Sapere è potere: tra Logos e Pathos, la rivoluzione di Lucrezio

Venti ventiquattro: l’anno decisivo per l'UE

di Andrea Taschini, manager automotive
(dal magazine “Parts”)

Logos e Pathos, ragione ed emozione: Lucrezio, nel “De rerum natura”, per la prima volta duemila anni fa, sceglie di separarle per dare una svolta definitiva alla conoscenza umana che da secoli sopperiva nei meandri più inconsci di paure e pensieri irrazionali. La ragione libera l’uomo e ne fa l’artefice del proprio destino a condizione che egli sappia astrarsi tanto da avere una visione chiara e indipendente delle cose che lo circondano. Così il manager che vuole capire la sua azienda e il contesto in cui è inserita, deve sapersi elevare
dalla politica e dalle ideologie che attraversano la società, privilegiando la lettura dei numeri e dei fatti per ciò che sono. Non c’è più spazio nel mondo competitivo in cui viviamo per il Pathos: è sempre il Logos che deve guidare le scelte strategiche dell’impresa.

La natura razionale delle cose

Tra le polverose biblioteche in una sperduta abbazia svizzera del San Gallo, nel 1417, Poggio Bracciolini, umanista aretino e cacciatore di manoscritti perduti, trovò per caso un libro dal titolo “De rerum natura” del cui autore Tito Lucrezio Caro, era rimasta solo qualche traccia riportata da poche altre fonti allora conosciute. La data di quella fortuita riscoperta si può considerare come un segno di svolta, decisiva nella storia civiltà occidentale moderna, una di quelle rivoluzioni intellettuali che ebbero la capacità di risvegliare le coscienze dando uno slancio definitivo a ciò che noi chiamiamo comunemente rinascimento.

La natura delle cose porta in sé un carattere così rivoluzionario che già all’epoca della sua stesura nella prima metà del primo secolo A.C., diede una spinta decisiva all’approccio scientifico
staccandosi da quella fase in cui il mito rimaneva al centro delle conoscenze e delle coscienze umane.

Così come il volume aveva già trovato terra fertile tra il pragmatismo degli antichi romani così incontrò subito dopo il suo ritrovamento, i favori nell’effervescente contesto italiano del primo ‘400, in una società bramosa di scoperte scientifiche, tanto che trascritto a mano in più copie, ebbe una larga diffusione in tutta Europa fino a diventare uno dei primi best seller stampati in grande scala verso la fine del secolo XV.

Lucrezio rompendo una tradizione millenaria, separa il concetto di Logos da quello di Pathos imponendoci uno sforzo intellettuale che ancora oggi a distanza di duemila anni dalla sua stesura, trova delle resistenze di non poco conto anche in insospettabili compagini manageriali e scientifiche. Per Logos, Lucrezio intende quella razionalità che divenendo strumento di verità, si impone come unico mezzo di interfaccia umana con la realtà delle cose. Il Pathos in sua antitesi, è inteso invece come emozione, come interpretazione arbitraria dei fatti e come preconcetto politico di scelte che nulla hanno a che fare con la vera natura delle cose che ci circondano.

Per Lucrezio quindi, il sapere diviene potere ma alla unica condizione di trovare la capacità di astrarsi da tutti quei condizionamenti ai quali invece il Pathos ci costringe, lontani dagli inganni delle ideologie e dalle fragili divagazioni delle emozioni. Solo l’uomo saggio che saprà elevarsi dalle cose, si inerpicherà sulle vette del sapere ottenendo così la sua libertà d’azione, posseduto dalla visione dei fatti così come essi in realtà sono.
Il salto di paradigma culturale nel mondo antico con le sue superstizioni e poi nel tardo medioevo con le sue paure, diviene gigantesco: il Logos (ovvero la razionalità), secondo Lucrezio, sprigiona quella energia liberatoria che sta alla base del vero progresso, rifuggendo tutte le facili credenze basate sulle opinioni comuni e sull’agire irrazionale (il Pathos).
Il concetto moderno di libertà dell’individuo nasce proprio da questo salto di paradigma intellettuale.

Il Logos sempre al centro

Vi siete mai chiesti quante volte le vostre decisioni hanno tenuto più conto del Logos e quante del Pathos? Quante volte vi siete spinti per questioni professionali su terreni guidati dai preconcetti o da mere posizioni prive di un fondamento razionale? La managerialità che prima di tutto è studio e approfondimento dei numeri, non può mai prescindere da un approccio che sa astrarsi dagli aspetti più conformisti, condizionati dal pensiero comune quando esso segue linee guida dettate da tendenze modaiole che soprattutto in questi anni
di omologazione imperversano nei più profondi strati della società. 
Se la libertà individuale è un’equazione di conoscenza, dobbiamo imporci un più serio approfondimento dei temi sui quali vogliamo essere coinvolti senza confondere per esempio le cause con le finalità, fattore peraltro oggi sempre più frequente.

 


Efficienza ed efficacia

Anche se sono parimenti due processi razionali si confonde spesso l’efficienza con l’efficacia. Il più degli obiettivi manageriali si traducono semplicemente in un efficientemento dei processi
esistenti tralasciando la visione complessiva del progetto, perdendo così di vista l’obiettivo finale che si vuole raggiungere e cioè l’efficacia dell’azione. Ciò è dovuto principalmente a una verticalizzazione sempre più spinta dei processi in cui chi opera non percepisce il contesto e le finalità in cui agisce.

L’errore concettuale è spesso di chi sta al vertice dell’azienda che invece avrebbe il compito di creare un team di scopo, mentre il più delle volte preferisce circondarsi di automi privi di visione pensando di ottenere così un governo più facile dell’impresa. È sempre più frequente sentire esporre tecnici anche molto preparati su un singolo argomento che tuttavia durante l’intera presentazione perdono il senso delle finalità per le quali hanno sviluppato il proprio lavoro e appaiono sostanzialmente decontestualizzati.

Parlare, a esempio, dell’evidente efficienza di un motore elettrico mentre si ignorano tutte le problematiche ambientali che vengono a crearsi durante i processi di fabbricazione delle batterie che lo alimentano, è totalmente inefficace nel risolvere i temi preposti, ponendo serie domande sulla “consapevolezza di scopo” che invece dovrebbe essere una guideline chiara e ben definita.

I percorsi del Logos pretendono di essere tracciati nel mondo del possibile: non c’è spazio per le ideologie che non vanno confuse con i processi della creatività del pensiero. Creare vuole dire realizzare progetti e non al contrario spargere solo illusioni che non hanno alcuna possibilità di essere realizzati. Il costo economico e sociale di affabulazioni ambientaliste che negli ultimi anni hanno depistato aziende e manager, disperdendo quelle risorse che invece ben impiegate avrebbero fatto progredire le imprese, sono ormai evidenti.

Il contraccolpo di questo spreco compiuto sarà durissimo nei prossimi mesi e anni, non solo perché si sono gettati al vento parecchi denari. ma perché si è perso inutilmente tempo con il risultato che la fredda vendetta del Logos sul Pathos, si prenderà la sua rivincita.

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