Emissioni, costi e materiali: perché l’elettrico è perdente

Auto elettriche: perché insistere se il mercato non le vuole?

di Pier Luigi del Viscovo, direttore del Centro studi Fleet & Mobility
(da “il Giornale” del 15 febbraio 2023)

Lo stop alle auto termiche è inutile per il clima, dannoso per l’ambiente, impraticabile socialmente e distruttivo per l’industria e l’economia. La buona notizia è che non ci sarà, perché alla fine saranno i consumatori a decidere. Ma ora Governo e industria decidano se seguire la scienza o Greta.

Inutile. Il clima sta cambiando e l’ipotesi scientifica più accreditata sostiene che dipenda dai gas serra prodotti dall’uomo, la cui concentrazione in atmosfera è passata da 280 parti-per-milione del 1850 a 370 nel 2000, anno di ingresso della Cina nel WTO e suo decollo industriale, fino ai 420 attuali. La CO2 globale è 37 miliardi di tonnellate (gt). Ora, il Parlamento Europeo, lo stesso che ha deciso per lo stop, afferma che “il settore dei trasporti è responsabile del 30% delle emissioni totali di CO2 in Europa, di cui il 72% viene dal solo trasporto stradale”. Le auto “sono tra i mezzi più inquinanti, considerato che generano il 60,7% del totale delle emissioni di CO2 dei trasporti”. Percentuali elevatissime. Ma in quantità?

L’European Environment Agency, organo della UE, riporta che il trasporto europeo nel 2019 ha emesso 0.835 gt di CO2, di cui il 72% su strada, ossia 0.601 gt, di cui 61% auto, ossia 0.367 gt, pari all’1% (un-per-cento) del totale. Come termine di paragone, l’International Energy Agency riporta che nel biennio 2020/21, mentre il resto del mondo riduceva le emissioni di CO2 di 0.570 gt la sola Cina le incrementava di 0.750 gt. Questo significa che se tutte le auto circolanti in Europa dovessero magicamente passare a zero emissioni, il beneficio per il clima non solo sarebbe infimo, ma verrebbe annullato dal Dragone in un solo anno. Corollario: di cosa stiamo parlando?

Dannoso. Un’auto elettrica ha emissioni zero allo scarico, non nel ciclo completo: per compensare la CO2 legata alla produzione della batteria servono da 80 a 150mila km a emissioni zero. Dopo si pone il tema del riciclo o smaltimento delle batterie. Poi c’è la produzione di elettricità. Nell’attuale mix europeo, poco più della metà viene da nucleare e rinnovabili: le emissioni zero non esistono. A questo, bisogna aggiungere i danni legati all’estrazione e alla lavorazione delle materie prime necessarie a produrre batterie, pannelli solari e pale eoliche. Danni ambientali ma anche sociali, per lo sfruttamento di territori e manodopera in Africa e in Asia.

Impraticabile. Le vendite di auto elettriche sono aumentate negli ultimi anni e pesano intorno al 15/16% nei tre principali mercati, Germania, UK e Francia, mentre in Italia e Spagna non arrivano al 4% e nell’ultimo anno sono anche diminuite. Secondo alcuni, noi siamo indietro sulla via del progresso. In termini di fredda analisi economica i numeri dicono altro, che c’è un’adozione diversa di questa tecnologia, per vari fattori: disponibilità di posto auto privato, reddito pro-capite, efficacia degli incentivi, credulità che sarà così. Ma soprattutto dicono che la curva di adozione tende a un limite, un tetto, e che tale tetto è ben distante dal 100%. Perché? Le ragioni sono varie, ma alla base c’è che l’uso dell’auto elettrica impone una programmazione degli spostamenti, dipendente dal tempo e dalla difficoltà di ricarica, che non è compatibile con gli stili di vita odierni, fatti di decisioni last minute e di flessibilità.

Suicidio industriale ed economico. L’industria automobilistica europea ha una tecnologia sui motori e sui cambi difficile da eguagliare in tempi brevi dai concorrenti cinesi. Rinunciare a questo vantaggio competitivo significa aprire il mercato ai costruttori del Dragone. Secondo una recente indagine condotta dal Centro Studi Fleet&Mobility per AgitaLab, un think tank, il 38% degli operatori del settore prevede che potranno conquistare una quota del mercato europeo tra il 20 e il 30% in meno di vent’anni, mentre per il 23% supereranno il 30%. Come riferimento, i costruttori giapponesi e coreani hanno impiegato trent’anni per arrivare all’attuale 21% del mercato. Inoltre, il 95% ritiene che saranno prodotti fabbricati in Cina. A ciò si aggiunga la dipendenza sulle materie prime e sulle batterie.

Alla luce dei fatti, sembra davvero incomprensibile l’accanimento ideologico del Parlamento e della Commissione. Però adesso il Governo e l’industria non possono più esitare. Serve che prendano una posizione netta e definitiva: assecondare questo suicidio economico e industriale oppure affermare che il motore termico non sarà discontinuato e lavorare affinché i prossimi organismi frutto delle elezioni del 2024 rimettano le cose a posto.

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