Auto: come la scelgono gli italiani

Auto: come la scelgono gli italiani

Estetica? Prestazioni? Dimensioni? Autorevolezza del marchio? Quali sono i criteri che spingono gli automobilisti italiani a comprare una macchina rispetto ad un’altra? Per rispondere a questo dubbio Facile.it ha incaricato l’istituto di ricerca mUp Research di intervistare un campione rappresentativo della popolazione italiana adulta. Ecco i risultati, fra conferme e qualche sorpresa.

 

I criteri di scelta

Al primo posto nei criteri di scelta degli italiani alle prese con l’acquisto di un’auto nuova c’è il prezzo (65,5%), opzione indicata da 24,4 milioni di individui. Questo parametro raccoglie percentuali sostanzialmente identiche anche se si divide il campione fra acquirenti uomini (65,6%) e donne (65,4%), ma arriva a superare il 70% nella fascia di rispondenti con età compresa fra i 55 ed i 64 anni e nel Centro Italia (71,9%).

Alle spalle del prezzo, troviamo il tipo di alimentazione (benzina, diesel, ibrida o elettrica). Se a livello nazionale questa è la motivazione indicata dal 48,6% dei rispondenti, è nelle fasce anagrafiche più alte che diventa criterio estremamente rilevante, arrivando a superare il 52% tra gli over 55.

Medaglia di bronzo, se così possiamo dire, per un altro elemento economico, i costi di gestione (manutenzione, prezzo RC auto, consumi…) indicati dal 38,6% del campione totale, ma addirittura dal 42% se isoliamo i soli rispondenti residenti nel Sud o nelle Isole e dal 44,5% tra i 45-54enni.

Appena fuori dal podio un altro parametro importante, soprattutto se ci si deve muovere tra vicoli e strade strette o, anche, se si deve parcheggiare in luoghi affollati: le dimensioni del veicolo. Più di un automobilista su quattro (27,9%) indica questa come ragione della scelta, ma probabilmente proprio per le motivazioni che abbiamo appena evidenziato, la percentuale sale al 30,4% nelle grandi città (dove spesso trovare un parcheggio è piuttosto complicato) e al 32,1% nei centri urbani con meno di 10.000 abitanti dove vicoli e strade strette mal si adattano alle grandi dimensioni di alcuni veicoli.

 

Come scelgono gli uomini e come scelgono le donne

Continuando a scorrere i risultati dell’indagine, saltano agli occhi differenze interessanti suddividendo il campione, questa volta, fra uomini e donne. Confrontando le risposte date, si scopre che se esiste una sostanziale uguaglianza, ad esempio, nel valutare la reputazione del brand come parametro per l’acquisto dell’auto (20,2% sia fra gli uomini sia fra le donne), i primi sono molto più interessati delle seconde alle prestazioni del veicolo (24,3% vs 20,4%) e, curiosamente, all’estetica (19,8% vs 15,4%).

Facilità di guida e maneggevolezza, invece, sono fondamentali nella scelta per più di una automobilista su cinque (21,5%), mentre fra gli uomini è considerato parametro importante da appena il 13,8% del campione intervistato.

In ultimo, dai dati emerge chiaramente come, per avere l’automobile che ci piace, siamo disposti ad aspettare. Appena il 3,1% dei rispondenti, infatti, indica fra le ragioni di scelta i tempi brevi della consegna.

 

Foto di Obi su Unsplash

L’accordo sui dazi: ecco come le imprese italiane possono affrontare le tariffe

L'accordo sui dazi: ecco come le imprese italiane possono affrontare le tariffe

di Pier Paolo Ghetti, Partner e Global Trade Advisory Leader di Deloitte Italia 

Le tensioni commerciali e le politiche protezionistiche stanno cambiando in modo significativo il panorama del commercio globale. Nonostante gli accordi commerciali in corso di definizione, la tariffa doganale media applicata al momento dell’importazione si colloca a un livello significativamente superiore rispetto a quanto previsto solo qualche mese fa. Le misure adottate da Stati Uniti, Cina, Unione Europea e altri Paesi obbligano le imprese a rivedere le proprie strategie su mercati internazionali e a confrontarsi con normative sempre più tecniche e complesse.

L’aumento delle tariffe – in particolare quelle statunitensi – non determina solo un incremento dei costi, ma si traduce anche in maggiore incertezza dei flussi internazionali, portando le aziende a ripensare la gestione dei propri flussi. Per contenere e governare questi rischi, diventa strategico adottare una strategia di diversificazione dei mercati di vendita e dei paesi di approvvigionamento, riducendo l’esposizione da singole aree geografiche e attenuando così gli impatti negativi delle politiche tariffarie-volto dalla conoscenza e dalla gestione delle normative doganali. La capacità di gestire correttamente il diritto doganale non solo assicura la conformità normativa, ma rappresenta anche un’opportunità strategica che permette alle aziende di essere più flessibili e pronte ad adattarsi rapidamente ai cambiamenti-


Tra le azioni suggerite da Deloitte, vi è innanzitutto la mappatura dei Paesi di sourcing e mercati di destinazione, identificazione delle categorie di prodotto e analisi dei dati di classifica e origine doganale. In questo senso va ricordato che le amministrazioni doganali, in particolare quella statunitense, mettono a disposizione i dati delle dichiarazioni doganali permettendo una analisi granulare dei dati di valore ed esposizione daziaria per prodotto, categoria doganale, paese di origine e fornitore.

In parallelo serve una valutazione di scenario per il mercato USA e altri mercati interessati, considerando le nuove tariffe (in vigore e annunciate) e le potenziali misure di ritorsione. Importante anche la gestione e ottimizzazione dei dazi tramite l’analisi delle diverse opzioni di riduzione ed ottimizzazione del carico daziario. Infine, è importante adottare misure specifiche non solo in ambito doganale, ma in generale sulla supply chain, per consentire all’azienda di ridurre gli impatti conseguenti all’introduzione delle misure di politica commerciale.

Per implementare le azioni di mitigazione in modo efficace, è indispensabile, per le aziende, raccogliere e analizzare attentamente i dati doganali dei flussi di importazione ed esportazione, ed in particolare gli elementi presenti nelle dichiarazioni doganali quali la classificazione, l’origine e il valore delle merci. Questo perché il dazio si calcola normalmente sul valore di transazione, mentre la classificazione doganale determina l’aliquota applicabile in base alla categoria del prodotto. Allo stesso tempo, l’origine della merce può influire significativamente sulle tariffe, portando a riduzioni o aumenti a seconda degli accordi commerciali o delle misure in vigore.


Costruendo una pianificazione doganale attenta, le imprese possono adottare misure e strumenti che mitigano gli effetti dei dazi, come i meccanismi di rimborso del cosiddetto dazio “duty drawback”, la cosiddetta “first sale rule” o la riallocazione produttiva mirata. Ad esempio, un’azienda può, al ricorrere di determinate condizioni, ridurre il carico daziario utilizzando come valore tassabile in dogana il prezzo della prima vendita all’interno del circuito commerciale, anziché quello finale pagato dall’importatore. In alternativa, può trasferire parte della produzione in Paesi dove, svolgendo lavorazioni sostanziali, il bene acquisisce un’origine doganale per beneficiare di tariffe più vantaggiose. Inoltre, occorre valutare le opzioni per ridurre o differire il pagamento dei dazi, sfruttando anche regimi doganali speciali che offrono una leva ulteriore di ottimizzazione dei costi doganali.

Parallelamente, le imprese devono elaborare scenari che tengano conto sia dell’effetto delle tariffe in vigore sia di quelle potenzialmente in arrivo, così come l’esposizione ad eventuali misure di ritorsione commerciale. In conclusione, le tariffe doganali sono destinate a rimanere una realtà con cui le imprese dovranno confrontarsi. Questo rende indispensabile un processo di consapevolezza doganale per la reingegnerizzazione delle catene del valore globali in modo da garantire una maggiore flessibilità e resilienza, elementi chiave per contenere gli impatti negativi e preservare la competitività sui mercati internazionali.


Foto da ufficio stampa Deloitte Italia

Colonnine di ricarica A2A “City Plug”: dopo Brescia e Milano, tocca a Monza

Colonnine di ricarica A2A "City Plug": dopo Brescia e Milano, tocca a Monza
Cresce ancora la rete pubblica di ricarica per veicoli elettrici di Monza: alle 73 colonnine per l’alimentazione rapida già installate da Acinque, si aggiungono ora 10 nuove postazioni City Plug del partner industriale A2A, che portano in dote 140 nuovi punti di ricarica a disposizione dei cittadini. All’inaugurazioen della prima postazione, in via Martiri delle Foibe, erano presenti (tutti nella foto) il sindaco Paolo Pilotto; l’AD di A2A E-Mobility, Fabio Press;, la vicepresidente del Gruppo Acinque, Annamaria Di Ruscio, e il CEO di Acinque Innovazione. Corrado Bina. 
 
Le City Plug sono colonnine compatte, dal design minimale disegnate da A2A insieme a Giugiaro Architettura, ideali per la ricarica lenta durante la notte o le soste prolungate. Ogni postazione è composta da 7 colonnine, con 14 punti di ricarica in ogni sito e 140 in totale; ogni presa ha una potenza di 7,4 kW. Dopo le prime installazioni a Brescia e a Milano, Monza è la terza città italiana a dotarsi delle colonnine City Plug, studiate appositamente per l’ambito cittadino.
 
Finora sono oltre 1.100 i punti di ricarica di questa tipologia installati nelle tre città. Le nuove City Plug si affiancheranno all’infrastruttura già esistente: 73 colonnine, ovvero 146 prese di ricarica della tipologia Quick e Fast. Le prime hanno due prese con potenza erogabile fino a 22 kW in AC e possibilità di ricarica anche per quadricicli mentre le seconde permettono di erogare una potenza fino a 50 kW in corrente continua e fino a 22 kW in corrente alternata.
 
Questa integrazione di tecnologie rende il servizio nella città di Monza ancora più capillare e diversificato, in grado di soddisfare chi cerca una ricarica rapida e chi può dedicarvi tempi più lunghi. Con questa nuova installazione si completa il piano condiviso tra Comune di Monza, Acinque Innovazione e A2A E-Mobility per dotare la città di una rete pubblica moderna ed efficiente, contribuendo concretamente alla decarbonizzazione dei trasporti urbani, alla transizione verso una mobilità più pulita e responsabile e a soddisfare la crescente domanda da parte dei cittadini. Una rete diversificata Consapevoli dell’importanza di supportare tecnologicamente il territorio verso una mobilità più sostenibile,
 
Acinque e A2A stanno sviluppando un network di stazioni di ricarica elettrica per soddisfare ogni tipo di fabbisogno, con soluzioni in grado di rispondere a ogni esigenza: una ricarica lenta in città e una ricarica veloce e ultraveloce ad alta potenza per le aree extra urbane. Stazioni che, nell’ottica dell’impegno verso la transizione energetica, erogano energia elettrica 100% green, certificata da garanzie di origine rilasciate dal GSE, il Gestore dei Servizi Energetici. La ricarica pubblica è infatti essenziale per superare la “range anxiety”, ovvero la preoccupazione di non trovare un posto dove ricaricare l’auto elettrica prima che la batteria si esaurisca, che ancora oggi frena molti cittadini dall’acquisto di auto ad alimentazione elettrica.
 
“La città di Monza prosegue gli investimenti su questa tecnologia: in questo caso offriamo colonnine per la ricarica lenta, equivalenti a quelle domestiche, che molti cittadini già utilizzano nel loro box: così anche chi non ha un proprio garage può trovare una soluzione in queste postazioni su strada – spiega il sindaco Paolo Pilotto -. Il piano che stiamo sviluppando ha come obiettivo quello di garantire equilibrio tra le varie aree della città, in modo che la distribuzione dei punti di ricarica sia capillare in tutte le zone”.
 
“Dopo Brescia e Milano siamo felici di portare le City Plug anche a Monza. Abbiamo installato 140 punti di ricarica complessivi in 10 localizzazioni cittadine – ha spiegato l’AD di A2A E-Mobility,  Fabio Pressi -. L’inaugurazione è un’occasione per raccontare questa nuova soluzione per una ricarica capillare, lenta, pensata per l’ambito urbano e per chi non ha la possibilità di ricaricare la vettura presso la propria abitazione. Si tratta di una proposta che accompagna la trasformazione della mobilità nelle città favorendo la diversificazione dell’offerta di ricarica in modo da soddisfare le diverse esigenze di chi guida in elettrico”.
 
“Con questo progetto per la città di Monza proseguiamo nella nostra mission, come da piano industriale, di promuovere una mobilità sempre più sostenibile – ha sottolineato la vicepresidente del Gruppo Acinque, Annamaria Di Ruscio -. Siamo al fianco delle pubbliche amministrazioni, portando nuove tecnologie volte alla transizione energetica, e ai cittadini che vogliono indirizzarsi verso la mobilità elettrica”.
 
“Con l’installazione delle 10 stazioni City Plug, si conclude un progetto che ha portato 83 colonnine a Monza, città all’avanguardia nella ricarica dei veicoli elettrici – ha ricordato Corrado Bina, amministratore delegato di Acinque Innovazione – I dati disponibili ci raccontano che nel 2024, grazie all’energia delle nostre colonnine, a Monza sono state risparmiate 451 tonnellate di CO2 e sono stati percorsi oltre 4 milioni di km in elettrico”. 

Foto da ufficio stampa A2A


Accordo UE-USA sui dazi: ACEA sostiene la de-escalation, ma…

“Pacchetto Automotive”: serve un'azione urgente sulla flessibilità per auto e furgoni

di Sigrid de Vries, direttore generale ACEA

L’accordo rappresenta tra USA e UE sui dazi doganali relativi alle auto importate Oltreoceano (15%) rappresenta un passo importante verso l’attenuazione della forte incertezza che ha caratterizzato le relazioni commerciali transatlantiche negli ultimi mesi, e l’ACEA accoglie con favore questo sviluppo in linea di principio. Tuttavia, gli Stati Uniti manterranno dazi più elevati su automobili e componenti automobilistici, e ciò continuerà ad avere un impatto negativo non solo per l’industria dell’UE, ma anche per quella statunitense. 

In questa fase, molti elementi dell’accordo devono ancora essere chiariti. ACEA esaminerà attentamente i dettagli non appena saranno disponibili e ne valuterà le implicazioni per la produzione automobilistica europea. 

Guardando al futuro, l’UE e gli Stati Uniti dovrebbero concentrarsi sulla riduzione degli ostacoli al fondamentale commercio transatlantico di automobili, aprendo la strada a legami economici più forti e a una prosperità condivisa. 

 

Foto fornita da uff stampa ACEA

 

 

Spostamenti degli italiani e incidenti stradali: i dati ACI-ISTAT 2024

Spostamenti degli italiani e incidenti stradali: i dati ACI-ISTAT 2024
Nel 2024 si è consolidato definitivamente il ritorno a una mobilità su livelli analoghi a quelli pre-pandemia, con un aumento degli spostamenti per motivi di lavoro, studio e turismo. Sul fronte dell’incidentalità stradale, il numero delle vittime è rimasto pressoché stabile rispetto al 2023, mentre si registra un aumento degli incidenti e dei feriti.

Il numero di morti in incidenti stradali ammonta a 3.030 (-0,3% rispetto al 2023), quello dei feriti a 233.853 (+4,1%), per un totale di 173.364 incidenti stradali (+4,1%). Rispetto al 2019, le vittime e i feriti sono diminuiti (rispettivamente del -4,5% e -3,1%), mentre gli incidenti stradali mostrano un leggero aumento (+0,7%).

Il numero delle vittime cresce tra i conducenti e i passeggeri di motocicli, di monopattini e di autocarri, mentre diminuisce per le altre categorie. In particolare, si contano 830 vittime tra i motociclisti (+13,1% rispetto al 2023) e 146 tra gli occupanti di autocarri (in aumento del 30,4%); tra gli utenti di monopattini elettrici aumentano anche gli infortunati: il numero dei feriti sale a 3.751 e quello dei morti (entro i 30 giorni dall’incidente) a 23, cui si aggiunge 1 pedone (nel 2023 erano rispettivamente 3.195 e 21).
 
Le vittime tra gli occupanti di autovetture scendono a 1.252 (-6,0% rispetto al 2023), tra i ciclomotoristi a 61 (-10,3%), tra i pedoni a 470 (-3,1%) e tra gli utenti di biciclette – anche elettriche – a 185 (in diminuzione del -12,7% rispetto al 2023 quando erano 212).

Tra il 2023 e il 2024, gli incidenti e i feriti aumentano su tutte le tipologie di strade, soprattutto sulle autostrade (+6,9% incidenti, +7,0% feriti). Anche il numero delle vittime aumenta in maniera marcata sulle autostrade (+7,1%), a fronte della diminuzione sulle strade urbane (-2,1%) e del leggero aumento su quelle extraurbane (+0,1%). Gli incidenti su autostrade e strade extraurbane aumentano anche nel confronto con il 2019 (+4,0% e +2,7% rispettivamente).

Nel 2024, il numero di vittime per incidenti stradali nel complesso della UE27 diminuisce in maniera contenuta (-2,2% rispetto al 2023), in linea con la tendenza dell’anno precedente; rispetto al 2019, la variazione percentuale è stata del -12,1%. In termini assoluti, le vittime nella UE27 sono state 20.017 nel 2024, a fronte di 20.466 nel 2023 e 22.823 nel 2019. Ciò corrisponde, nel 2024, a 45 morti per incidente stradale ogni milione di abitanti, un valore inferiore a quello del nostro Paese, pari a 51, che resta al 19° posto della graduatoria europea
per mortalità stradale.

I comportamenti errati alla guida più frequenti si confermano essere la distrazione, il mancato rispetto della precedenza e la velocità troppo elevata. Insieme, costituiscono il 37,8% delle cause (85.339 casi), valore stabile nel tempo.

La guida troppo veloce è il comportamento più sanzionato dopo la sosta vietata e rappresenta il 34% del totale delle violazioni del codice della strada. In lieve calo le sanzioni per mancato uso delle cinture di sicurezza e dei sistemi di ritenuta per bambini, a fronte di un incremento di quelle per mancato uso del casco. 
Rimane elevato il numero di sanzioni per uso improprio di dispositivi in auto e aumentano le sanzioni per guida sotto l’effetto di stupefacenti, in lieve calo quelle per guida in stato di ebbrezza.

Il mercato dell’auto presenta una lieve crescita nel 2024
: le prime iscrizioni di autovetture sono aumentate dello 0,7% rispetto al 2023. Sulla rete autostradale le percorrenze medie annue dei veicoli sono aumentate del 2,2% e le percorrenze totali, nel 2024, hanno superato la quota di 83 miliardi di veicoli per km.
 
Il Commissario Straordinario dell’Automobile Club d’Italia, Gen. Tullio Del Sette, commenta così il report annuale sulla situazione degli incidenti nel nostro Paese: “I dati sull’incidentalità stradale per il 2024, resi noti da Istat ed elaborati insieme con l’Automobile Club d’Italia, confermano come il fenomeno sia ancora drammaticamente presente sulle nostre strade. Nel 2024 i morti sono stati oltre tremila, un numero enorme. Rispetto al 2023, il decremento è stato infinitesimale: appena dello 0,3%. “I costi sociali degli incidenti – valutando solo l’impatto dei danni alle persone – raggiungono quasi l’1% del PIL del Paese. Sono istantanee di un problema gravissimo al quale tutti – le istituzioni pubbliche in primis – devono dare una risposta pronta e corale. Da parte sua, l’Automobile Club d’Italia deve continuare, con rinnovato impegno, la  propria giornaliera opera di sensibilizzazione ed istruzione, attraverso campagne dedicate e con l’impegno quotidiano degli operatori nel settore – dal lavoro coi più giovani nelle piazze d’Italia a quello formativo nelle autoscuole – affinché si sviluppi una sensibilità sempre maggiore verso il tema della sicurezza e della prevenzione”.

E il Sub Commissario dell’Automobile Club d’Italia, Giovanni Battista Tombolato: “I dati sugli incidenti rappresentano una tragedia per il nostro Paese. Il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, con il nuovo Codice della Strada, costruito in sinergia con le istituzioni, sta dimostrando quanto questa tematica rappresenti una priorità assoluta per il Governo e l’ACI è assolutamente al fianco delle istituzioni, con il
massimo impegno, per fornire dati, personale e competenze sulla sensibilizzazione e la formazione riguardo la sicurezza e l’educazione stradale. L’impegno congiunto che stiamo mettendo in atto sarà fondamentale per far sentire ogni persona – conducente, passeggero, ciclista o pedone – più al sicuro e raggiungere risultati importanti”.
Foto da Sindacato SAP

Iveco ceduta agli indiani di Tata: parla l’ex Vice President

Iveco ceduta agli indiani di Tata: parla l'ex Vice President

di Franco Fenoglio, oggi general advisor di Rolfo, in passato Vice President International, Commercial & Business Development di Iveco
(dalla intervista rilasciata a Luca Barassi, direttore di “Trasportare oggi in Europa”)

Iveco era in condizioni tali da rendere difficile pensare ad alternative alla vendita. In passato (2010/2012) ci fu un’offerta da un costruttore europeo, ma Sergio Marchionne non volle vendere. Ora, dopo 10-15 anni, gli europei non avevano più opportunità di fare offerte e gli indiani di Tata Motors, in espansione e tradizionalmente forti nel proprio Paese, hanno colto l’occasione per espandersi a livello multinazionale. Per Tata l’Europa, il Brasile e la Cina sono molto importanti, dato che non sono presenti in questi mercati.

Tata probabilmente utilizzerà il marchio Iveco, considerato un ottimo marchio in Europa e nel mondo, anche grazie ai suoi motori Diesel all’avanguardia. Non credo che il nome Iveco verrà eliminato. Gli investimenti futuri e la scelta di utilizzare componenti italiani/europei o indiani dipenderanno dalla qualità e dalla strategia di Tata. Nel breve termine (un paio d’anni) si cercherà di ottimizzare l’esistente, poi si vedrà la direzione futura. Il pericolo è la delocalizzazione dell’Italia verso altri sistemi pur competitivi, ancora una volta a scapito dell’occupazione. Ricordo che oggi in Italia Iveco impiega 14000 dipendenti, più l’indotto.

Gli indiani hanno bisogno della tecnologia europea e quale migliore occasione di approfittare della tecnologia di Iveco da tempo sul mercato, che è di ottima qualità e con prodotti in sviluppo. Nel breve-medio termine, la tecnologia e i prodotti Iveco saranno fondamentali per Tata. Il brand e il marchio dovrebbero essere conservati nel breve-medio termine. In futuro, bisognerà vedere se continueranno a utilizzare componenti europei o passeranno a quelli indiani, considerando le differenze di costo e qualità. Per ora, comunque, i prodotti indiani sono ancora molto più indietro rispetto ai nostri.

La mancanza di un piano industriale chiaro e condiviso, anche con il sistema Paese, ha portato a questa situazione. La Svezia (con Scania e Volvo), per esempio, pur avendo solo 9 milioni di abitanti, ha attuato una strategia industriale precisa, puntando sui camion e sostenendo le aziende (non con soldi, ma aiutando a definire il futuro del paese). In Italia, invece, non si sono avute idee chiare e si è procrastinato sugli investimenti (dal 2010 si sono rimandati per 4-5 anni, sul nuovo pesante stradale), rendendo i prodotti obsoleti e quindi difficili da far competere con gli altri marchi.

Senza un grande piano di investimenti, era molto difficile andare avanti e questo è un vero peccato perchè ci ha visto perdere un grande asset. Inoltre, ancora più sconcertante è che nel 2010 l’azienda era valutata tra 9 miliardi e mezzo e 10 miliardi, oggi è stata venduta a 3,8 miliardi: chi l’ha comprata ha fatto un grande affare!

Marchionne ha fatto il possibile con le risorse disponibili. Gli azionisti hanno scelto di investire sempre meno nell’automotive. È sicuramente la fine dell’industria italiana nell’automotive, ma non necessariamente per gli industriali italiani in generale. La preoccupazione maggiore riguarda l’indotto e l’occupazione: smantellando grandi aziende, si rischia di perdere posti di lavoro e opportunità, con gravi problemi per il futuro del paese.

C’è molta amarezza e, anche se è una coincidenza, c’è amarezza che questa vendita sia avvenuta proprio nell’anniversario dei 50 anni dell’azienda. Negli anni in cui ero in Iveco, Insieme a Boschetti e tutta la squadra, siamo riusciti in 10 anni a portare Iveco da una perdita di 400 miliardi di vecchie lire al positivo, investendo 5000 miliardi di vecchie lire per il rinnovo delle gamme. Vedere la situazione attuale dopo tanto impegno è motivo di rammarico. Gli uomini (e le donne) di quella squadra erano spinti da una grande passione, determinazione e volontà, lavorando anche sabati e domeniche, cosa che oggi manca nei nuovi manager. Per un’azienda come Iveco, che si basa molto sul rapporto con i clienti, la dedizione personale e l’impegno di squadra sono fondamentali.

Il futuro di Iveco? Potrebbe essere un’opportunità per qualcuno, ma il futuro di Iveco sarà deciso in India, dove verranno formulate le strategie. L’Italia diventerà un mercato secondario, un “fattore insignificante” in una galassia così grande, perdendo centralità e importanza. Ci sono ancora altri brand italiani come New Holland Construction e New Holland Agricolture… che fine faranno? Speriamo che almeno per queste ci sia una strategia per tenerle in Italia, ma non ne sono certo!


Foto da archivio di Forumautomotive



Report Findomestic: il 75% degli italiani attende 10 anni per cambiare l’auto

Report Findomestic: il 75% degli italiani attende 10 anni per cambiare l'auto
L’età media dell’auto principale in Italia è di 10 anni, nel 75% dei casi non si sostituisce fino a quando il mezzo non inizia a dare problemi gravi o raggiunge il ”fine vita” e chi deve cambiare l’ auto nel 65% dei casi non può spendere più di 20mila euro. Sono alcuni dati emersi nell’ultimo focus dedicato al mercato auto dell’Osservatorio Findomestic. Se 4 italiani su 10 non si sbilanciano sulle tempistiche per cambiare la propria automobile, il 60% ha almeno un’idea teorica su quando farlo. Il 26% in particolare pensa che tra il 2025 e il 2026 sarebbe idealmente il momento opportuno per sostituire la propria vettura.

”La scelta dell’auto è oggi un delicato equilibrio tra aspirazione e budget che non può superare i 20mila euro per 2 famiglie su 3, come un anno fa. È da questo compromesso che nasce anche la crescente disponibilità a valutare sia il nuovo che l’usato, superando vecchie distinzioni”. Lo ha detto Claudio Bardazzi, responsabile Osservatorio Findomestic. La soglia dei 20 mila euro per la grande maggioranza degli italiani si allinea con la percezione del rincaro: 6 italiani su 10 ritengono che i prezzi delle auto siano aumentati sensibilmente rispetto all’ultimo acquisto, e oltre 1 su 3 parla di un incremento tra il 20 e il 50%.

In questo contesto perde rilevanza la marca dell’auto: oggi, solo 1 acquirente su 10 lo considera un criterio determinante nella scelta. L’efficienza e la libertà di utilizzo restano centrali: il 58% del campione intervistato dall’Osservatorio Findomestic pone il risparmio nei consumi come prima esigenza per la nuova auto. Il 45% punta a un’auto che garantisca affidabilità nel tempo senza rischiare di doversi fermare a causa delle limitazioni alla circolazione imposti nella propria area di residenza. Il motore ibrido è quello che convince di più, una scelta su cui si dirige il 45% degli automobilisti. Appena il 6% degli italiani si dice oggi pronto ad acquistare un’ auto elettrica, ma oltre l’80% di chi ha avuto la possibilità di provarla è soddisfatto dalla sua silenziosità, fluidità e semplicità di guida. Oggi, tuttavia, il 60% degli automobilisti italiani non ha ancora mai avuto un contatto diretto con un veicolo 100% elettrico.

”C’è un problema di conoscenza dell’ auto elettrica – aggiunge Bardazzi – con quasi la metà del campione che non sa se effettivamente l’elettrico li farà risparmiare. Tuttavia, oltre la metà degli italiani è certo che l’elettrificato – quindi ibride ed elettriche insieme – rappresenti il futuro, nonostante gli ostacoli strutturali e di prezzo da superare oggi”, ha concluso il responsabile Osservatorio Findomestic.


Foto di Erik Mclean su Unsplash


Piano auto UE: dalla Camera un segnale positivo e coraggioso

Transizione automotive; si valorizzino eccellenze e competenze (molte sono italiane)

di Gianni Murano, presidente di UNEM

 
Il documento approvato dalla Commissione Attività Produttive della Camera rappresenta un
segnale politico chiaro e coraggioso per sostenere l’Europa in una transizione energetica inclusiva
, capace di valorizzare le eccellenze industriali senza penalizzare il tessuto produttivo
europeo.

Un documento che condividiamo pienamente e che presenta molti punti di contatto con quanto andiamo sostenendo da tempo, a partire dalla necessità di introdurre nel Piano europeo il principio della libertà tecnologica, senza il quale si rischia di compromettere innovazione e investimenti in catene di valore in cui l’Italia e l’Europa detengono un ruolo di leadership.
 
Fondamentale è anche il richiamo sulla necessità di rivedere l’attuale metodo di calcolo delle emissioni di CO2 a favore di un approccio più oggettivo e concreto come l’intero ciclo di vita, e ripensare il phase-out al 2035 delle auto endotermiche puntando sul rinnovamento di un parco auto tra i più vetusti d’Europa.

Non possiamo affrontare la sfida della transizione energetica con ricette ideologiche o semplificazioni tecniche. Servono politiche che valorizzino tutte le tecnologie a basso impatto carbonico, supportino una filiera strategica e rendano la transizione una reale opportunità di crescita e sviluppo
.
Il documento della Commissione rappresenta un passo decisivo per un processo di transizione energetica intelligente e condiviso. Siamo pronti a contribuire attivamente per un confronto costruttivo tra Istituzioni, imprese e cittadini per costruire una mobilità più sostenibile, ma anche più giusta, competitiva e vicina alle esigenze reali del Paese e dell’Europa.
Foto da ufficio stampa UNEM