fa i cui esiti condizioneranno senza dubbio il modo di affrontare i temi fondamentali che ci impone la società contemporanea. Trump ha dichiarato apertamente di voler abolire ogni spinta verso l’auto elettrica entro 24 ore dal momento in cui si sarà insediato alla Casa Bianca e questa posizione se verrà attuata, porrà come poi vedremo, un tema industriale imprescindibile alla nostra Europa.

Più idrocarburi, inoltre, significa più industria manifatturiera e più manifattura significa, nelle intenzioni di Trump, meno dipendenza dalla Cina sia attraverso politiche daziarie molto aggressive sia attraverso una più marcata competitività energetica. Un nostro imprenditore a queste condizioni dovrebbe spostare immediatamente il baricentro delle proprie attività proprio in Nord America ed è proprio ciò che potrebbe succedere nel medio termine.

 

Il vecchio corso europeo

Mentre a Washington la campagna elettorale è in pieno corso, in Europa le elezioni si sono da poco concluse con la volontà dell’elettorato di una discontinuità sostanziale rispetto all’ultimo quinquennio. Nonostante ciò, bisogna prendere atto che quello che ci differenzia dai nostri cugini americani, è la caratteristica europea di non avere assetti politici chiari e ben definiti tra chi ha vinto e chi invece perso le elezioni. Il risultato, che allo stesso modo ha tormentato la politica italiana negli ultimi due decenni, è stato quello di riportare al governo di Bruxelles la stessa maggioranza che è uscita dalle elezioni molto ridimensionata.

Rieleggendo Ursula von der Layen a capo della Commissione non solo si è posta una questione politica, che qui a noi interessa relativamente, ma porrà in futuro molto prossimo, qualora Trump raggiungesse la Casa Bianca, un tema ben più ampio e spinoso, quello industriale. Le visioni e le intenzioni dei due leader in materia di Green Deal (ma non solo) appaiono diametralmente opposte e rischiano di schierare i due fronti atlantici su posizioni troppo divergenti per punto di vista del nostro alleato storico che è anche l’indiscutibile perno economico finanziario e soprattutto militare dell’Europa.

Nel recente passato abbiamo già assistito a scontri più o meno aperti (da parte soprattutto tedesca) con Washington e i risultati sono stati il disastroso Dieselgate, costato miliardi di dollari (e di immagine) alle Case auto di Berlino, e il misterioso (ma non poi tanto) episodio dell’esplosione del gasdotto che nel mar Baltico trasportava il gas russo in Germania: due avvertimenti secchi senza possibilità d’appello che dovrebbero far meditare l’intero apparato governativo europeo.

Appare, in un momento di incerta transizione geopolitica, che sbilanciarsi verso politiche poco gradite agli americani sia eccessivamente rischioso soprattutto perché la transizione energetica europea necessariamente sposterebbe inevitabilmente l’Unione verso un asse di cooperazione con Pechino. Tuttavia, Ursula von der Layen, nel suo discorso di insediamento come presidente della Commissione è stata perentoria: “Perseguiremo il Green Deal così come è stato scritto”, pur aprendo a un principio di neutralità tecnologica richiesta a gran voce dal suo stesso partito. L’Europa si avvia, quindi, verso unadecarbonizzazione forzata, quanto inutil,e entro il 2040 che avrà un costo elevatissimo sia sociale sia economico senza, peraltro, produrre alcun vantaggio ambientale, tema da cui tutto il discorso del Green Deal aveva fondato i suoi presupposti politici.

 

Il rischio che incombe e le sue conseguenze

Si può quindi liberamente affermare che se Trump vincesse le elezioni come oggi (23 luglio 2024, nel momento in cui va in stampa questo articolo) sembra probabile, Europa e America si troverebbero su fronti strategici opposti con visioni industriali ed energetiche molto divergenti (per la prima volta dalla Seconda guerra mondiale) con l’aggravante che il Vecchio continente si spingerebbe verso un’alleanza o meglio una dipendenza inedita da Pechino nello stesso frangente in cui la Cina sta diventando il nemico numero uno degli Stati Uniti. Si capisce che il quadro diverrebbe veramente complesso da gestire soprattutto con l’attitudine americana a non comprendere i barocchismi politici europei considerati poco affidabili.

Insistere con l’auto elettrica ci porrebbe poi in un’antitesi industriale con gli americani che continuerebbero a utilizzare auto endotermiche, riducendo di fatto la massa critica di alcune Case auto tedesche che dovrebbero produrre sia auto elettriche in Cina, non esportabili negli USA per via dei pesanti dazi, sia auto endotermiche per continuare ad avere una presenza negli Stati Uniti. Direi che ce n’è abbastanza per definire la situazione confusa e pericolosa con un’America assetata di rivincita del “MAKE AMERICA GREAT AGAIN”. Non sono certo che a Bruxelles si siano valutati tutti i rischi, ma si è dimostrato ancora una volta, se ce ne fosse ancora bisogno, che la fame di potere acceca anche i meglio intenzionati.

Le Case auto europee sono oggi ferme in mezzo a un guado molto scomodo: la Cina incombe con la sua competitività, l’auto elettrica non sta riscontrando alcun gradimento se non nei Paesi del Nord Europa, abbiamo scoperto che da noi produrre batterie è economicamente quasi impossibile per fattori strutturali per lungo tempo immodificabili e chi vincerà negli Stati Uniti la corsa presidenziale, cambierà radicalmente la visione della mobilità a proprio piacimento.

Sono panni scomodi quelli che vestono i CEO delle Case auto nostrane presi tra giravolte, dietrofront e scenari sconosciuti. E’ fondamentale sottolineare che qualche colpa ce l’hanno pure loro perché si sono gettati in una mischia senza prevederne le conseguenze, annuendo e applaudendo a vanvera gli ambientalisti e asservendosi a una politica a caccia di voti, palesemente impreparata, che non ha compreso cosa in realtà significhi un’auto elettrica e quale sia la complessità di una transizione non necessaria in un Continente già sostanzialmente decarbonizzato e, soprattutto, leader nella fabbricazione di automobili che tutto il mondo ci invidia.

Green Deal: la grande confusione sotto il cielo

L’Europa contro l'Europa: il conto è arrivato

di Andrea Taschini, manager automotive (dal magazine “Parts”)

La transizione energetica europea, l’abbiamo scritto più volte, è una scelta politica non basata su presupposti scientifici. Come capita a tutte le ideologie, il concetto di transizione cambia a seconda della parte politica che sale al potere, allo stesso modo l’opinione dei cittadini muta secondo le mode correnti.

Il risultato è che il mondo sembra sospeso tra chi vorrebbe perseguire piani irrealizzabili con costi sociali elevati e chi più semplicemente chiede di ridare slancio alla competitività del sistema industriale per creare lavoro e ricchezza. Il Green Deal è la partita più importante che Stati Uniti e Unione Europea stanno giocando, mentre i cinesi che assistono allo spettacolo dagli spalti, tifano ovviamente per i loro interessi.

Il nuovo corso americano

Nulla è certo in politica, ma dopo l’attentato a Donald Trump e il ritiro di Joe Biden sembra che i repubblicani abbiano più chances di vincere le elezioni presidenziali rispetto ai democratici. La questione per chi fa industria, ricopre un ruolo fondamentale: si scontrano, infatti, due visioni dell’America e del mondo come mai era accaduto dalla Guerra civile americana del 1863. Le diverse visioni del Green Deal e con esso del destino dell’auto elettrica, saranno il terreno di scontro decisivo sul quale si sceglierà il nome del prossimo presidente degli Stati Uniti.

Le posizioni sono nette e non conciliabili: i repubblicani sono per un rigetto delle istanze ambientaliste, molto protesi nella ricerca di un nuovo rilancio competitivo dell’industria e con esso di livelli salariali incrementali, mentre i democratici continuano a perseguire l’idea di una forte decarbonizzazione che sebbene sia il doppio di quella europea, è decisamente inferiore al loro principale antagonista per ora solo economico e cioè la Cina. Sappiamo come negli USA la corsa presidenziale si giochi principalmente sui temi economici dato che i cittadini a differenza di quelli del Vecchio continente, non godendo di particolari protezioni sociali, derivano il loro benessere dalla capacità del sistema di creare nuove posti di lavoro.

La partita si è quindi rovesciata: coloro che in passato difendevano i lavoratori oggi difendono chi fa affari a Wall Street, mentre la cosiddetta destra, cavalca l’umore molto frustrato della mid-low class che negli anni ha perso potere d’acquisto e stabilità. Stiamo assistendo a cambi di paradigmi storici impensabili solo 20 anni fa i cui esiti condizioneranno senza dubbio il modo di affrontare i temi fondamentali che ci impone la società contemporanea. Trump ha dichiarato apertamente di voler abolire ogni spinta verso l’auto elettrica entro 24 ore dal momento in cui si sarà insediato alla Casa Bianca e questa posizione se verrà attuata, porrà come poi vedremo, un tema industriale imprescindibile alla nostra Europa.

Più idrocarburi, inoltre, significa più industria manifatturiera e più manifattura significa, nelle intenzioni di Trump, meno dipendenza dalla Cina sia attraverso politiche daziarie molto aggressive sia attraverso una più marcata competitività energetica. Un nostro imprenditore a queste condizioni dovrebbe spostare immediatamente il baricentro delle proprie attività proprio in Nord America ed è proprio ciò che potrebbe succedere nel medio termine.

 

Il vecchio corso europeo

Mentre a Washington la campagna elettorale è in pieno corso, in Europa le elezioni si sono da poco concluse con la volontà dell’elettorato di una discontinuità sostanziale rispetto all’ultimo quinquennio. Nonostante ciò, bisogna prendere atto che quello che ci differenzia dai nostri cugini americani, è la caratteristica europea di non avere assetti politici chiari e ben definiti tra chi ha vinto e chi invece perso le elezioni. Il risultato, che allo stesso modo ha tormentato la politica italiana negli ultimi due decenni, è stato quello di riportare al governo di Bruxelles la stessa maggioranza che è uscita dalle elezioni molto ridimensionata.

Rieleggendo Ursula von der Layen a capo della Commissione non solo si è posta una questione politica, che qui a noi interessa relativamente, ma porrà in futuro molto prossimo, qualora Trump raggiungesse la Casa Bianca, un tema ben più ampio e spinoso, quello industriale. Le visioni e le intenzioni dei due leader in materia di Green Deal (ma non solo) appaiono diametralmente opposte e rischiano di schierare i due fronti atlantici su posizioni troppo divergenti per punto di vista del nostro alleato storico che è anche l’indiscutibile perno economico finanziario e soprattutto militare dell’Europa.

Nel recente passato abbiamo già assistito a scontri più o meno aperti (da parte soprattutto tedesca) con Washington e i risultati sono stati il disastroso Dieselgate, costato miliardi di dollari (e di immagine) alle Case auto di Berlino, e il misterioso (ma non poi tanto) episodio dell’esplosione del gasdotto che nel mar Baltico trasportava il gas russo in Germania: due avvertimenti secchi senza possibilità d’appello che dovrebbero far meditare l’intero apparato governativo europeo.

Appare, in un momento di incerta transizione geopolitica, che sbilanciarsi verso politiche poco gradite agli americani sia eccessivamente rischioso soprattutto perché la transizione energetica europea necessariamente sposterebbe inevitabilmente l’Unione verso un asse di cooperazione con Pechino. Tuttavia, Ursula von der Layen, nel suo discorso di insediamento come presidente della Commissione è stata perentoria: “Perseguiremo il Green Deal così come è stato scritto”, pur aprendo a un principio di neutralità tecnologica richiesta a gran voce dal suo stesso partito. L’Europa si avvia, quindi, verso unadecarbonizzazione forzata, quanto inutil,e entro il 2040 che avrà un costo elevatissimo sia sociale sia economico senza, peraltro, produrre alcun vantaggio ambientale, tema da cui tutto il discorso del Green Deal aveva fondato i suoi presupposti politici.

 

Il rischio che incombe e le sue conseguenze

Si può quindi liberamente affermare che se Trump vincesse le elezioni come oggi (23 luglio 2024, nel momento in cui va in stampa questo articolo) sembra probabile, Europa e America si troverebbero su fronti strategici opposti con visioni industriali ed energetiche molto divergenti (per la prima volta dalla Seconda guerra mondiale) con l’aggravante che il Vecchio continente si spingerebbe verso un’alleanza o meglio una dipendenza inedita da Pechino nello stesso frangente in cui la Cina sta diventando il nemico numero uno degli Stati Uniti. Si capisce che il quadro diverrebbe veramente complesso da gestire soprattutto con l’attitudine americana a non comprendere i barocchismi politici europei considerati poco affidabili.

Insistere con l’auto elettrica ci porrebbe poi in un’antitesi industriale con gli americani che continuerebbero a utilizzare auto endotermiche, riducendo di fatto la massa critica di alcune Case auto tedesche che dovrebbero produrre sia auto elettriche in Cina, non esportabili negli USA per via dei pesanti dazi, sia auto endotermiche per continuare ad avere una presenza negli Stati Uniti. Direi che ce n’è abbastanza per definire la situazione confusa e pericolosa con un’America assetata di rivincita del “MAKE AMERICA GREAT AGAIN”. Non sono certo che a Bruxelles si siano valutati tutti i rischi, ma si è dimostrato ancora una volta, se ce ne fosse ancora bisogno, che la fame di potere acceca anche i meglio intenzionati.

Le Case auto europee sono oggi ferme in mezzo a un guado molto scomodo: la Cina incombe con la sua competitività, l’auto elettrica non sta riscontrando alcun gradimento se non nei Paesi del Nord Europa, abbiamo scoperto che da noi produrre batterie è economicamente quasi impossibile per fattori strutturali per lungo tempo immodificabili e chi vincerà negli Stati Uniti la corsa presidenziale, cambierà radicalmente la visione della mobilità a proprio piacimento.

Sono panni scomodi quelli che vestono i CEO delle Case auto nostrane presi tra giravolte, dietrofront e scenari sconosciuti. E’ fondamentale sottolineare che qualche colpa ce l’hanno pure loro perché si sono gettati in una mischia senza prevederne le conseguenze, annuendo e applaudendo a vanvera gli ambientalisti e asservendosi a una politica a caccia di voti, palesemente impreparata, che non ha compreso cosa in realtà significhi un’auto elettrica e quale sia la complessità di una transizione non necessaria in un Continente già sostanzialmente decarbonizzato e, soprattutto, leader nella fabbricazione di automobili che tutto il mondo ci invidia.

Autostrade per l’Italia: droni da remoto per monitorare il traffico

Autostrade per l'Italia: droni da remoto per monitorare il traffico

Droni per monitorare e supportare le squadre di viabilità di Autostrade per l’Italia, una nuova tecnologia al servizio degli automobilisti: a questo obiettivo, e non solo, punta il programma sperimentale Falco di Aspi, arrivato alla sua seconda fase. Oggi i droni possono essere pilotati da remoto e gestiti direttamente dal centro di controllo del traffico di Genova. Sull’A26 dal bivio A10 a Ovada, e sull’A10 tra Cogoleto e Varazze è in corso la seconda fase del progetto Falco, con cui Aspi ha la possibilità di monitorare il traffico sulle autostrade, dall’alto, anche nei punti privi di telecamere. Iniziativa, questa, avviata in collaborazione con Movyon, centro per la ricerca e l’innovazione del Gruppo.

In coordinamento con ENAC, l’Ente Nazionale per l’Aviazione Civile, autorità tra le più avanzate in Europa nel settore degli aeromobili senza equipaggio a bordo, che ha rilasciato l’autorizzazione operativa per poter operare con droni in modalità BVLOS (Beyond Visual Line Of Sight) su cinque siti del tratto ligure della rete autostradale, scelto per le sue particolari caratteristiche strutturali e che attraversa un territorio complesso dal punto di vista orografico. Il monitoraggio del traffico tramite l’utilizzo di un servizio aereo innovativo con droni, è uno strumento efficace e utile per intercettare eventuali situazioni critiche e tenere aggiornati i viaggiatori sulle condizioni della viabilità. Il progetto rientra nell’ampio piano di iniziative messe in campo da Aspi per agevolare i flussi. 

Come volano i “falchi”. Nelle aree interessate sono stati installati dei “nidi” per alloggiare, far decollare i droni e permetterne la ricarica, cosicché possano sorvolare il tratto assegnato. In questa seconda fase i droni sono pilotati da remoto, con missioni attivate direttamente dal centro di controllo del traffico di competenza, al fine di restituire flussi video sulle condizioni della viabilità e dell’infrastruttura. Le missioni di volo possono essere pianificate o attivate on demand in occasione di specifici eventi (code, incendi, materiali dispersi). Il tutto nel rispetto di un accurato protocollo di sicurezza. La vista dall’alto permette di monitorare inoltre segnaletica stradale, cantieri, stato della pavimentazione e del verde. Tutte informazioni utili per attivare tempestivamente forze dell’ordine e squadre di soccorso in caso di necessità e per individuare attività di intervento o ripristino sull’infrastruttura.

I primi dati e le prospettive. Terminata questa seconda fase di sperimentazione si passerà alla raccolta e all’analisi dei dati, che serviranno allo sviluppo dell’intelligenza artificiale per l’event detection, ovvero il riconoscimento automatico di un evento critico (quale veicolo fermo, incidente, etc). In futuro, il sistema di monitoraggio con droni potrebbe entrare nelle attività di routine di pattugliamento della rete, aiutando i tecnici nel rilevare potenziali criticità, rendendo i tempi di intervento più rapidi e migliorando la qualità del servizio. Il progetto Falco fa parte del più ampio Programma Mercury. Smart Sustainable Mobility, polo unitario e coordinato per l’innovazione tecnologica per ottenere infrastrutture autostradali sempre più sicure, digitalizzate e a basso impatto ambientale.

“Con il Progetto Falco stiamo testando l’uso dei droni per il monitoraggio del traffico in tempo reale – spiega Roberto Tomasi, Amministratore delegato di Autostrade per l’Italia – così da poterne gestire sempre meglio i flussi, incrementando la sicurezza per gli utenti. Questo sistema peraltro potrà essere utilizzato per le ispezioni sui ponti e viadotti, ponendoci all’avanguardia a livello mondiale per innovazione tecnologica. L’obiettivo ultimo è arrivare a una rete digitalizzata e automatizzata che fornisca un numero sempre maggiore di informazioni puntuali e immediate a coloro che la percorrono e a chi la gestisce. Le autostrade – prosegue – sono e resteranno per molti anni la spina dorsale del Paese e della sua economia. Con questa consapevolezza, e tenendo a mente che l’innovazione è premessa di qualunque sviluppo, il Gruppo lavora ogni giorno con determinazione affinché sulla rete si faccia quel salto tecnologico indispensabile per accompagnare la transizione verso la mobilità del futuro, nel segno della sicurezza e della sostenibilità”.

 

Foto ufficio stampa autostrade per l’Italia 

Incidenti mortali: DEKRA chiede incisive campagne di prevenzione

Mobilità: "La sfida della transizione per svecchiare il circolante italiano"

Foto: Toni Purcaro, Executive Vice President DEKRA Group e Presidente DEKRA Italia

 

“Secondo il report realizzato da ACI-ISTAT sugli incidenti stradali mortali, emerge che nel 2023 le vittime in Italia sono state 3.039, il 3,8% in meno rispetto all’anno prima. Si osserva però un forte aumento dei morti oltre i 70 anni, particolarmente rilevante per la fascia 75-79 anni (+23,6%), ma anche per i bambini di 5-9 anni (le vittime passano da 8 a 13). Si tratta di numeri allarmanti di fronte ai quali urge promuovere campagne di prevenzione, serio ammodernamento del parco circolante oltre a sanzioni appropriate”. Lo ha dichiarato Toni Purcaro, Executive Vice President DEKRA Group e Presidente DEKRA Italia, in merito ai dati ACI-ISTAT sugli incidenti stradali mortali nel 2023.
 
Purcaro ha, inoltre, sottolineato come “ogni anno, migliaia di vite vengono tragicamente spezzate a causa di incidenti stradali, molti dei quali sono evitabili. Una guida responsabile non è solo un dovere individuale ma è una responsabilità collettiva. Ogni conducente, a partire dai più giovani, deve essere consapevole delle proprie azioni e del loro impatto sugli altri. È fondamentale quindi rispettare le norme del codice della strada, mantenere la concentrazione e adottare comportamenti etici alla guida. Allo stesso tempo si rende assolutamente indispensabile un ammodernamento del parco circolare composto da vicoli troppo vecchi e perciò poco sicuri, inquinanti e pericolosi. In tal senso, è orientato l’impegno costante di DEKRA nella promozione della sicurezza sulle strade, contribuendo alla Vision Zero che mira a ridurre a zero le vittime e gli incidenti stradali. È cruciale che tutte le parti coinvolte, dalle istituzioni ai cittadini, collaborino per sviluppare strategie efficaci e sensibilizzare l’opinione pubblica sui comportamenti di guida responsabili. Solo attraverso un impegno collettivo e un approccio proattivo – conclude –  si potrà sperare di ridurre ulteriormente il numero di incidenti e salvare vite umane”.

L’analisi sui consumi di Findomestic: ok l’auto usata, due ruote in sofferenza

L'analisi sui consumi di Findomestic: ok l'auto usata, due ruote in sofferenza
Le intenzioni d’acquisto degli italiani rilevate dall’Osservatorio Findomestic di luglio tornano a crescere con un +4,1% senza tuttavia discostarsi dal livello più basso degli ultimi 2 anni registrato a giugno. “Sei italiani su dieci – commenta Claudio Bardazzi, responsabile Osservatorio Findomestic – continuano a vedere nell’inflazione la principale preoccupazione seguita da quella per il calo del potere d’acquisto. 4 famiglie su 10 – continua Bardazzi – continuano a ritenere la propria situazione economica abbastanza o molto problematica e la metà degli italiani negli ultimi tre mesi non è riuscita a risparmiare nulla. In questo contesto di preoccupazione e incertezza il nostro ultimo Osservatorio mensile rileva una timida ripresa della propensione al consumo per i prossimi tre mesi trainata dai settori auto usata ed efficienza energetica domestica“.
 
La propensione all’acquisto di auto usate vola a +34,3% rispetto a giugno (il comparto con la performance migliore), mentre l’ auto nuova rimane stabile (+0,4%). Le due ruote – elettriche e non – soffrono: e-bike a -9,8%, motoveicoli a -21,9% (livello più basso dell’ultimo anno) e monopattini elettrici a -40,3%.
Foto di Viktor Bystrov su Unsplash