Draghi lascia: peccato, un po’ se l’è cercato. E adesso…

Mario Draghi, dunque, ha chiuso anzitempo la sua esperienza di capo del Governo. Peccato, vista  la statura della persona, ma anche lui – alla fine – ha dovuto cedere alle alchimie politiche del nostro Paese. Peccato, dicevo, alla luce della stima e della fiducia che Draghi gode all’estero e perché considerato dagli italiani una sorta di “ultima spiaggia”. E, soprattutto, per la sua competenza. Già, e qui veniamo al dunque. Il peccato originale di Draghi, a mio parere, è stato quello di accettare l’incarico di premier alla guida di un Governo d’emergenza per la grave situazione in cui versa l’Italia, piegandosi all’obbligo di coinvolgere nell’Esecutivo personaggi non all’altezza del compito assegnato (purtroppo non è la prima volta che accade).

Di fatto, Draghi ha dovuto lavorare il doppio o il triplo e chissà quante volte avrà chiamato a rapporto Tizio, Caio e Sempronio per chiedere conto e chiudere situazioni imbarazzanti. Se invece avesse imposto in toto nomi di sua completa fiducia, adatti a ruoli delicati che impongono conoscenze approfondite e non improvvisate o accelerate, forse la crisi che vede il Governo cadere in un momento delicatissimo per Il Paese, avrebbe potuto essere evitata. In pratica, “va bene la politica, ascolto tutti, nessuna bega interna, ma alla fine decido io”, senza condizionamenti o tranelli, come invece è avvenuto.

Presto si tornerà al voto: il Governo, da qui alle elezioni, dovrà cercare di salvare il salvabile, soprattutto in tema di PNRR, economia, lavoro, costi energetici e sanità. C’è,nel frattempo, chi comincia a fare il solito scaricabarile (tutta colpa di X e Y se il Governo è caduto), magari gli stessi che fino a poche settimane fa stavano in un gruppo – approvandone linea e decisioni rivelatesi in seguito deleterie – per poi capire che, finita la festa e con quel gruppo allo sbando, mantenere lo scranno sarebbe diventato difficile. Quindi, meglio muoversi prima.

A soffrire di questa crisi è, tra gli altri settori, quello dell’automotive che aveva trovato in Giancarlo Giorgetti e Roberto Cingolani, rispettivamente ministro allo Sviluppo economico e alla Transizione ecologica, un “politico” e un “tecnico” lontani dall’ideologia e in linea con la realtà dei fatti. Spiace che Cingolani abbia già annunciato di non voler più ripetere l’esperienza politica, preferendo tornare a svolgere a tempo pieno – e lo capiamo – la sua attività di fisico e scienziato. Per Giorgetti, si vedrà.

Presto, infine, partirà il solito valzer delle promesse e affioreranno gli immancabili scandali dell’ultima ora, tutte cose a cui noi italiani siamo tristemente abituati. A proposito, c’è un Paese da risollevare e – attenzione! – ormai sull’orlo di una crisi di nervi.

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