di Mario Verna, manager automotive
Nessuna reazione europea: silenzi e rinvii. Nel ballo della sedia nessuno vuole rimanere in piedi. Ecco l‘Europa che sull’auto ha sbagliato tutto quello che poteva sbagliare – tempi, modi, numeri, previsioni – costringendo tutto il settore a peggiorare un quadro già critico e imponendo ai cittadini incrementi di prezzo che stanno rallentando la sostituzione del parco circolante e il suo ulteriore invecchiamento.
Chi ha confuso i fini con i mezzi e li ha imposti a tutti, beh, dovrebbe scusarsi e farlo a voce alta. Perché: l’Europa è il Continente che ha ridotto di più le emissioni negli decenni; le emissioni del parco auto non pesano pressoché nulla sotto il cielo mondiale; l’Europa non ha materie prime tali da consentire un qualche vantaggio competitivo nella corsa alla transizione energetica; l’Europa non ha alcun know-how nella produzione di componentistica che alimenti la transizione energetica; l’Europa ha (aveva) un know-how da leader mondiale per la produzione di motori a combustione interna che, nel corso degli anni, hanno ridotto drasticamente le emissioni; l’Europa non ha indipendenza energetica, meno che mai a impatto zero; i principali Paesi europei hanno una significativa porzione di PIL e di occupazione che dipende dall’automotive e dalla sua filiera.
E prendere immediati provvedimenti riparatori. Mentre nello Studio Ovale, Donald Trump ha presentato il nuovo impianto CAFE come una “liberazione” da regole considerate troppo rigide, puntando su auto più accessibili e sulla libertà di scelta dei consumatori. Un messaggio chiaro: meno vincoli sui consumi, più spazio a SUV e pickup a benzina.
Jim Farley (Ford) ha accolto la mossa come un ritorno al “buon senso industriale”, sottolineando che standard più graduali permettono di investire sia nei veicoli tradizionali sia nell’elettrico senza scaricare tutti i costi sul cliente finale. In altre parole: sostenibilità sì, ma con una traiettoria compatibile con i bilanci delle famiglie e delle case auto.
Antonio Filosa (Stellantis) ha parlato di riallineamento delle regole alle reali condizioni di mercato (“realigns standards with real-world market conditions”) evidenziando l’esigenza di politiche che tengano insieme tre obiettivi: competitività delle fabbriche USA, prezzi accessibili, percorsi di riduzione delle emissioni credibili ma non scollegati dalla domanda effettiva.
Questo triangolo Trump–Farley–Filosa apre una domanda cruciale anche per l’Europa: come conciliare transizione green, occupazione industriale e appetibilità del prodotto finale, in un contesto in cui USA e Cina stanno giocando una partita molto aggressiva sull’auto?

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