L’inutile e dannosa tassa ETS: l’UE la abolisca e basta

Bene difendere il clima: al tempo stesso si tuteli la capacità produttiva

di Domenico De Rosa, CEO del Gruppo SMET

 
L’Europa sta iniziando ad ammettere ciò che il mondo produttivo denuncia da anni. Ma riconoscere un errore non basta. Bisogna eliminarlo. La revisione dell’ETS proposta dalla Commissione europea nasce da una constatazione evidente. Il sistema, così come è stato costruito, ha aggravato i costi dell’industria europea e indebolito la competitività di intere filiere, tanto da spingere Bruxelles a prevedere più quote gratuite e una maggiore flessibilità per i settori energivori.

Il problema, però, resta intatto. L’ETS continua a rappresentare una tassa che grava sulla manifattura, sulla logistica, sui trasporti e, in ultima analisi, su cittadini e imprese. Dal punto di vista climatico globale, il beneficio è irrilevante se produzioni e investimenti vengono semplicemente trasferiti in Paesi che emettono di più e con standard ambientali inferiori.

Non si riducono le emissioni del pianeta. Si riduce soltanto la capacità industriale dell’Europa. Ogni euro sottratto alla competitività delle nostre imprese è un euro in meno destinato a innovazione, occupazione, ricerca e investimenti. La Commissione oggi riconosce che qualcosa non ha funzionato. È un primo passo, ma non sufficiente.

Serve una scelta molto più coraggiosa. L’ETS deve essere abolito. Non attenuato. Non rinviato. Non corretto con compromessi.
Abolito. L’Europa ha bisogno di una politica industriale fondata su energia competitiva, innovazione, investimenti e neutralità tecnologica, non su un sistema che continua a creare nuovi costi senza modificare in modo significativo il bilancio climatico mondiale.

Le imprese europee non chiedono privilegi. Chiedono soltanto di poter competere ad armi pari con il resto del mondo. Il coraggio politico, oggi, non consiste nell’inventare nuove tasse. Consiste nell’eliminare quelle che stanno rendendo l’Europa meno forte, meno competitiva e meno attrattiva.

 

Domenico De Rosa – Foto da ufficio stampa SMET Group

Fondazione “Filippo Caracciolo”: il 43% dei morti in strada nelle città

Fondazione "Filippo Caracciolo": il 43% dei morti in strada nelle città
La sicurezza stradale si decide sempre più nelle città. È quanto emerge dallo studio” Mobilità urbana sicura. Analisi comparativa dei dati di incidentalità e governance in alcune città europee”, realizzato dalla Fondazione “Filippo Caracciolo”, in collaborazione con ACI e DIATI, il Dipartimento di Ingegneria dell’Ambiente, del Territorio e delle Infrastrutture del Politecnico di Torino. L’analisi mette a confronto l’incidentalità urbana in nove città: Roma, Milano, Napoli, Torino, Barcellona, Berlino, Londra, Madrid, Parigi.

Il quadro conferma una criticità strutturale: in Italia oltre il 73% degli incidenti stradali e il 43% dei morti si registrano in ambito urbano. Nel 2024, sulle strade italiane, si sono verificati 173.364 incidenti, con 3.030 vittime. Il numero dei morti è in lieve diminuzione rispetto all’anno precedente, ma il calo resta ancora troppo contenuto rispetto agli obiettivi europei della “Vision Zero”, che prevedono il dimezzamento delle vittime entro il 2030 e il loro azzeramento entro il 2050.

Per centrare il target intermedio del 2030, l’Italia dovrebbe ridurre il numero dei morti sulle strade di circa il 10% ogni anno. Negli ultimi dieci anni, invece, la riduzione media annua è stata pari ad appena lo 0,5%. Un ritmo insufficiente, che segnala la necessità di un salto di qualità nelle politiche di prevenzione, controllo, pianificazione urbana e innovazione tecnologica.

Particolarmente esposti sono gli utenti vulnerabili della strada: pedoni, ciclisti, ciclomotoristi e motociclisti. In Italia, nel 2024, rappresentano il 70,5% dei morti sulle strade urbane. In ambito urbano, dunque, sette vittime su dieci appartengono alle categorie più fragili della mobilità. 

La dimensione del fenomeno non è solo sanitaria e sociale, ma anche economica. Il costo sociale degli incidenti stradali in Italia supera i 18 miliardi di euro l’anno, quasi un punto percentuale del PIL. Di questi, oltre 11 miliardi sono attribuibili agli incidenti che avvengono sulle strade urbane, pari al 62% del costo sociale complessivo nazionale. 

Tra i fattori di rischio individuati dallo studio figurano comportamenti di guida scorretti o inadeguati – mancato rispetto della segnaletica, distrazione, velocità non adeguata al contesto, mancato rispetto della distanza di sicurezza – ma anche criticità infrastrutturali, carenze manutentive, limiti nella qualità dei dati sulle cause degli incidenti e una crescente complessità della circolazione urbana, dove convivono automobili, trasporto pubblico, mezzi pesanti, biciclette, monopattini e altre forme di micromobilità.

Un ulteriore elemento di attenzione riguarda il parco circolante. L’Italia presenta un’età mediana delle autovetture di circa 13 anni, con una quota molto elevata di veicoli con più di dieci anni. Nelle città italiane analizzate, il peso delle auto più anziane è nettamente superiore rispetto a molte realtà europee: Napoli rappresenta il caso più critico, con quasi metà del parco auto oltre i vent’anni di età. L’obsolescenza dei veicoli incide non solo sulle emissioni, ma anche sulla diffusione dei più moderni sistemi di sicurezza attiva.

La tecnologia può offrire un contributo importante. Sistemi avanzati di assistenza alla guida, frenata automatica di emergenza con riconoscimento dei pedoni, dispositivi anti-angolo cieco per i mezzi pesanti, sistemi intelligenti di regolazione della velocità e strumenti digitali di monitoraggio possono ridurre il rischio e mitigare le conseguenze degli incidenti. Tuttavia, lo studio sottolinea che la tecnologia da sola non basta.

 


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