“Green Deal”: tutti i nodi vengono al pettine

Venti ventiquattro: l’anno decisivo per l'UE

di Andrea Taschini, manager automotive

Voglio parlarvi chiaro: il continente europeo non ha bisogno di una totale decarbonizzazione perché le sue emissioni di CO2 sono già nell’ordine del 7% mentre quelle degli Stati Uniti sono al 15% e quelle della Cina raggiungono vette del 32%, in costante crescita tutti più o meno con dei PIL equivalenti.

A cosa serva il “net zero” europeo e quali siano gli impatti positivi sul clima nonostante una spesa prevista di 30.000 miliardi di euro, non è dato sapere.

Il “Green deal” come si poteva immaginare, si sta sgretolando dalla base e cioè dai cittadini che man mano testano sulla propria pelle cosa voglia dire una decarbonizzazione spinta, si ribellano, scendono in piazza e iniziano a fare paura ai politici europei che il 9 giugno prossimo presumibilmente perderanno il loro scranno dorato.

L’errore del fuggiasco Frans Timmermans è stato quello di voler mettere nel “Green Deal” tutto ciò che di più efficace ci poteva esistere per distruggere gli asset portanti e produttivi dell’Unione. Gli agricoltori colpiti duramente dai regolamenti di Bruxelles sono scesi in piazza per primi con migliaia di trattori ma gli operai del settore auto non saranno da meno nonostante l’aplomb che li contraddistingue, non appena decine di fabbriche verranno chiuse per far spazio alle vetturette elettriche Made in China.

Poi ci saranno quelli della plastica, del riciclo, del tessile e tanti altri settori che il “Green Deal” avrà per legge messo fuori mercato. Patetico è il tentativo affidato a Mario Draghi della Commissione europea di scoprire come mai il continente non sia più competitivo e che come è prevedibile non produrrà nulla di esaustivo.

Un giorno dovremo ringraziare gli agricoltori che con la loro protesta scenografica, hanno fatto per la prima volta arretrare la Commissione che si è affrettata a ritirare i decreti; questo ha aperto un varco enorme e ha dato coraggio a chi pur non essendo d’accordo, ha taciuto per anni e che ora vede la possibilità di ribaltare il tavolo. Il decreto sulla “Corporate sustainability” terrore di ogni PMI, è stato rinviato a data da destinarsi e probabilmente non troverà la sua approvazione prima del voto di giugno.

Sull’auto elettrica ci sono numerosi autorevoli ripensamenti inversamente proporzionali alla caduta delle vendite, tanto che le Case automobilistiche europee stanno tirando i remi in barca e ritornando intelligentemente a investire sui motori endotermici.

Cosa rimarrà di tutta questa follia tra qualche anno? Rimarrà la certezza che è stato solo uno strumento politico, che qualcuno ci ha fatto un bel po’ di soldi mentre la stragrande maggioranza delle persone ha perso tempo e denaro, ma soprattutto che è stato tutto inutile perché l’Europa è già un continente sostanzialmente pulito e decarbonizzato.

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