Customer experience e futuro: fondamentale resta l’equilibrio tra tecnologia e relazione umana

Customer experience e futuro: fondamentale resta l'equilibrio tra tecnologia e relazione umana

di Alberto Scaglione, EMEA Automotive & Mobility Lead, Accenture

Il futuro della customer experience nell’automotive si giocherà sulla capacità dei brand non solo di gestire i touchpoint, ma di costruire relazioni continue e rilevanti, semplificando il percorso del cliente e supportando in modo efficace il lavoro della forza vendita. Oggi le persone si trovano ad affrontare processi decisionali sempre più complessi, iniziando online e interagendo in media con oltre 14 punti di contatto tra siti, recensioni e creator.
 
Per circa il 30% dei consumatori il primo confronto avviene tramite l’AI prima ancora che direttamente con il brand. Nonostante ciò continuano a richiedere alle aziende fiducia, coerenza e autenticità lungo tutte le fasi del percorso. La vera sfida per i brand è quindi “vincere nel mid funnel”: diventare desiderabili nel momento della scelta e rendere questa rilevanza scalabile, consistente e attivabile in ogni mercato, canale e punto di contatto.

In questo contesto, AI e omnicanalità diventano leve fondamentali nella costruzione della customer experience moderna. L’omnicanalità rappresenta la base per un’esperienza fluida e coerente, tra online, showroom e relazione umana, riducendo le frizioni lungo il percorso. L’AI amplifica la capacità del brand di ricordare, comprendere e valorizzare ogni interazione – dinamica che come Accenture abbiamo definito con il concetto di “Brand Brain” – offrendo esperienze sempre più coerenti e personalizzate, riducendo l’attrito ed elevando il valore della relazione.
 
Omnicanalità e AI diventano quindi leve chiave di competitività per affermarsi nel mid funnel. Tuttavia, la tecnologia da sola non è sufficiente: se da un lato l’AI può semplificare e rendere più rilevante l’esperienza, dall’altro la fiducia continuerà a nascere dalle persone. Ed è proprio l’equilibrio tra tecnologia e relazione umana, con un approccio ‘human in the lead’, a determinare quali brand saranno davvero rilevanti nel futuro.
 
 

Foto da ufficio stampa Accenture

 

Volante in Alcantara: perché d’estate può fare la differenza

Volante in Alcantara: perché d’estate può fare la differenza

Il volante in Alcantara continua a essere una delle soluzioni più apprezzate sulle auto sportive ad alte prestazioni. Non soltanto per una questione estetica: dietro alla scelta del materiale ci sono caratteristiche che incidono direttamente sul contatto tra il guidatore e la vettura, dal grip alla percezione della temperatura superficiale.

È un aspetto che diventa ancora più evidente nei mesi caldi, quando dopo una lunga esposizione al sole l’abitacolo può raggiungere temperature elevate. In queste condizioni, il materiale può contribuire a offrire una presa più stabile e confortevole, mantenendo una sensazione più uniforme al tatto rispetto ad altre superfici.

 

Perché il volante in Alcantara piace sulle auto sportive

Nel mondo delle vetture ad alte prestazioni il volante è molto più di un semplice comando. È uno dei principali punti di contatto tra uomo e macchina e, proprio per questo, ogni variazione nella presa può influenzare la sensazione di controllo. La texture dell’Alcantara è pensata per offrire un elevato livello di aderenza alle mani. Questo consente di ridurre i piccoli scivolamenti sulla corona del volante e può migliorare la precisione nei movimenti, soprattutto durante una guida più dinamica. Non sorprende quindi che una soluzione nata e sviluppata anche attraverso esperienze legate al motorsport sia stata progressivamente adottata su numerosi modelli stradali ad alte prestazioni.

Il principio è relativamente semplice: una presa più stabile permette al guidatore di compiere correzioni più precise e di percepire con maggiore immediatezza le reazioni dello sterzo.

 

Il vantaggio quando l’abitacolo diventa molto caldo

Durante l’estate, uno degli aspetti più interessanti riguarda il comfort termico. Secondo Alcantara, il materiale offre una percezione più equilibrata delle temperature superficiali. Questo significa che, dopo una lunga esposizione dell’auto al sole, il volante può risultare meno penalizzante al primo contatto rispetto a materiali che tendono a trasmettere maggiormente il calore accumulato.

La caratteristica viene associata anche alla traspirabilità del materiale, un elemento particolarmente importante quando le mani diventano più umide a causa delle temperature elevate. In una situazione di guida sportiva, dove il controllo passa attraverso movimenti rapidi e continui, grip e comfort possono diventare caratteristiche concrete e non semplicemente dettagli estetici.

 

Non solo volante: sedili e cambio completano l’ambiente

Il volante rappresenta probabilmente l’applicazione più immediatamente percepibile dal guidatore, ma Alcantara viene utilizzata anche su sedili, pomelli del cambio e altri elementi dell’abitacolo. Quando più superfici di contatto adottano lo stesso materiale, l’obiettivo è quello di creare un ambiente coerente dal punto di vista tattile, soprattutto sulle vetture progettate per una guida più coinvolgente.

Sui sedili, per esempio, la capacità di limitare lo scivolamento del corpo può diventare utile nelle percorrenze in curva, mentre sul cambio un’impugnatura più stabile mantiene una certa continuità con la sensazione restituita dal volante. È un approccio che spiega perché molti costruttori utilizzino il materiale soprattutto nelle versioni più sportive oppure all’interno di pacchetti dedicati alla performance.

 

Honda Civic Type R, volante completamente rivestito

Tra gli esempi indicati da Alcantara c’è la Honda Civic Type R, uno dei modelli che interpretano in maniera più diretta il concetto di sportiva utilizzabile quotidianamente. Il volante è rivestito integralmente in Alcantara nera e presenta cuciture rosse a contrasto. La lavorazione punta a mantenere una presa uniforme lungo tutta la corona, un elemento coerente con l’impostazione della Type R e con la ricerca di precisione nella guida.

In questo caso anche l’estetica svolge un ruolo importante: il contrasto tra materiale scuro e cuciture rosse richiama immediatamente l’identità sportiva dell’abitacolo.

 

Toyota GR Yaris, grip per la guida più dinamica

Un’altra applicazione riguarda la Toyota GR Yaris, vettura profondamente legata alla filosofia delle competizioni rally. Il volante utilizza Alcantara insieme a cuciture dal carattere sportivo e a unaconfigurazione ergonomica pensata per facilitare il controllo durante le fasi di guida più impegnative. Su una vettura compatta, potente e caratterizzata da reazioni molto rapide, la qualità della presa sul volante acquista un’importanza ancora maggiore.

È proprio su auto di questo tipo che un materiale tecnico può diventare parte integrante dell’esperienza di guida, più che un semplice elemento di personalizzazione.

 

BMW M Performance, Alcantara anche come accessorio

La stessa filosofia viene applicata da BMW M Performance, che propone volanti dedicati disponibili per diversi modelli BMW M e M Performance. In questo caso la corona è completamente rivestita in Alcantara, con lavorazione artigianale, indicatore centrale a ore 12 e cuciture nei colori M. L’indicatore centrale è un dettaglio tipicamente ispirato al mondo delle competizioni e permette al guidatore di riconoscere immediatamente la posizione del volante anche durante le manovre più rapide.

La combinazione tra elementi funzionali e caratterizzazione estetica dimostra come, nell’automotive sportivo, design e prestazioni siano spesso strettamente collegati.

 

Comfort e prestazioni non sono due mondi separati

C’è poi un tema più generale che riguarda l’evoluzione dell’auto sportiva. Per anni comfort e performance sono stati considerati quasi due concetti opposti. Le vetture più estreme accettavano compromessi importanti in nome delle prestazioni. Oggi la situazione è diversa. Anche sulle auto più potenti il guidatore cerca precisione, coinvolgimento e comfort, soprattutto considerando che molti modelli sportivi vengono utilizzati quotidianamente.

Materiali come Alcantara si inseriscono proprio in questo equilibrio. Possono caratterizzare visivamente l’abitacolo, ma allo stesso tempo hanno una funzione legata al contatto, alla presa e alla percezione della vettura. Ed è un aspetto da non sottovalutare in un settore nel quale l’innovazione viene spesso raccontata soltanto attraverso cavalli, batterie, software e sistemi elettronici.

 

La manutenzione resta fondamentale

Come qualsiasi materiale sottoposto a contatto continuo, anche Alcantara richiede una corretta manutenzione. L’azienda sottolinea che una pulizia periodica permette di preservare nel tempo sia l’aspetto sia le caratteristiche funzionali, anche in caso di utilizzo intenso. Il volante è evidentemente una delle superfici maggiormente sollecitate. Sudore, polvere e residui presenti sulle mani possono accumularsi progressivamente sulla corona e modificarne la sensazione al tatto. Una manutenzione regolare diventa quindi parte integrante dell’utilizzo, soprattutto sulle vetture che vengono guidate frequentemente o impiegate anche in pista.

 

Quando il materiale diventa parte dell’esperienza di guida

Nell’era delle auto sempre più digitalizzate, il rapporto fisico tra guidatore e vettura continua ad avere un’importanza difficile da sostituire. Il volante resta il principale punto attraverso cui si percepiscono le reazioni dell’auto, e proprio per questo materiali, ergonomia e dimensioni possono incidere sull’esperienza tanto quanto molte tecnologie elettroniche.

L’utilizzo di Alcantara sulle vetture sportive nasce da questa logica: rendere il contatto più diretto, stabile e piacevole in differenti condizioni climatiche. Un dettaglio apparentemente semplice, quindi, può raccontare bene l’evoluzione dell’automobile contemporanea. Perché prestazione non significa soltanto accelerazione o velocità massima: significa anche permettere al guidatore di sentirsi maggiormente connesso con ciò che sta guidando.

 


Foto da ufficio stampa Alcantara

Patente: solo l’8% degli automobilisti passerebbe oggi la teoria

Patente: solo l’8% degli automobilisti passerebbe oggi la teoria

«Ma chi ti ha dato la patente?». Una battuta pronunciata almeno una volta da quasi ogni automobilista potrebbe nascondere un fondo di verità. Se gli italiani già patentati dovessero affrontare nuovamente l’esame di teoria della patente B, soltanto l’8% riuscirebbe a superarlo rispettando gli stessi criteri adottati nella prova ufficiale. È il risultato più sorprendente dell’analisi realizzata da AutoScout24 ed Egaf Edizioni, con il supporto di CONFARCA e UNASCA, che ha coinvolto oltre 4.000 automobilisti in possesso della patente B da almeno cinque anni.

Un dato apparentemente impietoso, che va però interpretato correttamente: i partecipanti hanno risposto in media in maniera esatta a 15 domande su 20. Non siamo quindi davanti a milioni di automobilisti completamente all’oscuro del Codice della Strada. Il problema è piuttosto un altro: con il passare degli anni alcune nozioni vengono dimenticate, mentre regole e comportamenti evolvono e richiedono aggiornamento.

 

Come è stato realizzato il test sulla patente

La simulazione proposta da AutoScout24 è stata costruita utilizzando 20 domande selezionate tra i quiz convalidati dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti e impiegati negli esami. La prova ufficiale per la patente B comprende invece 30 quesiti e permette al candidato di commettere al massimo tre errori. Per rendere confrontabile la simulazione, è stata mantenuta la stessa proporzione: con 20 domande, per essere considerato promosso l’automobilista non doveva commettere più di due errori. Applicando questo criterio, soltanto l’8% degli oltre 4.000 partecipanti sarebbe riuscito a ottenere la promozione.

La media nazionale di 15 risposte corrette su 20 suggerisce però una lettura meno allarmistica. L’esperienza acquisita guidando non viene cancellata dal risultato di un quiz, ma conoscere perfettamente le regole resta una componente fondamentale della sicurezza stradale.

 

Segnaletica e situazioni stradali mettono in difficoltà i patentati

Tra gli argomenti che hanno generato più errori emergono la segnaletica stradale e la corretta interpretazione delle differenti situazioni che possono verificarsi sulla strada. È probabilmente qui che appare maggiormente la distanza tra esperienza quotidiana e preparazione teorica. Guidando per anni, infatti, molti comportamenti diventano automatici. L’automobilista riconosce una situazione e reagisce sulla base dell’esperienza accumulata, senza necessariamente ricordare la formulazione precisa della norma che la disciplina.

Il problema nasce quando un automatismo consolidato non coincide più perfettamente con la regola oppure quando il Codice della Strada viene modificato. Per questo rimettersi periodicamente alla prova può essere utile anche per chi guida da decenni: la patente certifica una preparazione in un determinato momento, ma la sicurezza richiede aggiornamento continuo.

 

Le regioni dove i patentati ottengono i risultati migliori

La simulazione evidenzia differenze significative anche a livello territoriale. Il Trentino-Alto Adige registra la percentuale maggiore di promossi, con il 12%. Seguono Abruzzo con l’11,9%, Umbria con l’11,7%, Toscana con l’11,2% e Basilicata con l’11,1%. All’estremo opposto della graduatoria troviamo la Calabria, con appena il 3,9% di promossi, e le Marche, ferme al 4,1%. Sardegna e Sicilia raggiungono entrambe il 5,3%.

Curiosamente, il Trentino-Alto Adige presenta contemporaneamente uno dei risultati migliori nella simulazione riservata ai patentati e il tasso più elevato di bocciature tra chi ha realmente affrontato l’esame teorico nel 2025.

 

All’esame vero quattro candidati su dieci vengono bocciati

Superare la teoria, del resto, non è scontato neppure quando ci si prepara appositamente. Nel 2025 sono state 919.868 le persone che hanno sostenuto l’esame teorico per conseguire la patente B. Il 39,7% delle prove non è stato superato. Il tasso più alto di bocciature è stato registrato in Trentino-Alto Adige, con il 43,7%. Liguria, Lazio e Molise raggiungono il 43,4%, mentre la Toscana si attesta al 43,1%.

Numeri che dimostrano quanto la preparazione richiesta per ottenere la patente sia tutt’altro che banale. Ma dopo aver superato la teoria arriva un’altra prova nella quale conoscenza delle regole, capacità di osservazione e controllo della vettura devono funzionare contemporaneamente: l’esame pratico di guida.

 

Incroci e rotonde sono tra gli ostacoli maggiori

La rilevazione effettuata tra le autoscuole associate a CONFARCA e UNASCA permette di individuare anche gli errori che più frequentemente compromettono la prova pratica. Al primo posto troviamo gli incroci, indicati dal 59% delle autoscuole intervistate Seguono, con il 48%, gli elementi e le caratteristiche stradali particolari. In questa categoria rientrano rotonde, passaggi a livello, fermate di autobus e tram, attraversamenti pedonali, gallerie, salite e discese.

Il parcheggio e l’uscita dallo spazio di sosta rappresentano una difficoltà significativa secondo il 41,4% delle autoscuole. Cambiamenti di direzione e corsia raggiungono invece il 31%, la stessa percentuale indicata per sorpassi e superamento degli ostacoli.

 

In città si sbaglia di più

Anche il luogo nel quale si svolge l’esame può cambiare sensibilmente il livello di difficoltà. Secondo il 72% delle autoscuole coinvolte, dimensioni della città, complessità della rete stradale e intensità del traffico incidono molto o abbastanza sul risultato della prova. Il dato più evidente riguarda però l’ambiente urbano. Ben il 93% delle autoscuole considera le strade cittadine, comprese le zone residenziali e quelle con limiti di 30 o 50 km/h, il contesto nel quale i candidati incontrano maggiori difficoltà oppure commettono più errori.

Non sorprende. In città bisogna gestire contemporaneamente segnaletica, pedoni, biciclette, mezzi pubblici, precedenze, incroci, parcheggi e continui cambiamenti delle condizioni del traffico. La velocità può essere inferiore rispetto a una strada extraurbana, ma la quantità di informazioni da elaborare può essere decisamente maggiore.

 

Ansia ed esaminatore possono condizionare la prova

Poi esiste una variabile impossibile da misurare con un semplice quiz: lo stress. Per l’86% delle autoscuole intervistate l’ansia del candidato incide sull’esame pratico. Ancora più alta, il 90%, è la quota che ritiene che l’atteggiamento dell’esaminatore possa influenzare il livello di tensione percepito durante la prova. L’esame di guida diventa quindi anche una verifica della capacità di mantenere lucidità sotto pressione.

Un candidato può conoscere perfettamente una precedenza e aver eseguito decine di volte una determinata manovra durante le lezioni, ma commettere un errore proprio perché si trova sotto osservazione.

 

Rifare il quiz dopo anni può essere utile a tutti

Quel sorprendente 8% di promossi non dovrebbe quindi trasformarsi nell’ennesima occasione per descrivere gli automobilisti italiani come incapaci. Il messaggio più utile è un altro. Guidare per molti anni permette di accumulare esperienza, capacità di prevedere determinate situazioni e una maggiore familiarità con il veicolo. Ma l’esperienza non sostituisce completamente la conoscenza delle norme.

Il Codice della Strada cambia, vengono introdotte nuove regole e anche la mobilità urbana si trasforma. Strade sulle quali oggi convivono automobili, biciclette, monopattini, pedoni e nuove forme di mobilità richiedono attenzione e aggiornamento anche dopo aver ottenuto la patente. Provare nuovamente qualche quiz dopo cinque, dieci o vent’anni può allora diventare qualcosa di più di un gioco. Può servire a individuare quelle regole che eravamo convinti di conoscere e che, magari, abbiamo semplicemente dimenticato. Perché la patente si consegue una volta. Saper guidare bene, invece, è un esercizio che dura tutta la vita.

 


Foto da ufficio stampa Autoscout24

“Automotive World” anno 5: quelle parole di Sergio Marchionne

"Automotive World" anno 5: quelle parole di Sergio Marchionne

Quinto anno per “Automotive World” l’appuntamento online con Massimo Ghenzer, presidente di Areté, e il giornalista Pierluigi Bonora sul canale del magazine “Auto” diretto da Andrea Brambilla.

Continua, dunque, il confronto tra il top manager e il giornalista, promotore di #FORUMAutoMotive, a commento di frasi pronunciate da personaggi di spicco sui problemi del settore.

Il secondo appuntamento verte su una frase pronunciata da Sergio Marchionne, ex CEO di Fca e presidente di Ferrari: “Se si vuole incentivare davvero la mobilità privata bisognerebbe dare un incentivo all’acquisto di qualsiasi mezzo più moderno di quello in possesso e anche nell’usato”.

Flotte aziendali, l’elettrico corre ma i dati restano indietro

Flotte aziendali, l’elettrico corre ma i dati restano indietro

Le flotte aziendali italiane stanno cambiando rapidamente. L’elettrificazione è ormai entrata nelle strategie della grande maggioranza delle imprese, mentre la vera distanza da colmare riguarda soprattutto digitalizzazione, telematica e capacità di trasformare i dati prodotti dai veicoli in informazioni utili. È quanto emerge dalla ricerca realizzata da Best Mobility insieme all’Osservatorio Connected Vehicle & Mobility del Politecnico di Milano, presentata durante la due giorni “Drive the Change: Fleet & Mobility Management”.

Il dato più evidente riguarda l’elettrificazione: l’89% delle aziende coinvolte nello studio possiede già almeno un veicolo elettrico o ibrido plug-in. Sul fronte digitale, però, lo scenario cambia radicalmente, perché appena il 27% utilizza i dati generati dai veicoli connessi attraverso sistemi telematici avanzati. Lo studio ha coinvolto 101 fleet manager, rappresentativi complessivamente di oltre 68.000 veicoli, e fotografa un settore che sta progressivamente superando la tradizionale funzione di gestione operativa del parco auto per diventare una leva strategica legata a sostenibilità, efficienza e innovazione.

 

L’elettrificazione delle flotte è ormai strutturale

Il 64% dei veicoli aziendali utilizza ancora motorizzazioni tradizionali a benzina o diesel, ma la direzione indicata dalle aziende appare chiara. Il 73% del campione prevede infatti di aumentare ulteriormente la presenza di BEV e PHEV nei prossimi dodici mesi, mentre sette organizzazioni su dieci intendono integrare nuovi veicoli alla spina entro il 2027.

Un dato significativo perché dimostra come le flotte aziendali possano rappresentare uno degli strumenti più efficaci per accelerare il rinnovo del parco circolante. Le imprese, per caratteristiche di utilizzo e programmazione dei mezzi, possono infatti adottare le nuove tecnologie più rapidamente rispetto a una parte del mercato privato. La transizione, tuttavia, continua a essere fortemente influenzata anche dalle politiche fiscali. Per il 70% degli intervistati, le nuove aliquote sui fringe benefit rappresentano uno dei principali fattori che stanno spingendo verso l’elettrificazione. Seguono la volontà di ridurre l’impatto ambientale, indicata dal 61% del campione, e l’obiettivo di migliorare la reputazione aziendale, citato dal 51%.

 

Autonomia e ricarica restano i problemi principali

Se l’interesse verso l’auto elettrica cresce, le criticità operative non sono ancora state completamente risolte. Il 55% delle aziende considera l’autonomia delle batterie uno degli elementi più problematici, mentre il 47% segnala un numero insufficiente di infrastrutture pubbliche di ricarica. Ancora più significativa è la questione della distribuzione delle colonnine sul territorio: il 68% degli intervistati considera non uniforme la rete nazionale. Si aggiungono l’aumento dei costi energetici, indicato dal 57% delle aziende, i tempi di ricarica ancora ritenuti troppo lunghi dal 48% e l’indisponibilità delle colonnine perché occupate o fuori servizio, problema indicato dal 47% del campione.

Il costo di acquisto o noleggio dei veicoli elettrici rappresenta invece una criticità per il 37%. Sono numeri che ricordano come l’elettrificazione non possa dipendere soltanto dalle caratteristiche delle automobili. Un veicolo elettrico funziona davvero all’interno di un ecosistema, composto da infrastrutture affidabili, energia disponibile, servizi digitali e una rete di ricarica capace di accompagnare le esigenze operative delle imprese.

 

Il fleet manager cambia ruolo

Anche la figura del fleet manager sta attraversando una trasformazione profonda. Federico Antonio Di Paola, presidente di Best Mobility, ha spiegato che «il settore della gestione delle flotte aziendali sta vivendo una fase di profonda trasformazione, alimentata dai dati generati dai veicoli connessi, dalla crescente digitalizzazione e dalla transizione verso le motorizzazioni elettriche e ibride».

La prospettiva, secondo Di Paola, si sta ampliando dal semplice veicolo alla mobilità complessiva dei dipendenti, con il Mobility Management chiamato a costruire sistemi più efficienti, sostenibili e integrati. È un cambiamento rilevante anche per l’industria automotive. Le flotte non rappresentano più soltanto un importante canale commerciale, ma possono diventare uno dei principali laboratori nei quali sperimentare nuove tecnologie, servizi digitali e modelli di utilizzo dell’automobile.

 

Auto connesse, solo il 27% sfrutta davvero i dati

La parte probabilmente più interessante della ricerca riguarda però la distanza tra disponibilità tecnologica e utilizzo concreto. Le auto connesse sono ormai una realtà consolidata, ma appena il 27% delle imprese utilizza i dati generati dai veicoli della flotta. Tra le funzionalità maggiormente diffuse emergono gli ADAS, presenti nel 61% dei casi, e i sistemi di infotainment, indicati dal 57%. La gestione remota dei veicoli, la navigazione aggiornata in tempo reale e le piattaforme dedicate a manutenzione e diagnostica raggiungono invece il 39%.

Le aziende che puntano sulla connettività lo fanno soprattutto per migliorare la sicurezza dei dipendenti e ottimizzare consumi energetici e carburante: entrambe le motivazioni vengono indicate dal 45% del campione. Il 36% punta invece sullo sviluppo di servizi di manutenzione predittiva. Il nodo resta la capacità di elaborare tutte queste informazioni. Soltanto il 30% delle organizzazioni riesce oggi a trasformare i dati raccolti in strumenti concretamente utilizzabili nelle decisioni aziendali.

Ed è probabilmente qui che si giocherà una parte importante della competizione nei prossimi anni. Avere automobili capaci di produrre enormi quantità di informazioni serve relativamente poco se poi quelle informazioni rimangono inutilizzate.

 

L’intelligenza artificiale entra nella gestione delle flotte

Proprio l’elaborazione dei dati potrebbe accelerare l’ingresso dell’intelligenza artificiale nel Fleet Management. Il 20% delle aziende coinvolte nello studio ha già introdotto specifiche applicazioni di AI oppure ne sta valutando l’adozione, mentre un ulteriore 30% prevede investimenti nei prossimi due anni. Le applicazioni più diffuse riguardano dashboard avanzate per l’analisi operativa, citate dal 47% del campione, il monitoraggio dei consumi energetici, al 30%, e la manutenzione predittiva, al 28%.

L’AI può inoltre intervenire nell’ottimizzazione dei percorsi, nella rilevazione delle anomalie e nello sviluppo di sistemi evoluti per la prevenzione delle collisioni. Giulio Salvadori, direttore dell’Osservatorio Connected Vehicle & Mobility, ha sottolineato come il Fleet Management stia affrontando «una rivoluzione strutturale che va oltre il rinnovo delle flotte aziendali». Secondo Salvadori, in uno scenario nel quale la tecnologia passa da semplice supporto a elemento centrale della strategia aziendale, la sfida sarà «costruire un ecosistema efficiente, sicuro e integrato, in cui connettività e Intelligenza Artificiale possono generare valore concreto».

 

Più connettività significa anche maggiore attenzione alla sicurezza

Più dati e più connessioni significano però anche nuovi rischi. Su questo fronte la ricerca evidenzia un elemento particolarmente delicato: soltanto il 5% delle aziende dispone di programmi di cybersecurity specificamente progettati per il Fleet Management. Una percentuale che appare ancora limitata considerando la crescente quantità di informazioni generate dalle automobili e la progressiva integrazione dei veicoli nei sistemi informatici aziendali.

La sicurezza informatica dovrà quindi crescere parallelamente alla diffusione della telematica. Perché l’auto connessa può migliorare efficienza, manutenzione e sicurezza, ma ha bisogno di infrastrutture digitali altrettanto solide.

 

Gli investimenti dei prossimi cinque anni

Le intenzioni delle imprese mostrano comunque una direzione precisa. Nei prossimi cinque anni, il 34% delle aziende prevede investimenti nell’acquisizione di nuove tipologie di veicoli, il 33% punta sullo sviluppo di servizi IT e tecnologici, mentre il 24% intende potenziare telematica e connettività. Numeri che dimostrano come la trasformazione delle flotte non riguardi soltanto la sostituzione di un motore termico con una batteria.

Il vero salto riguarda l’intero sistema di gestione dell’automobile aziendale: energia, dati, software, sicurezza, intelligenza artificiale e organizzazione degli spostamenti stanno diventando parti dello stesso ecosistema.

 

La transizione non si fa soltanto cambiando motore

Durante “Drive the Change” il confronto è proseguito anche sul campo, con workshop, momenti formativi e prove organizzate presso il Centro Guida Sicura ACI SARA di Lainate (Milano). Il coinvolgimento di esperti, aziende e rappresentanti del settore automotive ha permesso di affrontare in modo concreto temi come sicurezza, telematica, elettrificazione e nuove tecnologie per la gestione delle flotte. Ed è forse proprio questo il punto centrale indicato dalla ricerca. La transizione della mobilità aziendale non può essere ridotta alla sola scelta della motorizzazione.

Il fatto che quasi nove aziende su dieci abbiano già introdotto vetture elettriche o plug-inracconta un cambiamento ormai avviato. Ma il dato del 27% sull’utilizzo delle informazioni prodotte dalle auto connesse dimostra quanto potenziale rimanga ancora da sfruttare. Per l’automotive è una sfida, ma anche un’opportunità importante. L’auto del futuro non sarà soltanto più elettrificata: dovrà essere sempre più integrata con infrastrutture, servizi e sistemi aziendali. Ed è proprio nella capacità di trasformare la tecnologia in valore concreto che si giocherà la prossima fase dell’evoluzione delle flotte.

 

 


Foto da ufficio stampa Best Mobility