di Andrea Taschini, manager automotive (dal magazine “Parts”)
Nel novembre 1980 Ronald Reagan vinse le elezioni e il 20 gennaio dell’anno successivo si insediò alla Casa Bianca.
Il decennio che precedette l’elezione fu attraversato in tutto il mondo occidentale, da eventi destabilizzanti sia sotto il profilo economico che quello sociale. Si iniziò male: nell’autunno del 1973 la crisi petrolifera e quindi energetica scatenata dalla guerra del Kippur, mise in ginocchio indistintamente il tessuto industriale di Stati Uniti e Europa.
Il continente europeo nello specifico, fu tormentato da moti sociali e politici così forti che divenne terreno fertile per il terrorismo che soprattutto nel nostro paese causò centinaia di vittime; il Partito comunista francese e quello italiano raggiunsero percentuali tali da far temere a più riprese la tenuta atlantica dell’Europa, mentre il Regno Unito sprofondava in una crisi economica così acuta da rischiare il proprio dissolvimento.
L’apice della crisi occidentale fu toccato con l’umiliante occupazione dell’ambasciata statunitense a Teheran dove per ben 15 mesi 52 diplomatici americani furono presi in ostaggio dal governo iraniano. All’inizio del nuovo decennio davvero sembrava che l’Occidente stesse capitolando di fronte all’incapacità di una classe politica molto ideologizzata, ma soprattutto soverchiata dall’attivismo sovietico.
Serviva una svolta, un colpo di reni e d’orgoglio che sembravano svaniti dopo tre decenni di crescita e benessere.
Il primo segnale di risveglio dal torpore occidentale fu l’elezione di Margaret Thatcher che conquistò il numero 10 di Downing Street nel maggio del 1979, prima donna a ricoprire una carica così alta in tutto il mondo industrializzato; poi come detto, Reagan l’anno seguente conquistò la Casa Bianca.
Sembravano allora due eccezioni poco credibili per i parametri di giudizio dei tempi: un ex attore di B movie e una donna non avrebbero certo potuto certo risolvere una crisi cosi profonda e oramai considerata dai più come irreversibile.
Invece il vento cambiò all’improvviso e successe quasi contemporaneamente in tutto il mondo. Anche in Italia, i giovanotti della borghesia bene, dopo aver terrorizzato per anni le città con la P38, si trasformarono in men che non si dica in paninari “armati” di Moncler e Timberland.
Il resto è storia con la quale si possono trarre due conclusioni: la prima citando Albert Einstein, è che chi ha creato il problema non è il miglior individuo per risolverlo, la seconda è che il vento del cambiamento è di solito inaspettato e inarrestabile.
Nuove svolte, vecchie assonanze
L’Europa a noi contemporanea, ha per certi versi parecchie assonanze con quella degli anni 70: crescente crisi economica e sociale, povertà energetica, salto quantico delle tecnologie disponibili, inasprimento delle prospettive geopolitiche, due guerre ai nostri confini: insomma, si può affermare che è in atto un mix esplosivo di proporzioni estremamente preoccupanti.
Non tutte le svolte nella storia umana avvengono nei tempi dovuti e, soprattutto, nelle modalità consone e auspicabili, ma con l’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti non vi è dubbio siamo stati messi di fronte a un cambiamento così decisivo che l’Europa non può esimersi dal prenderne atto con realismo.
Quali saranno gli effetti di questa svolta e più ancora quali i risultati non è facile prevederlo, ma sicuramente tra le tante intenzioni proclamate dalla futura amministrazione Trump (di cui non si può non tenerne conto), ci sono la sburocratizzazione dell’apparato federale, la liberalizzazione dell’economia che rispetto a quella europea è già enormemente meno legata da vincoli e orpelli, la difesa della produzione interna e soprattutto un approccio molto aggressivo nei confronti dell’espansionismo commerciale cinese, tutte questioni che risultano in netto contrasto con le politiche attuate dall’Unione Europea nell’ultimo decennio.
L’Europa perduta patria
Tra le due potenze maggiori che compongono l’Occidente, Europa e Stati Uniti, la prima è senza possibilità di equivoci, quella in più gravi difficoltà sia ad affrontare i propri problemi interni sia a fronteggiare la nuova amministrazione americana che come detto sembra voler velocizzare il passo verso un nuovo paradigma socio-economico.
Non vi è alcun dubbio che se l’Unione Europea ha speso gli ultimi tre lustri a legiferare contro se stessa tra un’immensa quanto inutile burocrazia e un auto-punizione delle proprie capacità energetiche, negli Stati Uniti è prevalsa la volontà di spingere crescita e competitività tanto è che dall’inizio del Millennio il loro PIL è incrementato il doppio rispetto all’Europa comunitaria e oggi possono ora vantare una superiorità sia economica che tecnologica senza paragoni.
Per fare un esempio molto concreto dell’inefficienza dell’Unione Europea, si può citare che dopo 150 giorni dalle elezioni di giugno, non ha ancora insediato il proprio governo e per quel poco che si è capito, la maggioranza a Bruxelles si reggerà su assetti variabili a seconda delle eventualità contingenti, mentre l’Amministrazione americana a meno di un mese dalle consultazioni, ha già la squadra di governo pronta con un fronte compatto tra Congresso, Senato e Xorte suprema.
Da aggiungere si potrebbe inoltre affermare che la narrazione ideologica europea sul net-zero si sta rivelando un disastro (annunciato) su tutti i fronti: la scarsità energetica che l’Unione si è autoinflitta, ha portato il costo dell’energia al 158% in più rispetto a USA e Cina, mentre la dipendenza da Pechino dalle tanto agognate fonti rinnovabili è da considerarsi totale dato che la Cina con il 94% del mercato mondiale ha in pugno la produzione di pannelli fotovoltaici, pale eoliche e batterie per auto elettriche.
La politica dell’Unione Europea per questo e molto altro, senza un sostanziale cambio di rotta, giungerebbe a un preoccupante disaccoppiamento industriale e strategico con Washingtonche mai è avvenuto dalla fine della seconda guerra mondiale con le dovute conseguenze economiche che sarebbero inimmaginabili.
Il terzo incomodo: la Cina
Tra le svariate e fantasiose iniziative europee guidate dalla Germania, e per questo non dobbiamo sorprenderci se i tedeschi sono in ginocchio, c’è il tentativo di accoppiare la propria economia con quella di Pechino. L’illusione che la Cina potesse avere bisogno dei prodotti europei e fosse un canale di sbocco per le merci europee, è stata non solo smentita dai fatti ma è da considerarsi risibile.
La Cina è a tutti gli effetti un vero Paese sovranista che predilige consumare i propri prodotti soprattutto da quando la crisi economica,. dettata da una gigantesca sovrapproduzione, interna sta costringendo il Governo comunista a spingere il consumo di merci autoctone piuttosto che quelle importate. C’è solo da meravigliarsi di come eminenti professori e manager europei non abbiano capito la vera natura del paese asiatico credendo di poter allargare all’infinito il mercato premium di importazione della Cina.
Non è infatti nozione comune che il vero Paese protezionista è quello cinese dove da sempre i dazi e le barriere all’entrata sono stati robusti e trasversali su ogni produzione estera? I Governi europei, al contrario, per contenere l’inflazione e le emissioni di CO2 hanno sempre lasciato libera l’importazione creando i presupposti per un impoverimento industriale e dei lavoratori del nostro Continente.
Non vi è dubbio che lo spostamento a destra delle preferenze degli elettori europei derivi proprio dai risultati di queste politiche attuate negli ultimi due decenni che se non verranno modificate urgentemente provocheranno il collasso economico e sociale dell’Unione.
I dazi di Trump e i costi europei
Sfatiamo un mito: i dazi del 20% minacciati da Trump verso i prodotti europei non sono altro che un ribilanciamento della svalutazione dell’Euro nei confronti del dollaro. Nel giugno del 2021 un dollaro valeva 1,22 euro mentre oggi vale 1,05 e cioè il 15% in più. Vale a dire che rispetto a tre anni fa il bilancio cambierebbe poco anche perché è attesa un ulteriore deprezzamento della nostra moneta come conseguenza della debolezza dell’economia continentale.
L’Europa ha quindi una sola missione da compiere: recuperare competitività se vuole ancora esistere sui mercati internazionali. I costi industriali a parte quelli disastrosi energetici dovuti al Green Deal di cui in passato abbiamo già lungamente scritto, sono di varia e trasversale natura.
Fare impresa in Europa è divenuto molto difficile; la complessità è principalmente causata dai tanti aspetti legislativi che ostacolano volutamente le attività produttive in ogni settore. Sebbene sia evidente a tutti la tragicomica situazione all’interno dei palazzi di Bruxelles, resistono ancora grossi e potenti baluardi ideologici che impediscono alle aziende europee di competere ad armi pari sui mercati internazionali.
Con l’avvento della nuova Amministrazione americana credo che non avremo sconti né li avremo in misura ancor maggiore dal Governo comunista cinese. In conclusione si può affermare che l’Europa sta vivendo parecchio sopra i propri mezzi e senza una precisa meta in cui approdare. Senza azioni forti, concrete e urgenti, l’Unione finirà come un vaso di coccio in mezzo a due vasi di bronzo.
La sensazione è che invece a Bruxelles viga uno stato confusionale molto accentuato: senza alcun leader all’altezza della situazione, ma con molte comparse insignificanti e ciò fa tanto ricordare quel genio di Flaiano che anni fa ebbe cinicamente a scrivere: ” …sono un pugno di uomini indecisi a tutto”.
Foto ANDREA TASCHINI FOTO archivio Forum-Diario
