Transizione all’elettrico e rischi: il senno di poi fa solo arrabbiare

La svolta imposta dalla Commissione Ue verso la mobilità solo elettrica dal 2035, con il contestuale rischio di perdere del tutto l’industria europea dei motori endotermici, continua a incutere timori. Nicolas Peter, direttore finanziario di Bmw Group, in un’intervista al quotidiano finanziario francese “Les Echos”, oltre a sottolineare che “sarebbe un peccato se i produttori europei perdessero la competenza per servire i mercati dei motori a combustione al di fuori del Vecchio continente“, si lamenta anche per le incertezze che pesano sulla scadenza del 2035 per la transizione al tutto elettrico.

 

Peter le manda a dire anche a proposito della normativa sull’Euro 7 appena presentata da Bruxelles, ricordando come, con gli attuali motori Euro 6d, il settore automotive abbia fatto passi da gigante nell’abbattimento delle sostanze nocive.

Lo sfogo del Cfo bavarese – che si aggiunge ad altri – testimonia una volta di più il caos che regna ai piani alti delle Case automobilistiche anche alla luce delle recenti dichiarazioni del commissario Ue al Mercato interno e all’Industria, Thierry Breton. Da una parte, infatti, ipotizza “una clausola di revisione da attivarsi nel 2026 per consentire lo spostamento dello stop ai motori endotermici fissato nel 2035″, mentre dall’altra insiste sull’aspirazione a rendere la transizione un successo, elencando però i non pochi nodi da sciogliere.

 

I cinesi, intanto, ringraziano. Caos, incertezze, lamentele e tardive prese di coscienza in Europa sono, per l’industria automobilistica di Pechino, una manna. La reazione ipotizzabile una volta toccati realmente con mano i problemi (ora siamo solo all’inizio) di questa transizione mal gestita e pilotata da interessi dipinti di “verde”? Semplice, si assisterà al solito patetico scaricabarile. Il senno di poi è inutile. Case automobilistiche, associazioni di categoria e politici pragmatici, invece di assistere passivamente a decisioni prese sulla pelle degli altri, avrebbero dovuto fare la voce grossa prima. 

Diktat elettrico e rischi correlati: in tanti se ne rendono conto solo ora. Perché?

È vero che non è mai troppo tardi, ma è pur vero che se costruttori, associazioni che li rappresentano, sindacati, politici con il buon senso e anche gli automobilisti si fossero dati una forte mossa prima, a quest’ora non si sarebbe qui a lanciare allarmi a tutto spiano sui rischi che il diktat UE sulla transizione verso una mobilità solo elettrica dal 2035, via via che i mesi passano sono sempre più evidenti. Occupazione, listini elevati e non sostenibilità sociale, soprattutto in un momento di grandi incertezze paure come quello che viviamo, sono i temi che a Bruxelles, da parte della Commissione UE, vengono continuamente ignorati.

Per poi arrivare a toccare veramente il fondo, quando uno degli eurocommissari, Thierry Breton, si rende conto del possibile approssimarsi del disastro e mette le mani avanti: “La svolta che porterà ai soli motori elettrici nel 2035, con il contestuale stop a quelli endotermici, potrebbe costare 600mila posti di lavoro“. A parte una quantificazione in eccessivo difetto, verrebbe voglia di chiamare Breton a rapporto e chiedergli dove si trovava quando i suoi colleghi varavano il piano verso il “tutto elettrico”.

L’industria automotive del Vecchio continente rappresenta 2,6 milioni di posti, oltre 13 milioni se si considera tutto quanto ruota attorno: il 6,6% dell’occupazione totale. E in Italia sono almeno 250mila i lavoratori interessati alla trasformazione imposta dall’Ue, di cui 168mila riguardano la componentistica. E solo nel nostro Paese, dai calcoli del sindacato Uilm, rischiano di saltare 120mila occupati, mentre a essere penalizzato di più sarebbe l’indotto, con il 50% degli addetti in bilico.

Ma non contento, il solito Breton si lascia andare anche a un’altra affermazione di “consapevolezza”, ahinoi, gravemente in ritardo: “Nonostante il divieto di vendita di veicoli a combustione interna entro il 2035, nel 2050 ci sarà ancora almeno il 20% di queste auto sulle strade, con il rischio che l’obiettivo del 2035 debba slittare“. Complimenti ancora, eurocommissario Breton, a cui suggeriamo di fornire anche agli altri membri della Commissione UE la ricetta della pozione che lo ha portato a una sorta di ravvedimento.

Almeno, illustre Breton, lei e il resto compagnia di Bruxelles siete al corrente del fatto che l’Europa, la stessa che la vede al “governo”, contribuisce solo per l’8% (e l’Italia per l’1%) alle emissioni mondiali di CO2 (37 miliardi di tonnellate) con India, Cina e Usa pesare per il 50%? E che Cina e India ritengono, inoltre, di raggiungere la neutralità climatica, rispettivamente, entro il 2060 e il 2070?

Di questi giorni, poi, è anche la notizia della nascita a Lipsia, in Germania, di un’alleanza delle Regioni europee per affrontare e ridiscutere, con una strategia comune, la condanna a morte decisa da Bruxelles dei motori a benzina e Diesel nel 2035. Si chiede, in un documentato presentato anche alla Commissione UE, l’avvio di un meccanismo europeo a sostegno di una transizione giusta ed equa delle produzioni del settore automotive, tenendo bene in considerazione gli effetti sui distretti produttivi nelle regioni.

Meglio tardi che mai, ma sempre tardi. Come sempre e purtroppo per noi.

Marziani UE + Elettrico + Euro 7 = auto e camion nel caos

A Bruxelles, a comandare, ci sono dei veri “marziani”. Non contenti di aver imposto per il 2035 il “tutti in elettrico”, costringendo i costruttori di vetture a imponenti investimenti, diciamola tutta, alla cieca, viste le incertezze che permangono su questa scelta e le velocità diverse in cui procedono i vari Paesi in quella direzione, ecco piombare sul settore – e di riflesso sui consumatori – la tegola Euro 7.

I nuovi severissimi standard sui limiti alle emissioni inquinanti saranno in vigore dal primo luglio 2025, per auto e furgoni, e dal primo luglio 2027, per bus e mezzi pesanti. Limiti molto ma molto ambiziosi da raggiungere in tempi fuori dalle più elementari logiche che – se confermati – costringeranno i costruttori a rivedere le strategie di investimento, proprio quello che il comparto sperava di non dover fare.

Siamo al paradosso: da una parte, la Commissione UE spinge per la sola mobilità elettrica; dall’altra, impone di rivedere, attraverso i nuovi standard Euro 7, tutti i limiti inquinanti delle attuali motorizzazioni. Ma come? Si chiedono a giusta ragione i capi dei colossi automobilistici e dei veicoli industriali? Devo stanziare altri miliardi e miliardi per l’Euro 7 quando so già, se le cose non dovessero cambiare, che dopo qualche anno i veicoli con tale omologazione non potranno essere più prodotti e venduti. Dei veri geni della coerenza. Intanto, per le auto si prevede già da ora un impatto tra i 90 e i 150 euro sui costi di listino e intorno ai 2.600 euro per bus e camion. Che si aggiungono ai rincari determinati dall’innalzamento dei costi energetici e dalla scarsità dei semiconduttori sul mercato.

 

Ancora una volta, Bruxelles non ha voluto ascoltare le istanze dei costruttori, un po’ il concetto espresso poco tempo fa da Carlos Tavares, ad di Stellantis, che proprio per questa ragione (l’essere ignorati dalla politica) ha deciso di uscire da ACEA, l’Associazione europea delle Case automobilistiche, ridotta ormai a lamentarsi di situazione ormai avviate, come ha fatto il presidente Oliver Zipse che ha palesato le sue serie preoccupazioni, precisando che “l’industria automobilistica prende molto seriamente il suo ruolo di ridurre sia la CO2 sia le emissioni inquinanti, ma purtroppo, il beneficio ambientale della proposta della Commissione è molto limitato, mentre aumenta pesantemente il costo dei veicoli”.

Una nuova mossa, quella dei “marziani” di Bruxelles, che rischia di indebolire ulteriormente l’industria dell’auto europea, costretta a ripensare i suoi piani con, alla fine, il pericolo di rallentare l’innovazione verso l’auto elettrica, a tutto vantaggio dei concorrenti cinesi dalle mani libere e da un potenziale economico senza pari. Quindi, grazie a Ursula (von der Leyen), Frans (Timmermans), Jan (Huitema) & compagnia cantante per continuare a remare contro gli interessi europei. E grazie anche dai consumatori che saranno sempre più discriminati dai prezzi delle vetture. Non bastava l’auto elettrica…

COP27: verso i soliti bla, bla, bla. E i grandi inquinatori restano a casa

Ci risiamo con i soliti bla, bla, bla che si preannunciano ancora una volta infruttuosi e viziati dall’ideologia e non da concretezza e pragmatismo. A Sharm el-Sheikh, i partecipanti al COP27, tanto per dare un esempio “virtuoso”, hanno raggiunto la località balneare egiziana su 400 aerei privati, contribuendo così, anche in questo caso, a far crescere la presenza di CO2 nell’aria. Complimenti.

 

Assenti pesantissimi sono i grandi imputati del surriscaldamento terrestre: Cina, in primis, India e Russia, che oltre oltre a essere i Paesi più climalteranti, sono anche quelli più inquinanti del Pianeta. C’è, invece, in forze, l’Europa che, nonostante le ridotte emissioni rispetto anche agli Stati Uniti, sta facendo di tutto per fare harakiri, uccidendo gradualmente la sua industria fiore all’occhiello, quella automotive, e aprendo le porte, invece di porli davanti alle loro responsabilità ambientali, ai cinesi.

 

Un’altra assenza che non passa inosservata è quella di Greta Thunberg. Questo il suo messaggio delirante: “Non è un evento pensato per cambiare tutto il sistema, ma semplicemente per incoraggiare un progresso graduale”, come a dire che si deve tutti tornare all’Età della pietra. Nel frattempo, chi la segue va in giro a imbrattare opere d’arte nei musei e a bloccare il traffico come accade in questi giorni alle porte di Roma. Un modo più che mai “gretino” per protestare contro il cambiamento climatico.

 

Avanzo una proposta agli organizzatori del COP27 che da anni e anni lanciano allarmi su allarmi senza risolvere alcunché: il prossimo vertice lo si faccia a Pechino, il successivo a New Delhi e il successivo ancora, sperando che la guerra contro l’Ucraina sia terminata, a Mosca. Avranno il coraggio i nostri prodi di fare questo passo? Avrà il coraggio la paladina Greta di mandare al diavolo i leader di quei Paesi in casa propria? Avranno il coraggio gli scriteriati imbrattatori di tele di fare altrettanto al Mausoleo di Mao e al Museo Hermitage di San Pietroburgo? Un esempio per tutti: la Cina emette oltre un terzo delle emissioni globali di CO2.

 

Insomma, prepariamoci a nuovi annunci e buoni propositi che finiranno ancora una volta per ricadere sulle spalle della popolazione europea, ma lasciando i veri colpevoli dell’allarme sul clima di continuare a fare i loro comodi, per di più stendendo – come accade in Europa nei confronti della Cina – un pericolosissimo tappeto (guarda caso) rosso.

 

 

 

 

#FORUMAutoMotive tra nuovo Governo e follie UE: noi sempre dalla parte del buonsenso

Personalmente nutro fiducia in questo Governo a guida Giorgia Meloni: non vedo ideologie, si guarda alla realtà dei fatti sui vari problemi e temi aperti, mentre sul fronte della transizione ecologica la posizione assunta è basata sulla consapevolezza che, relativamente alle volontà UE di “elettrizzare” il mondo automotive dal 2035, si mette in atto un vero harakiri mandando al macero know how europeo e posti di lavoro. Insomma, un salto nel buio.

Tornando al Governo che si è appena insediato, un altro fattore positivo riguarda l’utilizzo, per gli spostamenti, soprattutto di vetture italiane, dalla Fiat 500X all’Alfa Romeo Giulia. Un segnale importante di valorizzazione del “made in Italy”, anche se non è che da un giorno all’altro si può fare a meno delle tradizionali berline tedesche da anni protagoniste quasi assolute. Ma è un primo passo. Non mi sembra che il cancelliere tedesco o il presidente francese siano soliti “tradire” i rispettivi “made in… ” a favore di una Maserati Quattroporte. E lo stesso vale per i reali inglesi e l’inquilino di turno al numero 10 di Downing Street, legatissimi ai marchi luxury del proprio Paese.

 

Fin qui alcune note che fanno ben sperare, a cui si unisce l’edizione autunnale, seconda di questo 2022, del nostro #FORUMAutoMotive. Ebbene, è stato un successo di partecipazione, contenuti, dibattiti e pubblico (sala adibita a studio tv dell’hotel Enterprise di Milano piena, tanti i collegamenti da Facebook per la diretta e tante le interazioni sui social di cui vi daremo conto).

 

Del resto non poteva che essere così, visti i temi trattati, più che mai legati alla situazione del momento, tra attacco dell’auto cinese all’Europa (problema deflagrato proprio nei giorni di #FORUMAutoMotive), riserve fortissime sul “tutti in elettrico” dal 2035 (e proprio all’indomani dell’evento è arrivato l’accordo fra il “Trilogo” UE che conferma questa scelta che ho sempre definito demagogica e in scia al “gretinismo”) senza dimenticare l’intervento in diretta da Lussemburgo del neo ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto, che oltre a salutare la platea e i relatori, ha ribadito la linea di Governo per una democratizzazione della mobilità e di svolta sul fronte degli approvvigionamenti energetici. Pichetto, anche nel suo precedente ruolo di viceministro dello Sviluppo economico, si è dimostrato molto vicino alla filiera italiana automotive.

 

Insomma, la sfera di cristallo che avevamo scrutato all’inizio dell’estate per predisporre i temi della tappa autunnale di #FORUMAutoMotive ci è stata ancora una volta amica e ci auguriamo che lo sia ancora anche nel 2023. Intanto, seguiteci sempre, abbiamo bisogno del vostro sostegno e della vostra amicizia.

 

 

Salone di Parigi: lo sfogo di Tavares e gli allarmi di #FORUMAutoMotive

Sarà perché si avvicina, anche se manca qualche anno, l’età della pensione (c’è chi dice, come ho riportato sul “Giornale” che Luca De Meo, capo di Renault, potrebbe essere tra i candidati a prendere il suo posto,) sarà perché il top manager che ha dato forma a Stellantis vuole dimostrare che l’uscita da ACEA, l’Associazione europea dei costruttori di auto, è veramente dettata dall’atteggiamento passivo di quest’ultima.

 

Ebbene, sarà per queste e altre cose, che al Salone di Parigi, nello stesso giorno della visita del presidente francese Emmanuel Macron, Tavares ha sparato a zero sui piani “green” dell’Unione europea e sul fatto che il Vecchio continente ha di fatto aperto, senza muovere un dito, le porte ai “big” dell’auto cinesi, mettendo così ancora più a rischio il settore del nostro Continente.

 

Tavares, insomma, si è tolto dei macigni dalle scarpe, si è sfogato e fa piacere che il top manager portoghese abbia ripetuto, dalla sua autorevolezza e competenza, concetti che noi di #FORUMAutoMotive ribadiamo da tempo, tra i primissimi – e non vogliamo peccare di presunzione – a lanciare una serie di allarmi fin dal periodo pre pandemia.

 

In pratica, tutti i temi che affronteremo il 24 e 25 ottobre nei nostri appuntamenti “live” di #FORUMAutoMotive, sono stati toccati dal numero uno di Stellantis. Cosa ha detto? Ecco: “In Europa si fanno politiche che stanno uccidendo il futuro della mobilità e la decisione dogmatica di vendere solo auto elettriche nel 2035 ha conseguenze sociali ingestibili“; “La normativa Euro 7 per i motori endotermici è da cancellare in quanto richiede energie e risorse da destinare invece all’elettrico; un nuovo step al 2027/2028 non ha infatti senso se si punta sul tutto elettrico. Occorre pragmatismo”; “Non c’è motivo che si renda l’accesso al mercato europeo facile per i costruttori cinesi senza avere in cambio il contrario“; “Sulla mobilità elettrica i leader politici non dovrebbero prendere decisioni scientifiche, ma bisogna garantire alla classe media di poter comprare un’auto. Vanno ridotti i costi dell’elettrico, chiedendo per questo sostegno che va dato anche per resistere alla concorrenza cinese. E ci vogliono incentivi per le vetture ibride“.

 

Insomma, la sfera di cristallo e il nostro pragmatismo ci stanno dando ragione. Da qui ai prossimi mesi ne vedremo delle belle.

“Vaielettrico” mi accusa? Orgoglioso del mio buon senso

“Vaielettrico” scrive e mi cita: “Il partito che esulta se l’elettrico non si vende. In Italia ha molti proseliti, chissà perché, e uno dei più accesi è il direttore di ACI Radio, Pierluigi Bonora…”.

 

Conosco Mauro Tedeschini da diversi anni, un rapporto di amicizia che si è consolidato soprattutto all’epoca della sua direzione di “Quattroruote”. Mi sorprende, ma allo stesso mi fa piacere – in quanto significa che ho colpito nel segno e ho sollevato un problema reale – che per la seconda volta in pochi mesi mi citi tra i più accesi sostenitori di una sorta di partito che esulta se l’auto elettrica non si vende. È quanto riporta Tedeschini su “Vaielettrico”, megafono, quindi chiaramente di parte, della potente lobby della mobilità elettrica, annessi e connessi. Mi si accusa di esultare, dunque, perché a settembre le vendite di auto elettriche sono crollate del 40% nonostante i congrui ecobonus ancora disponibili e inutilizzati.

Caro Mauro, è la realtà dei fatti, nulla più. E quanto ho riportato nella sezione Economia de “il Giornale” (nelle pagine dedicate ai Motori, preciso, trattiamo sempre e con imparzialità le novità Bev, senza censure, ci mancherebbe), a commento del mercato italiano di settembre, rispecchia la tendenza in atto: il consumatore, a cui spetta l’ultima parola, sta chiaramente indicando gli orientamenti alla base della situazione socio-economica in cui ci si trova, cioè di estrema incertezza e preoccupazione.

Io guardo alla realtà dei fatti e non accetto imposizioni ideologiche come sta avvenendo per la mobilità delle persone. Mi sta bene l’auto elettrica come mi stanno bene le altre soluzioni “green” disponibili. Sono per una politica veramente democratica, che rispecchi le esigenze ambientali, economiche e soprattutto sociali anche in questo ambito.


Dico solo che è necessario rivedere scelte dettate dal “non buon senso” perché il mondo sta cambiando, purtroppo in peggio, e l’Italia sta pagando le NON politiche energetiche e industriali del recente passato. Per non parlare dei listini inavvicinabili (lasciando da parte tutti gli altri problemi, tra infrastrutture, materie prime, cinesi alle porte, ecc) di un’offerta elettrica che diventa sempre più “premium”, a dispetto di una mobilità un tempo pensata per essere a misura d’uomo e di città.


Mi spiace notare che “Vaielettrico” continui a procedere con il paraocchi, scambiando ogni intervento non in linea con la propria visione come un attacco strumentale.

Caro Mauro, bisogna fare i conti con la realtà. È la realtà, oggi, è questa. Altro che festeggiare sulle testate con cui collaboro, come scrivi: qui c’è da mettersi a lavorare seriamente sull’oggi e sul futuro prossimo. Al nuovo Governo il messaggio riguarda l’auspicio che lavori all’insegna del pragmatismo. E lo stesso vale per il futuro Europarlamento dopo le elezioni del 2024 e in vista della revisione del “Fit for 55” prevista nel 2026. Sicuramente non sono allergico al buon senso.

Elettriche in caduta libera: decide il mercato, non la politica

Cosa succede all’auto elettrica? Nonostante i fondi residui come incentivi (al 6 ottobre scorso poco meno di 164 milioni per le elettriche pure e oltre 192 milioni per le ibride con spina, a fronte del «tutto esaurito» da tempo dei sostegni per le alimentazioni tradizionali) è chiaro che a impattare sulle scelte dei consumatori restano i timori legati alle bollette; i listini sempre elevati anche a causa di un’offerta prevalentemente premium e lontana dalle capacità reali di spesa; la carenza di colonnine di ricarica elettrica; e le incertezze politiche ed economiche che si ripercuotono sul mercato.

E così si presenta questo significativo scenario. In settembre guizzo di benzina (+15,6%) e Diesel (+6,4%); bene le ibride senza spina (+23,6); crolla invece la richiesta di elettriche (-40,2%) ed è in calo anche quella delle ibride con spina (-29,1%). A questo punto si delinea, alle porte di un periodo dell’anno che si prospetta difficilissimo, l’orientamento degli italiani nel momento in cui hanno concluso (nonostante la scarsa disponibilità di modelli) l’acquisto di un nuovo veicolo. Un mercato, quello del mese scorso, che per il secondo mese consecutivo segna una crescita (+5,4%), ma che da inizio anno continua a essere in sofferenza (-16,3%).

Ha dunque ragione Gian Primo Quagliano, presidente del Centro studi Promotor, quando afferma che “i numeri dimostrano chiaramente come i percettori di redditi bassi non possono permettersi soluzioni ecologiche avanzate”. Una chiara risposta anche alle imposizioni di una politica, soprattutto a livello UE, preda di dannose ideologie e priva di buon senso.

A entrare in gioco, inoltre, sono anche i divieti di accesso alle città (il caso Milano, fa scuola) anche per i veicoli di recente omologazione. L’obbligo, sempre nella Milano del sindaco “radical-chic” Beppe Sala, di far pagare il ticket per l’Area C anche alle auto ibride senza spina, con emissioni sopra i 100 grammi per chilometro di CO2, potrebbe spingere i consumatori a evitare un segmento che riscontra dati in crescita. E per il mercato sarebbe un ulteriore duro colpo.

 

Elettrico e 120mila posti a rischio: ora una sterzata verso il buon senso

Prima oltre 70mila, da fonti ANFIA, ora fino a 120mila, come denuncia il sindacato UILM guidato da Rocco Palombella in occasione del suo congresso generale. Si accavallano gli allarmi sulla tenuta del sistema occupazionale dell’industria automotive italiana. E ha ben ragione il segretario generale Palombella a sottolineare come “la mancanza di determinazione e consapevolezza dei governi italiani che si sono avvicendati negli ultimi anni, in quanto la transizione ecologica non si fa dall’oggi al domani, non sarà indolore e le risorse messe a disposizione non saranno sufficienti”.

 

La nuova conta che porta 120mila gli occupati aderiva da un attento studio a cura di EStà, onlus no profit che si occupa di sostenibilità ed economia, secondo cui “il settore automotive sarà quello più impattato dalla transizione ecologica con il passaggio dal motore endotermico a quello elettrico”. Del resto un veicolo tradizionale con motore endotermico è composto da 7mila componenti, mentre uno elettrico arriva ad averne un massimo di 3.500/4mila. A questo punto il 40-45% degli occupati italiani, ovvero tra i 110 e i 120mila lavoratori, saranno impattati dal passaggio all’elettrico. Circa 59mila necessiteranno di corsi di aggiornamento volti al ricollocamento, possibilmente all’interno dello stesso settore di partenza, mentre almeno 52mila addetti dovranno riqualificare le proprie competenze al fine di sviluppare un profilo tutto nuovo, all’interno o anche all’esterno del comparto di riferimento. Infine, 9mila persone sono attese da una formazione volta all’aggiornamento all’interno del proprio profilo professionale.

 

L’auspicio, ora, è che il Governo in via di formazione dia subito un segnale di svolta e cambiamento, assegnando una priorità all’equilibrio tra sostenibilità “green” e sostenibilità sociale. I tempi sono strettissimi, ma il coraggio di dare una sterzata in direzione del buon senso e contro la maledetta ideologia che ha dominato in tutti i questi anni, può risultare determinante. Un’azione del genere rappresenterebbe un esempio per gli altri Paesi dell’UE e, soprattutto, un segnale contrario forte a una Commissione europea totalmente allo sbando.

 

Futuro Governo e automotive: svolta in vista, stop all’ideologia

Sì a un mondo più green, ma allo stesso tempo attraverso azioni e investimenti che tutelino la sostenibilità sociale. È la linea che il futuro Governo italiano guidato da Giorgia Meloni potrebbe seguire con riferimento specifico al settore automotive, vittima ormai da anni di speculazioni ideologiche che al primo vero ostacolo (prima la pandemia, ma ora soprattutto il caos energetico e le bollette caratterizzate da costi insostenibili) avrebbe fatto i conti con la cruda realtà. Come è accaduto e come sta accadendo.

 

Decisioni destinate a segnare il futuro necessitano di visioni a lungo e non a corto raggio, tenendo attentamente conto delle tante variabili che possono capitare (ed è capitato nel modo più pesante che ci si potesse aspettare). Basarsi sull’ideologia e sulle pressioni interessate affinché il mondo dei trasporti imbocchi un’unica strada, quella dell’elettrico, oltre a essere anti democratico è azzardato e soprattutto rischioso. E così i nodi sono venuti al pettine.

 

Cosa farà, a questo punto, il futuro Governo italiano? Potrebbe impuntarsi, cercando sponde in altri Paesi, affinché a livello Ue venga rispettate il principio della neutralità tecnologica, ovvero di prendere in considerazione tutte le opzioni “green” sul mercato: elettrico, ibrido, ma anche carburanti sintetici, biocarburanti fino all’idrogeno. È una visione, questa, più volte espressa da Geronimo La Russa, presidente di Aci Milano, che trova riscontro anche nelle richieste che le associazioni di categoria (Anfia, per la filiera italiana; Unrae, per le Case automobilistiche estere; Federauto, per i concessionari) portano avanti da tempo e rivolte sia al Governo sia a una Commissione Ue fortemente condizionata dalle lobby ambientaliste più radicali e da quelle dell’elettrico.

 

Con l’aggravarsi della crisi energetica, i costruttori a caccia di gas (Volkswagen ha aperto le danze)  e la mancanza di materie prime, buona parte delle intenzioni palesate a Bruxelles potrebbero infatti tornare in discussione. Tra l’altro, nel 2024 la palla passerà al nuovo Europarlamento e alla nuova Commissione Ue. In gioco, inoltre, proprio in virtù della conversione forzata all’elettrico della manifattura, è il destino di tante imprese e famiglie. E se fino a prima delle dimissioni di Mario Draghi, c’era un ministro (Giancarlo Giorgetti) che diceva una cosa e l’altro (Enrico Giovannini) il contrario – con Roberto Cingolani nel ruolo di «battitore libero» – nel nuovo Governo la linea da seguire si preannuncia condivisa, realistica e non ideologica.