Terremoto Volkswagen: via Diess, arriva Blume. E può succedere di tutto 

Nel 2015 il Dieselgate, un incredibile assist ai denigratori della mobilità tradizionale in cerca dell’appiglio giusto per dare vita, d’accordo con le grandi lobby di settore e sostenuti dalla ragazzina Greta, improvvisamente sparita dalla circolazione, a una capillare campagna “pro elettrico”; quindi, la volontà di scusarsi davanti al mondo intero per la figuraccia e il via a un poderoso piano “green”, con protagonista l’auto elettrica, e investimenti stellari che hanno finito per condizionare il settore; ora – saltando altri passaggi intermedi – con il siluramento di Herbert Diess, ossessionato dal fenomeno Tesla, e l’imminente arrivo al vertice del “porschista” Oliver Blume, l’attesa apertura anche ai carburanti sintetici (e-fuel) che non necessitano di adattamenti ai motori endotermici e sono soprattutto “puliti”.

 

Al centro di tutto c’è sempre il Gruppo Volkswagen insieme al Paese in cui affonda le radici, la Germania, che sta provando sulla propria pelle (ma non è la sola) cosa significhi dipendere dalla Russia per il gas e dalla Cina per le materie prime necessarie e indispensabili in una strategia basata unicamente sull’auto elettrica.

L’amico ed esperto in temi automotive, Andrea Taschini, guarda nella sfera di cristallo e afferma: “La Germania, ma in senso più ampio l’Europa, sta iniziando a fare i conti con la follia di una transizione energetica che ora presenta un costo economico e sociale elevatissimo. Era tutto scritto. Diess è tra i primi a pagare per le conseguenze di scelte estreme ed eccessive sull’auto elettrica. C’è così da aspettarsi che per gli stessi motivi, nei prossimi mesi, tra le classi dirigenti europee (e qui Taschini si riferisce non solo al comparto automotive – ndr), saranno in parecchi a dover togliere il disturbo“.

 

A questo punto è presumibile che Blume, di 10 anni più giovane rispetto a Diess e che manterrà insieme alla guida del Gruppo Volkswagen quella di Porsche, tra i paladini degli e-fuel, porti il suo approccio più democratico (elettrico, ma anche eco-carburanti) nella nuova strategia del gruppo. Non resta che aspettare l’1 settembre e le sue prime dichiarazioni da nuovo Ceo del colosso di Wolfsburg.

 

Secondo Blume, in relazione al piano Ue “Fit for 55” che punta alla produzione di soli veicoli elettrici dal 2035, “i divieti tecnologici rappresentano un freno all’innovazione, seppure per Porsche la mobilità elettrica resti una priorità”. Il futuro capo operativo del Gruppo Volkswagen ha una visione olistica sul tema della decarbonizzazione: “L’utilizzo dei carburanti sintetici – ha precisato in un’intervista – può ridurre le emissioni dei motori endotermici, senza per questo doverli modificare o adattare. Fondamentale è che siano prodotti in modo sostenibile e da energia rinnovabile”.

 

Non è un caso che la Commissione Ue (si parla con insistenza dello zampino di Blume, già in odore di assumere la guida del gruppo, d’accordo con il ministro delle Finanze tedesco Christian Lindner, che si è impuntato sugli e-fuel)  abbia aperto una “finestra”, nel 2026, all’interno del piano “Fit for 55” proprio a favore dei carburanti sintetici. A questo punto può succedere di tutto, anche perché ci si avvia – finalmente – al rinnovo di questo Europarlamento fissato nel 2024.

Draghi lascia: peccato, un po’ se l’è cercato. E adesso…

Mario Draghi, dunque, ha chiuso anzitempo la sua esperienza di capo del Governo. Peccato, vista  la statura della persona, ma anche lui – alla fine – ha dovuto cedere alle alchimie politiche del nostro Paese. Peccato, dicevo, alla luce della stima e della fiducia che Draghi gode all’estero e perché considerato dagli italiani una sorta di “ultima spiaggia”. E, soprattutto, per la sua competenza. Già, e qui veniamo al dunque. Il peccato originale di Draghi, a mio parere, è stato quello di accettare l’incarico di premier alla guida di un Governo d’emergenza per la grave situazione in cui versa l’Italia, piegandosi all’obbligo di coinvolgere nell’Esecutivo personaggi non all’altezza del compito assegnato (purtroppo non è la prima volta che accade).

Di fatto, Draghi ha dovuto lavorare il doppio o il triplo e chissà quante volte avrà chiamato a rapporto Tizio, Caio e Sempronio per chiedere conto e chiudere situazioni imbarazzanti. Se invece avesse imposto in toto nomi di sua completa fiducia, adatti a ruoli delicati che impongono conoscenze approfondite e non improvvisate o accelerate, forse la crisi che vede il Governo cadere in un momento delicatissimo per Il Paese, avrebbe potuto essere evitata. In pratica, “va bene la politica, ascolto tutti, nessuna bega interna, ma alla fine decido io”, senza condizionamenti o tranelli, come invece è avvenuto.

Presto si tornerà al voto: il Governo, da qui alle elezioni, dovrà cercare di salvare il salvabile, soprattutto in tema di PNRR, economia, lavoro, costi energetici e sanità. C’è,nel frattempo, chi comincia a fare il solito scaricabarile (tutta colpa di X e Y se il Governo è caduto), magari gli stessi che fino a poche settimane fa stavano in un gruppo – approvandone linea e decisioni rivelatesi in seguito deleterie – per poi capire che, finita la festa e con quel gruppo allo sbando, mantenere lo scranno sarebbe diventato difficile. Quindi, meglio muoversi prima.

A soffrire di questa crisi è, tra gli altri settori, quello dell’automotive che aveva trovato in Giancarlo Giorgetti e Roberto Cingolani, rispettivamente ministro allo Sviluppo economico e alla Transizione ecologica, un “politico” e un “tecnico” lontani dall’ideologia e in linea con la realtà dei fatti. Spiace che Cingolani abbia già annunciato di non voler più ripetere l’esperienza politica, preferendo tornare a svolgere a tempo pieno – e lo capiamo – la sua attività di fisico e scienziato. Per Giorgetti, si vedrà.

Presto, infine, partirà il solito valzer delle promesse e affioreranno gli immancabili scandali dell’ultima ora, tutte cose a cui noi italiani siamo tristemente abituati. A proposito, c’è un Paese da risollevare e – attenzione! – ormai sull’orlo di una crisi di nervi.

I mesi neri dell’auto: e il futuro? Ne vedremo delle “belle”

 

A proposito di piani “green” di Bruxelles, con l’intenzione di farci muovere solo su veicoli elettrici dal 2035: dal varo del PNRR, ormai 14 mesi fa, che prevede 750 milioni per le infrastrutture, manca ancora un cronoprogramma che indichi tempi e luoghi dove installare le famose colonnine (ne servirebbero 320mila di ricarica pubblica), nonché i soggetti incaricati di effettuare gli interventi. A ricordarlo, in una nota, è Andrea Cardinali, direttore generale di Unrae, ma è evidente come nelle stanze dei bottoni e nelle corti ambientaliste sia più facile parlare e prevedere rispetto a realizzare nei fatti i piani di azione. Ne vedremo – per modo di dire – delle belle.

 

Intanto, l’uragano che da mesi non dà tregua al settore automotive prende ancora più forza, guarda caso, sul territorio italiano. La crisi di governo, con le dimissioni del premier Mario Draghi, si aggiunge alle altre catastrofi (pandemia, guerra in Ucraina, crisi dei microchip, materie prime ed energia alle stelle, produzione rallentata e mancanza di prodotto nuovo nelle concessionarie, gas russo verso il taglio definitivo, caro carburanti, impennata dell’inflazione).

 

Ecco allora l’Italia (con Draghi ancora al suo posto), in un mercato europeo che a giugno ha segnato un -16,8%, perdere il 15% delle vendite sul 2021, secondo risultato negativo del mese dopo quello della Germania (-18,1%). E se si guarda al primo semestre, la situazione resta grave: -13,7% (ma -33,6% nel confronto con il 2019) il mercato europeo, con l’Italia indossare la maglia nera (-22,7%) .

 

Nei prossimi mesi, visto lo scenario, c’è poco da sperare in miglioramenti. Anzi. E a rischiare di più, se il governo non dovesse ricomporsi, sarebbe proprio l’Italia: ulteriore abbattimento della fiducia da parte dei consumatori e, soprattutto, crollo dei deboli pilastri che reggono ancora le aziende con centinaia di esuberi già dichiarati, sfinite da una lunghissima crisi e condannate dagli esiti di un processo di transizione energetica “suicida” per l’industria automotive europea.

Mobilità, energia: cambi di rotta in vista, anche se è tardi

 

Sono due, tra le tante, le cose che mi sconcertano e, soprattutto, mi mandano in bestia. La prima: sul piano UE “Fit for 55”, il cui obiettivo è quello di produrre solo auto elettriche dal 2035, si continua a procedere come se fossimo rimasti al 2019 (nessuna crisi energetica imminente, situazione geopolitica relativamente tranquilla e zero guerre ai confini dell’Europa, materie prime e microchip più o meno sotto controllo, come pure il caro vita). Poi ci sono piovute addosso la pandemia e un sacco di altre cose negative. In poche parole, il mondo è rapidamente cambiato in peggio. 


La seconda, invece, si può ricondurre al detto: “Prima fai scappare i buoi, quindi chiudi la stalla”. Proprio come sta accadendo con il problema energia, anche se non è la prima volta. Ora che l’Europa e soprattutto noi italiani siamo con l’acqua alla gola e basta un niente per farci affogare, ecco che a Bruxelles si svegliano e cercano goffamente di rinnegare le scelte sbagliate, dettate dall’ideologia e da interessi di parte, che ci hanno condotto a un nulla dal punto di non ritorno.

 

Ci voleva la presa di coscienza che prestissimo la Russia chiuderà per ritorsione i rubinetti del gas, rendendoci così conto di cosa voglia dire essere dipendenti in toto da altri, per far passare in sede europarlamentare l’atto delegato sulla tassonomia della Commissione che prevede l’inclusione di specifiche attività energetiche dei settori gas e nucleare nell’elenco delle attività economiche ecosostenibili.


La sveglia è dunque suonata ma, ahinoi, a tempo ormai abbondantemente scaduto.
Se si vuole seriamente affrontare il tema dei cambiamenti climatici (anche se , come afferma il professor Antonino Zichichi, “è la potenza del sole a decidere, con le attività umane responsabili solo del 5%”), allora si faccia di tutto per prendere le distanze da quella ideologia e da quel modo di fare politica responsabili di un disastro che stiamo vivendo e paghiamo salato con le nostra tasche.

Non è un caso che Greta e i suoi manovratori siano spariti dalla scena pubblica (coscienza sporca?). Restano, lancia in resta, le associazioni “taleban-green” che minacciano azioni legali contro Bruxelles sentendosi tradite. Insomma, da più parti ci si sta rendendo conto che la festa è finita e che si deve cambiare assolutamente rotta prima di essere travolti da uno tsunami che avanza a velocità supersonica.

 

Nel 2024, del resto, ci saranno le elezioni europee e toccherà ai nuovi parlamentari UE occuparsi delle conseguenze di decisioni illogiche e spinte dall’ideologia pura. Proprio in vista (e non è un caso) di questa scadenza, si sta ora cercando di correre ai ripari. I giochi, dunque, si starebbero riaprendo. Quello che valeva ieri non vale più oggi e soprattutto nel futuro prossimo. Anche e in relazione a un concetto strumentale e rischioso per l’economia di una mobilità unidirezionale. Ma il problema è che ci vorranno anni per riparare il danno fatto. Ecco la vera eredità che lasciamo alla “Next Generation EU”.

“forumautomotive – diario dal mondo della mobilità”, subito a pungere

“forumautomotive – diario dal mondo della mobilità” o più semplicemente “forumautomotive – diario”, è online dal 1° giugno Ringraziamo quanti hanno cominciato a seguirci, chi ci ha scoperto anche grazie il mondo dei “social” e chi continua imperterrito a farlo ormai da anni attraverso i nostri costanti interventi sul web, ma soprattutto attraverso i nostri eventi pubblici.


Dal momento in cui il “Diario” è online, il lavoro non ci è mancato, anzi. Tutti i temi che solitamente trattiamo sono deflagrati proprio in questo periodo: quale cosa migliore, dunque, per il nostro debutto e far sentire forte la nostra voce perché si arrivi a un concetto di mobilità a misura di tutti e all’insegna della neutralità tecnologica, tenendo sempre a distanza ideologia e demagogia. Aspetti, questi, che ci hanno portato a una situazione, quella attuale, in cui il Paese è terribilmente esposto a ricatti energetici.


Grazie, cari amici e sostenitori, saremo sempre la spina nel fianco di chi rema contro le cose giuste, anche nel mondo della mobilità 

Tutto elettrico: ecco la cordata (Italia in testa) che rimette tutto in discussione

Su il “Fit for 55” l’Italia, in cordata con altri Paesi (Bulgaria, Romania, Portogallo e Slovacchia) punta a far slittare dal 2035 al 2040 il piano Ue, tra l’altro già votato dall’Europarlamento, di azzerare le produzioni di auto con motori tradizionali a favore di quelle solo elettriche. E’ quanto contiene la circolare, fino a poche ore fa riservata, che circola sui tavoli del COREPER, il Comitato dei rappresentanti permanenti dei governi degli Stati Ue.

 

Il contenuto del documento ha mandato su tutte le furie le associazioni degli ambientalisti, in particolare “Trasporti & Ambiente”, per la quale – senza se e senza ma – esiste solo la mobilità elettrica. Il direttore Veronica Aneris l’ha presa malissimo e, in una nota, afferma che “quella di oggi è un’iniziativa unilaterale che contrasta con la posizione ufficiale espressa nel dicembre 2021 dal CITE (Comitato Interministeriale alla Transizione Ecologica)  e, giusto pochi giorni fa, dai partiti di maggioranza italiani al Parlamento Ue”.

 

E aggiunge: È tempo che Mario Draghi sia chiaro: il governo che sta guidando è impegnato sul fronte delle questioni climatiche o no? Sarebbe uno scandalo per un governo nato all’insegna degli impegni in favore della transizione ecologica allearsi con Bulgaria e Romania (cosa mai hanno fatto di così grave?, ndr) sulle  questioni climatiche”.

 

Veronica Aneris tralascia, però, il fatto – importante – che anche la Germania ha fatto un passo indietro, nonostante i “suoi” costruttori di auto stiano investendo palate di miliardi sull’elettrico. Ecco cosa sostiene il ministro tedesco delle Finanze, Christian Lindner: «La Germania non condivide la decisione del Parlamento Ue di vietare a partire dal 2035 la vendita di auto con motori endotermici, una scelta sbagliata».

 

La situazione, dunque, è incandescente. È guerra aperta. La partita vede in gioco, da una parte la giusta lotta per la tutela dell’ambiente, dall’altra la necessità di agire tenendo però presenti tutti gli aspetti economici e sociali.

 

Il 28 giugno al Consiglio Ue l’Italia sarà rappresentata dal ministro alla Transizione ecologica, Roberto Cingolani, che nei giorni scorsi ha sottolineato le debolezze e i rischi del piano Ue, facendo sicuramente a sua volta arrabbiare chi aveva premuto per la sua nomina nel governo Draghi. Ma Cingolani, fisico e uomo tutto di un pezzo, ha dimostrato di non  lasciarsi strumentalizzare. Ora dovrà fare la sua parte in nome del realismo e contro l’ideologia.

Auto sempre più salate: per tanti l’acquisto sarà un problema

Le automobili costeranno sempre più care e «scordiamoci tra un po’ di pagarle meno di 20mila euro»: parola di Luca De Meo, ad di Renault Group. La conferma, quella del top manager, di quanto sta effettivamente avvenendo nel mercato. Le ragioni dei rincari: elettrificazione, dispositivi di assistenza alla guida, connettività e i nuovi rapporti tra Case madri e concessionari la cui conseguenza, tra le altre, è lo stop agli sconti.

I costruttori, del resto, sono alle prese con investimenti miliardari: da qui il rialzo dei prezzi che lo scorso anno è già stato intorno al 10%. Se guardiamo alle macchine compatte elettriche ed elettrificate si arriva anche al 30%. In questo contesto ci sono le Case automobilistiche che vogliono passare, rispetto alla rete commerciale, al cosiddetto contratto d’agenzia. In pratica, viene imposto al concessionario di seguire regole precise sulle vendite e ciò comporta il prezzo di listino fisso. Addio, quindi, a quel 5% di sconto medio che si faceva al cliente.

Visto come sta evolvendo il mercato, a questo punto sarà sempre più difficile per i ceti meno agiati programmare l’acquisto di un nuovo veicolo nonostante gli incentivi, tra l’altro già esauriti per le vetture più convenienti, quelle con motore endotermico. Da qui la prospettiva di un rallentamento del processo di svecchiamento del parco circolante.

Stellantis boccia Acea e saluta: meglio il “fai-da-te”

 

“Acea adieu”: Stellantis ha annunciato che entro l’anno lascerà l’Associazione europea dei costruttori di auto con sede in Belgio e alla cui presidenza, che avviene a rotazione, è ora il tedesco Oliver Zipse (Bmw Group). Nessuna uscita in polemica, a quanto pare, ma la presa d’atto da parte di Stellantis, sempre più una «Tech mobility company», che è giunto il momento di imboccare strade diverse.

Dal 2023 il gruppo guidato da Carlos Tavares e con John Elkann alla presidenza darà così vita a un forum annuale aperto, il «Freedom of Mobility Forum», con l’obiettivo di riunire un gruppo eterogeneo di esperti in grado di “affrontare e risolvere i problemi della mobilità pulita, sicura e conveniente per la società a fronte delle implicazioni del riscaldamento globale”.

Ecco allora che il modello lobbystico – sul tipo di Acea – viene meno rispetto alla volontà di avere mano libera e poter affrontare con più velocità e concretezza i cambiamenti in atto.

Per Acea è senza dubbio un brutto colpo, vista l’importanza di Stellantis e il suo peso: è il secondo gruppo europeo dietro Volkswagen. La stessa associazione, del resto, in questi anni di trasformazione del mondo dell’auto, tra pandemia ed effetti negativi più recenti, non ha mai preso – sin dall’inizio della discussione sul piano Ue «Fit for 55» – posizioni decise, arrivando solo di recente a lamentare possibili impatti sul lavoro e il futuro dell’industria europea. Troppo, troppo tardi.

Sul sito di Acea, nessun accenno – almeno fino a 24 ore dopo la nota di Stellantis – al prossimo addio del gruppo, annuncio spiegato in poche righe affinché “il gruppo sia sostenuto nella transizione dall’attività di lobbying (chiaro il messaggio ad Acea, ndr) a un’interazione più diretta con i cittadini e le parti coinvolte”. Per Acea potrebbe essere l’inizio della fine.

L’ok UE al “tutto elettrico”: gioire è un azzardo

Il “Fit for 55” è, dunque, passato: dal 2035 – salvo modifiche nei prossimi passaggi previsti in sede Ue e a livello di governi – addio alle produzioni dei motori a benzina e Diesel. Si entrerà ufficialmente nell’era dell’auto elettrica, anche se – a questo punto – in caso di conferma definitiva, le Case accelereranno ulteriormente il passaggio dai veicoli a combustione interna a quelli a batteria. Buona fortuna. Sarà, infatti, il mercato a sentenziare a favore o contro questa forzatura “gretina” e rischiosa che è arrivata a spaccare fortemente anche l’Europarlamento.

Sono infatti passate per lo più inascoltate e sottovalutate le preoccupazioni espresse, ormai da diversi mesi, sull’impatto che la scelta unilaterale dell’UE sul «tutto elettrico» arrecherà alla filiera automotive e, soprattutto, agli operatori più vulnerabili. A giocare contro è anche questo fatto: chi avrebbe potuto scombinare i piani «gretini» di Bruxelles si è mosso in grave ritardo, mentre gli stessi costruttori di autoveicoli hanno accettato passivamente scelte prese sulle loro teste, per poi rendersi conto dei problemi annessi.

Preoccupati, intanto, sono i concessionari: il consumatore, infatti, rischia di entrare in una spirale di nuove incertezze. Il ragionamento è presto fatto: cambio auto, acquisto con gli incentivi un mezzo tradizionale e lo pago X euro. Ebbene, se fra tre-quattro anni lo voglio rivendere, a che svalutazione del veicolo andrò incontro, vista la “forzatura” a far acquistare auto solo 100% elettriche? E le vetture elettriche, sicuramente ancora e sempre costose che saranno immesse sul mercato, alla fine attireranno i clienti, nonostante i problemi ancora tangibili sulla diffusione delle colonnine e i tempi lunghi di ricarica?

E cosa accadrà e quale giustificazioni verranno trovate, soprattutto a livello politico (ma la sinistra non aveva come principio quello di difendere i lavoratori? A giudicare dalle ultime uscite piddine sembra che sia acqua passata)  quando gli addetti dell’indotto saranno licenziati e le aziende, impossibilitate a riconvertirsi alla nuova mobilità, dovranno per forza di cose chiudere?

Ai 70mila lavoratori delle imprese che non serviranno alla causa elettrica, e già praticamente condannati stando così le cose, si aggiungono i 350mila autoriparatori indipendenti del Paese che pure saranno in grave difficoltà. Eppure, come nel caso di Veronica Aneris, direttrice di Trasporti & Ambiente Italia, al settimo cielo per il voto Ue, si sostiene che quanto approvato, “fornisce certezze all’industria automobilistica, che ha bisogno di incrementare la produzione di veicoli elettrici, per far scendere i loro prezzi e rendere le auto pulite accessibili a un numero sempre maggiore di persone”.

Peccato che i sindacati – uniti nella stessa posizione critica – la pensino diversamente, preoccupati dalle ripercussioni negative che già prima del voto dell’8 giugno alcune aziende, come la Bosch di Modugno, nel Barese,  avevano evidenziato. In questo caso, 700 esuberi. Ed è, purtroppo, solo l’inizio. Avanti di questo passo il costo umano e sociale da pagare sarà salatissimo. Chi firmerà l’assegno?

“Fit for 55”: si implora di votare sì. E che marchetta pro elettrico

Oggi l’Europarlamento si esprime sul piano “Fit for 55” al 2035, mentre ieri, giornata di dibattito vivacissimo a Strasburgo, il vicepresidente della Commissione Ue, Frans Timmermans, ha “implorato”, sì proprio implorato, l’assemblea, in occasione del voto odierno, “di fare la cosa giusta”, cioè di «non incatenare al passato un’intera industria” e di “aiutare l’industria europea a costruire nuove, entusiasmanti e accessibili auto elettriche”. Che marchetta sfacciata – lasciatemi dire – pro elettrico!

Vi imploro – ha quindi aggiunto – di sostenere la nostra proposta di fissare al 2035 la fine della vendita di auto e furgoni con motore a combustione interna“. Un evidente segnale di preoccupazione debolezza di Timmermans che poi ha anche confessato (voltagabbana) di essere un appassionato di motori: “Lo sono sempre stato, ma so che tutto questo deve cambiare: non si fa un favore a nessuno rallentando l’innovazione tecnologica”.

La reazione di Timmermans fa capire come il dibattito di ieri a Strasburgo, che oggi porterà al voto plenario dell’Europarlamento, sia stato carico di tensione.

Timmermans non deve aver gradito la posizione assunta da Manfred Weber, presidente del Partito popolare europeo. Il PPE, infatti, ha presentato un emendamento che lascia nel 2035 un margine del 10% alle vendite di motori con emissioni di CO2. E per questo, oggi, al momento del voto si staccherà dagli altri gruppi della maggioranza. Tutta da ascoltare la seduta decisiva di oggi.