Think different!: ce n’è un gran bisogno

Think different!: ce n'è un gran bisogno

di Andrea Taschini, manager automotive
(dal magazine “Parts”)

C’è un grande bisogno di sviluppare un pensiero innovativo nel mondo occidentale. Il lungo ciclo storico iniziato dopo la caduta del Muro di Berlino si è concluso e l’Europa necessita di una svolta decisiva che abbia un respiro di lungo termine, ma soprattutto che crei ricchezza indispensabile per ripagare gli enormi debiti contratti da tutti gli Stati dopo la pandemia.
L’attitudine a un pensiero alternativo ai luoghi comuni attuali dettati da una politica ed un management stanchi e obsoleti, deve partire dalla meritocrazia e dai fondamentali che ci devono suggerire le vie più corrette per il futuro del nostro Continente. Iniziando da una profonda revisione del Green deal.

Cervello e carattere: hardware e software

Il primo uomo nell’era contemporanea a saper pensare in maniera alternativa rifuggendo i percorsi dell’ovvio, fu Albert Einstein. Supremo uomo di scienza e conosciuto essenzialmente per la teoria della relatività, fu invece uno studioso eccezionalmente prolifico a cui dobbiamo almeno una decina di intuizioni fondamentali per lo sviluppo della tecnica moderna.
Non è infatti nozione comune che il premio Nobel nel 1921 lo vinse non per ciò che lo rese universalmente famoso e cioè la teoria della relatività, ma per i suoi studi sull’effetto fotoelettrico compiuti dallo scienziato ben sedici anni prima quando era un anonimo funzionario dell’ufficio brevetti di Zurigo.

Che cosa lo ha reso così diverso dai suoi contemporanei? Perché la profondità del suo pensiero era così efficace nel trovare soluzioni mai pensate prima? È la sua esperienza ripetibile anche ai giorni nostri? La risposta più semplice e immediata è, oltre le ovvie caratteristiche superiori del suo cervello (cioè l’hardware), il suo carattere (cioè il software).


Il carattere è un aspetto fondamentale nelle performance umane perché è il carburante indispensabile che spinge le nostre capacità oltre i limiti della normalità. Ciò vale per i manager, per gli sportivi ma, anche per tutti gli uomini che hanno ruoli intellettuali e di responsabilità.
Se dovessimo descrivere il carattere di Albert Einstein lo potremmo definire un irriverente rivoluzionario, un bastian contrario per nulla intimorito dall’autorità e dai condizionamenti dei grandi scienziati del suo tempo in un’epoca, quella della Germania dei primi del 900, dove non era facile mettere in discussione le gerarchie accademiche.

La sua curiosità assidua dotata di un forte spirito critico, era la spinta decisiva per mettere in discussione lo status quo delle monolitiche certezze scientifiche, mentre la capacità di porsi domande fondamentali e irriverenti era la linfa che alimentava l’energia dei suoi studi. Era un uomo fuori dal branco quindi, uno spirito libero che esprimeva idee e sentimenti che oggi riteniamo scontati ma che allora erano ritenuti scandalosi: racchiudeva in sé una sintesi di ciò che ai giorni nostri chiamiamo capacità di visione che era soprattutto il risultato di una mente dedita costantemente al pensare.

Einstein aveva fatto sua la nozione che le idee definitive nella scienza (ma si può affermare anche nel business) non esistono perché sono solo passaggi che attraversano percorsi in continua evoluzione. La capacità della sua mente di immaginare gli accadimenti quasi come fossero un’astrazione metafisica, erano solo l’inizio di una costruzione teoretica che in seguito veniva supportata da formule matematiche protese alla ricerca di una solida conferma dei suoi postulati: questo era infatti il passaggio fondamentale nella mente del genio tedesco che gli era indispensabile per dare un corpo credibile alle sue visioni rivoluzionarie.

La lezione dimenticata di Einstein

Ai giorni nostri troppo spesso invece, l’establishment non chiede alcuna conferma di fattibilità delle proprie idee sia che esse siano in ambito manageriale o ancor più gravemente nella gestione della cosa pubblica, perché i leader o presunti tali, confondono le proprie visioni con spericolate fantasie mediatiche, facendoci poi assistere a dietrofront imbarazzanti, un po’ perché contano sulla scarsa memoria dell’audience sommersa oramai da fiumi di affermazioni in sé contraddittorie, un po’ perché cambiare idea tutto sommato è gratis.

C’è evidentemente un difetto di software nella mente dei leader, un effetto branco che impedisce loro di distogliersi da pensieri preconfezionati sostenendo i quali credono di poter accedere ad ascensori di carriera più rapidi e facilitati. Perché, dunque, farsi domande fondamentali? Perché disturbare il guidatore se omologandosi al suo pensiero si possono prendere scorciatoie di carriera di una sorprendente efficacia? I risultati sono tuttavia sotto gli occhi di ognuno di noi: la débâcle strategica e industriale del nostro settore automobilistico ha dell’incredibile ed è un’umiliazione per tutti i milioni di lavoratori che in esso sono rappresentati.

Siamo tuttavia in buona compagnia perché a livello più alto (e senz’altro più pericoloso) quello degli equilibri internazionali, l’impasse è ancora più evidente. Non ci si deve quindi meravigliare se parecchie delle decisioni prese durante gli ultimi anni si stanno rivelando vere e proprie follie irrealizzabili perché il loro scopo primario non è stato costruito sulla ricerca della soluzione migliore, bensì nella ricerca del consenso o ancora peggio di benefici economici personali.

Il ruolo fondamentale del sistema scolastico

Bisogna tornare ad alimentare nelle giovani generazioni l’attitudine ad un pensiero alternativo dove nuove ma solide visioni sostituiscano l’ovvio perché la scienza e la tecnica ma anche la politica hanno bisogno di idee che diano una spinta innovativa al modo di pensare oggi dominato dall’appiattimento delle menti e delle coscienze.

Parlare di un’anima “sovversiva” che nutra il pensiero creativo e che metta in discussione le modeste certezze dell’apparato mediatico, sta divenendo sempre più una assoluta necessità di sopravvivenza di tutto il mondo occidentale. Lo studio meritocratico vera condizione di giustizia sociale, deve tornare ad essere il fattore prioritario del sistema scolastico nel quale si devono coltivare le menti più eccelse secondo le loro vere inclinazioni.

Proprio dal sistema scolastico deve infatti partire la rivoluzione per una svolta virtuosa dell’Europa che invece sta cadendo nella spirale di un demagogico egualitarismo orientato verso il basso che non riesce più a produrre una classe dirigente innovativa. Un fatto va accettato: il lungo ciclo iniziato con la caduta del Muro di Berlino si è concluso e il disperato tentativo di procrastinare un mondo oramai estinto non ha più un senso compiuto.

Serve coraggio, serve dedizione, serve un modo nuovo di pensare la nostra comunità europea senza più soffermarci sui pensieri e le attitudini che ci avevano preceduti prima della pandemia ma soprattutto non bisogna più cedere a tentazioni irrazionali prive di ogni fondamento di fattibilità come purtroppo l’esempio esecrabile del Green deal si sta rivelando e cioè un disastro economico e
sociale senza precedenti.

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