In Italia mercato il mercato cresce: ecco come e occhio alla crisi iraniana

Regolamenti UE sulla CO2: è ora di cambiare spartito

di Massimo Artusi, presidente di Federauto

Salutiamo con piacere la crescita delle immatricolazioni a febbraio 2026 con l’auspicio che il mercato possa proseguire sulla spinta di un impulso positivo, seppure in un quadro di forte tensione geopolitica e dei riflessi che questa potrà avere sull’approvvigionamento dei prodotti petroliferi e della pressione sui prezzi alla pompa dei carburanti.

La crescita delle immatricolazioni a febbraio è stata favorita dalle politiche messe in atto da alcuni brand che hanno determinato il risveglio degli acquisti da parte delle famiglie, con la conseguente ripresa del canale privati da mesi in trend negativo. Si tratta di un cambio di orientamento importante che vorremmo vedere confermato nei mesi a venire.

La sostituzione del parco più obsoleto in favore di veicoli più moderni, a prescindere dal tipo di alimentazione, è il fattore discriminante per ottenere la riduzione di climalteranti e inquinanti oltre, ovviamente, a una maggiore sicurezza sulle strade. Una lettura più approfondita del mercato dovrà considerare che le componenti più importanti della crescita a febbraio sono quelle del noleggio unitamente alle auto immatricolazioni da parte dei concessionari.

Da registrare il consolidarsi nelle preferenze dei consumatori dell’alimentazione ibrida e plug-in, un dato molto importante anche in prospettiva del dibattito sull’Automotive Package che sta entrando nel vivo a Bruxelles.

L’elettrico puro realizza un risultato positivo, essenzialmente dovuto agli effetti degli incentivi del MASE: consegnate queste vetture, speriamo di non tornare allo scarso interesse per questa soluzione tecnologica su cui gravano ancora la mancanza dei fattori abilitanti e quindi forti perplessità del mercato.

Abbiamo voluto evidenziare i dati positivi dell’auto evitando di parlare del settore dei veicoli commerciali che continua ad essere in segno negativo. È giusto guardare al mercato con positività, ma non dimentichiamo che “i fondamentali” non sono ancora stati sistemati. La transizione ecologica, la politica fiscale e il buon funzionamento della catena distributiva, dai produttori ai concessionari, sono temi presenti nella nostra agenda e lo saranno fino a quando il nostro mercato non riprenderà volumi coerenti con il posizionamento dell’Italia nel mercato europeo.

 


Foto da ufficio stampa Federauto

Crisi iraniana: primi effetti sui prezzi di greggio e prodotti raffinati

Transizione automotive; si valorizzino eccellenze e competenze (molte sono italiane)

Foto: Gianni Murano, presidente di UNEM

 

Gli attacchi condotti da Stati Uniti e Israele contro l’Iran stanno già generando significativi effetti sui mercati internazionali del greggio e, ancor più, dei prodotti raffinati. Nella seduta del 3 marzo il Brent ha chiuso intorno ai 78 dollari al barile, registrando un aumento di circa il 7% rispetto al venerdì precedente, dopo aver toccato un massimo di 80 dollari, livello che non si vedeva da giugno 2025. Ma già nelle quotazioni si sono raggiunti gli 82-83 dollari/barile.

L’incremento è stato ancor più marcato per i prodotti raffinati, e in particolare per il gasolio, che a livello di quotazioni Platts Cif Med ha registrato in una sola seduta un aumento di quasi 10 centesimi euro/litro (+17,5%). La benzina è invece cresciuta di 3,3 centesimi (+7%). 
Complessivamente da inizio febbraio gli aumenti sono stati pari a 7 centesimi euro/litro per la benzina e a 14,5 centesimi per il gasolio.
 
Questi rialzi si sono trasferiti solo in piccola parte sui prezzi al consumo: secondo i dati del MIMIT (Osservaprezzi), il 3 marzo la benzina ha raggiunto in media 1,698 euro/litro (+2 centesimi) e il gasolio 1,760 euro/litro (+3 centesimi), ma è prevedibile che l’incremento dei prezzi alla pompa prosegua nei prossimi giorni con il perdurare della situazione “rialzista” dei mercati del petrolio e dei prodotti finiti.

L’impennata del gasolio, così come del jet fuel, è legata alla forte pressione sulle forniture provenienti dall’area del Golfo Persico. Negli ultimi anni sia l’Italia che molti altri Paesi europei hanno aumentato gli arrivi dalle raffinerie che si affacciano sul Golfo Persico e che devono necessariamente passare attraverso lo Stretto di Hormuz.

Arabia Saudita, Kuwait, Emirati Arabi, Oman
stanno infatti investendo molto su nuove raffinerie che rispondano alle specifiche qualitative europee, mentre in Europa non si arresta il calo della capacità produttiva delle raffinerie esistenti.

Attualmente il 57% del gasolio (3 milioni/tonnellate) e il 20% di jet fuel (500.000 tonnellate) importati dall’Italia transitano per Hormuz, mentre solo il 6% del petrolio (3,3 milioni/tonnellate) passa per lo Stretto perché gran parte del greggio saudita bypassa lo Stretto di Hormuz via l’oleodotto East West crude oil pipeline. Inoltre, il 42% del greggio importato in Italia arriva dal continente africano (Libia primo fornitore con il 24%), il 30% arriva da Azerbaijan e Kazakhstan e il 13% dagli USA.

“È molto difficile prevedere quelli che potranno essere gli sviluppi e dunque gli impatti sull’Italia – ha commentato Gianni Murano, presidente UNEM – ma la differenza rispetto ad altri conflitti ancora in corso sta nell’importanza dell’Iran come potenza energetica e nella sua posizione geografica, centrale per i traffici di petrolio e gas. In caso di chiusura totale prolungata dello Stretto di Hormuz verrebbe meno tra il 15 e il 20% dell’offerta globale di petrolio e ci sarebbe una corsa agli approvvigionamenti che spingerebbe i prezzi verso livelli difficili da immaginare. Nonostante la complessità dello scenario internazionale – ha concluso – l’Italia può contare su una filiera energetica solida, su forniture sempre più diversificate e su operatori in grado di reagire rapidamente anche nei momenti di maggiore tensione. Le esperienze accumulate negli ultimi anni hanno reso il sistema più resiliente, più flessibile e meglio preparato a fronteggiare eventuali shock”.
 

Foto da ufficio stampa UNEM