Discussione sull’auto: ma perché la chiamano “ferro”?

Discussione sull'auto: ma perché la chiamano "ferro"?

di Marco Della Monica, giornalista automotive e motorsport

 

C’è una parola che sento spesso nelle sale riunioni dei costruttori europei. Una parola sola, buttata lì con disinvoltura assoluta, come se non pesasse niente: “Il ferro.” Parlano dell’auto. La chiamano ferro. Come se lavorassero in una fonderia. Come se il prodotto che hanno in listino fosse carpenteria metallica, non il distillato di decenni di ingegneria, di rischio industriale, di sogni collettivi e di identità culturale. Come se Enzo Ferrari avesse costruitoferri”. Come se Colin Chapman avesse alleggeritoferri”. Come se Giorgetto Giugiaro, Pininfarina, Ercole Spada e i tanti nostri designer avessero disegnatoferri”.

Gli analisti del settore, gli specialisti, i manager dell’automotive (come Raffaele Fusilli) hanno ragione quando diagnosticano la patologia strategica dell’automotive europeo, l’incertezza regolatoria come condanna, il doppio binario tecnologico come suicidio di scala. Ma c’è un livello ancora più a monte del problema dei bilanci, dei target CAFE e delle curve di adozione elettrica.

Il problema è che non sanno più cosa stanno facendo. Anzi, più precisamente, non losentono” più.

I C-suite di questi costruttori, sembrano non vivere più l’auto come fatto culturale.Alcuni di questi (molti dell’Upper middle management) vengono dalla grande distribuzione, dalla consulenza strategica, dal largo consumo. Portano framework impeccabili e sensibilità zero. Applicano logiche di ottimizzazione del portafoglio a oggetti che, nel bene e nel male, hanno definito l’identità di intere generazioni europee. Il risultato è prevedibile: si parla di “ferro” e si pensa in termini di unità equivalenti.

Ma c’è qualcosa che questi manager non possono comprare con un MBA e non trovano in nessuna slide di McKinsey: Il DNA sportivo che vale molto di più di un semplice presidio in un settore ad alto tasso di attenzione.

Chi ha la fortuna di possederlo e parlo di fortuna vera, costruita in decenni di competizioni, di vittorie, di fallimenti tecnici elaborati in silenzio e trasformati in innovazione, ha in mano un asset che non si replica, non si acquista, non si copia. Porsche lo sa, e lo presidia con una coerenza quasi ossessiva. Ferrari lo sa, e ha costruito sopra un intero sistema valoriale che vale più del prodotto fisico. Alpine lostava” capendo, poi ha corretto il tiro verso una direzione che capiremo meglio tra qualche anno.

Il punto non è la nostalgia. La nostalgia è una trappola. Il punto è che un modello sportivo o la presenza attiva e credibile di un costruttore in competizione, non è una “spesa” di marketing. E’ un amplificatore identitario. Inietta nel brand una carica emozionale che nessuna campagna pubblicitaria può replicare. Ci sono esempi di brand relativamente giovani in Europa che hanno sposato la partecipazione attiva nel motorsport per costruirsi un posizionamento vincente nell’immaginario collettivo: Hyundai, Cupra, adesso BYD con notizie sempre più insistenti di sbarco in F1 e nel WEC.

Lo sa bene chi ha visto, da vicino, come cambia la percezione di un marchio quando vince e partecipa in serie importanti, ma soprattutto come cambia la percezione quando questa partecipazione è parte integrante del suo linguaggio. La stessa rete vendita è facilmente coinvolgibile quando percepisce che il “suo” costruttore lo fa con passione. Cambia la conversazione in concessionaria il lunedì mattina dopo un successo (o anche una sconfitta), cambia la postura delle persone che quel marchio lo vivono dall’interno.

Eppure si tagliano i programmi motorsport, si ridimensionano le divisioni performance, si mette in discussione la presenza in Formula 1 o nel WEC con la stessa freddezza con cui si disdirebbe una linea di assemblaggio in perdita.

Quella non è analisi finanziaria, ma è amputazione identitaria. Perché quando togli l’adrenalina a un brand automobilistico, non risparmi, svuoti. Trasformi un sistema di significati in un catalogo di lamiera e la lamiera, oggi, la producono meglio altri e lo fanno più velocemente e a costi che l’Europa non può permettersi di inseguire.

La resistenza dell’automotive europeo non passa dai sussidi o solo da deroghe normative, ma passa dalla capacità di ricordare e di far ricordare al mercato perché quei marchi esistono. Cosa rappresentano. Cosa hanno vinto. Cosa hanno osato. Chi ha un heritage sportivo e non lo coltiva non sta ottimizzando, si sta arrendendo, sta svuotando il suo racconto, sta capitolando. E lo fa chiamando l’autoferro”.

 


Foto da archivio di Marco Della Monica

Autoriparazione, rischio ricambio generazionale: -50% di tecnici

Autoriparazione, rischio ricambio generazionale: -50% di tecnici

Il ricambio generazionale nell’autoriparazione rischia di diventare una delle sfide più delicate per il futuro dell’automotive italiano. Nei prossimi dieci anni il numero degli autoriparatori attivi nel nostro Paese potrebbe ridursi fino al 50% per il raggiungimento dei limiti di età, mentre soltanto il 30% delle imprese avrebbe già individuato un erede in famiglia capace di garantire continuità all’attività.

Numeri che impongono una riflessione. Mentre l’automobile diventa sempre più complessa, digitale ed elettrificata, il settore rischia paradossalmente di trovarsi con meno professionisti in grado di intervenire sui veicoli. Per questo formazione tecnica e capacità di attrarre i giovani stanno diventando questioni strategiche per l’intera filiera.

È su questo fronte che si inserisce la collaborazione tra AsConAuto ed ENAIP NET, nata per rafforzare il collegamento tra scuola e impresa e creare percorsi formativi maggiormente allineati alle esigenze reali di concessionarie, officine e aziende dell’aftermarket.

 

Le officine stanno cambiando, ma bisogna raccontarlo ai giovani

Uno dei problemi principali sembra essere proprio l’immagine che le nuove generazioni hanno del lavoro in officina. Giovanni Rigoldi, presidente di MIRO, il Consorzio AsConAuto di Milano, ha affrontato direttamente il tema durante l’incontro «Le nuove professioni del settore automotive – Competenze e opportunità», promosso da ENAIP Lombardia. «Responsabilità è la parola chiave, a partire dalla nostra di imprenditori: dobbiamo far percepire la trasformazione in atto, il tempo delle officine sporche e brutte è finito e sta lasciando spazio a realtà che ricordano piuttosto una sala operatoria».

Una fotografia molto distante dallo stereotipo tradizionale del meccanico. L’autoriparazione moderna richiede infatti diagnostica, elettronica, software, capacità di analisi dei dati e conoscenza di sistemi sempre più sofisticati. Il problema non è quindi soltanto formare nuovi tecnici, ma rendere il settore nuovamente desiderabile agli occhi dei ragazzi.

 

Digitale, tecnologia e green cambiano le competenze richieste

L’evoluzione dell’automobile sta trasformando rapidamente anche i mestieri che le ruotano attorno. Rigoldi ha ricordato come «rivoluzione digitale, tecnologica, green» impongano un aggiornamento continuo delle competenze. Non basta più acquisire una preparazione tecnica all’inizio della carriera: bisogna essere pronti a evolversi insieme alle vetture.

È probabilmente uno dei punti sui quali il settore automotive dovrà investire maggiormente. L’auto contemporanea incorpora sistemi avanzati di assistenza alla guida, elettronica sempre più estesa e differenti tecnologie di propulsione. Di conseguenza, anche l’autoriparatore sta assumendo un profilo professionale sempre più specializzato. Difendere il futuro dell’automobile significa quindi anche difendere la rete di competenze che permette alle vetture di rimanere efficienti e sicure nel tempo.

 

Non soltanto meccanici: concessionarie e aftermarket cercano nuovi profili

L’automotive offre inoltre opportunità che vanno ben oltre il lavoro strettamente tecnico. Nelle concessionarie e nelle imprese di riparazione più strutturate esistono infatti possibilità professionali nella vendita, nel service, nell’amministrazione e nel marketing. «Si tratta di professionalità di grande valore. La preparazione tecnica ENAIP rappresenta una garanzia», ha sottolineato Rigoldi, spiegando che il ruolo può essere individuato anche sulla base delle esigenze dell’impresa e delle inclinazioni del candidato.

È un altro elemento importante nella battaglia per il ricambio generazionale. Presentare l’automotive esclusivamente come un settore composto da officine e meccanici significa infatti raccontarne soltanto una parte. Dietro ogni automobile esiste ormai un ecosistema di professionalità tecniche, commerciali, digitali e gestionali.

 

AsConAuto ed ENAIP avvicinano scuola e impresa

La collaborazione tra AsConAuto ed ENAIP si sviluppa attorno a cinque aree principali: cultura del post-vendita, progettualità, placement, didattica e orientamento. Tra le iniziative già avviate ci sono il sostegno all’acquisizione di attrezzature e materiali destinati ai laboratori, la formazione degli studenti direttamente nelle concessionarie e percorsi di aggiornamento rivolti anche ai docenti tecnici.

Un ruolo centrale viene inoltre attribuito a stage, tirocini e apprendistato, perché consentono agli studenti di trasferire in un contesto professionale reale ciò che hanno appreso durante il percorso scolastico. L’obiettivo non riguarda soltanto lo sviluppo delle competenze tecniche. Entrare in un’azienda significa anche imparare organizzazione, rapporti professionali e gestione del cliente.

 

Il problema della carenza di personale è già concreto

La difficoltà nel reperire tecnici specializzati per officine e carrozzerie non appartiene a uno scenario lontano. Secondo quanto riportato da AsConAuto, alla base del fenomeno ci sono diversi fattori: la situazione demografica italiana, una disponibilità ancora limitata di percorsi formativi specifici e la difficoltà dell’automotive nel risultare sufficientemente attraente per una parte delle nuove generazioni. È proprio questo ultimo punto a meritare forse la maggiore attenzione.

Perché mentre le automobili diventano oggetti tecnologicamente sempre più avanzati, nell’immaginario collettivo alcune professioni dell’autoriparazione continuano a essere raccontate come mestieri del passato. La realtà industriale racconta invece esattamente l’opposto.

 

Senza professionisti non esiste transizione dell’auto

C’è infine una contraddizione che l’industria automobilistica non può permettersi di ignorare. Si parla continuamente di transizione energetica, digitalizzazione, auto connesse e nuove tecnologie. Ma ogni innovazione introdotta sui veicoli richiede persone capaci di installarla, diagnosticarla, mantenerla e ripararla. Un parco circolante sempre più sofisticato senza un adeguato ricambio generazionale nelle officine rischierebbe di trasformare l’evoluzione tecnologica in un problema anziché in un’opportunità.

Per questo iniziative come quella di AsConAuto ed ENAIP vanno oltre il semplice tema occupazionale. Riguardano la sostenibilità industriale dell’intero sistema automotive italiano. AsConAuto, del resto, rappresenta una rete particolarmente estesa: opera attraverso 27 Distretti e 12 Consorzi, coinvolge 956 concessionari con 2.209 sedi operative e serve 23.774 autoriparatori in 103 province italiane.

Numeri che aiutano a comprendere quanto il post-vendita sia una parte essenziale della filiera dell’automobile. E quanto preparare oggi una nuova generazione di professionisti significhi garantire domani non soltanto posti di lavoro, ma anche sicurezza, manutenzione e futuro al parco auto italiano.

 


Foto da ufficio stampa Asconauto