Carburanti alle stelle: cosa fanno gli italiani

Nonostante il taglio delle accise, il prezzo del carburante continua a salire e il Governo valuta nuovi interventi. Gli automobilisti, nel frattempo, corrono ai ripari; secondo l’indagine commissionata da Facile.it a mUp Research, negli ultimi tre mesi quasi 1 italiano su 2 (46%) ha ridotto l’uso dell’auto, specialmente nel tempo libero, pur di risparmiare.

 

Le strategie adottate – si legge nell’indagine condotta su un campione rappresentativo della popolazione nazionale – sono diverse; il 47% dei rispondenti, pari a circa 20 milioni di individui, ha dichiarato di prestare maggiore attenzione nella scelta della pompa di benzina, mentre  quasi 1 automobilista su 3 ha modificato il proprio stile di guida adottandone uno idoneo a ridurre i consumi di carburante.

 

Il prezzo del carburante è tornato a salire: secondo i dati ufficiali aggiornati al 31 maggio, nella modalità self il costo medio della benzina è arrivato a 1,914 euro al litro, mentre per il diesel a 1,831 euro al litro; tra le cause dei recenti rincari vi sono le quotazioni del greggio, in continua salita, e l’embargo al petrolio russo deciso dell’UE.

 

La mia proposta: un patto tra filiera automotive e le città

di Dario Nardella, sindaco di Firenze

Se guardo alla mia città e se guardo a tutte le città del nostro continente, la pandemia ha davvero cambiato molte abitudini. Un dato che riguarda Firenze, ad esempio, e mette in evidenza come venerdì 27 maggio nella mia città sono entrate 267mila veicoli. Noi abbiamo 380 mila abitanti, quindi ogni tre abitanti, due veicoli sono entrati in città, e 278 mila sono usciti. Corrispondentemente c’è una riduzione significativa dell’uso dei mezzi pubblici, meno 12%rispetto all’anno precedente alla pandemia.

 

Le persone hanno ancora paura, o hanno comunque acquisito delle abitudini che la pandemia ed il lockdown ha forzato. Noi dobbiamo fare i conti con questo tipo di ritmi e ovviamente la transizione energetica dà a noi una grande sfida di trasformazione industriale e anche di trasformazione del governo delle nostre città.

 

Io propongo un patto tra il mondo dell’industria della filiera dell’automobilismo e le città perché solo nelle città noi possiamo costruire dei modelli sostenibili che non siano però schiacciati da velleitarie immagini o idee legate alla decrescita felice. Io non credo alla decrescita felice, io credo però e dobbiamo credere alla crescita sostenibile, sostenibile ambientalmente e socialmente. Non esiste green deal se noi non guardiamo anche alla sostenibilità sociale delle pesanti trasformazioni che ci aspettiamo.

Guerra: se dove passano le merci passano anche gli eserciti

di Paolo Magri, vicepresidente esecutivo dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI)

 

Oggi vediamo dinamismo dove vorremmo vedere calma e una situazione di stallo dove vorremmo, invece, il dinamismo. Eravamo convinti fino a pochi giorni fa che i russi non avanzassero, ora sappiamo che avanzano e che controllano tre lati di un quadrato al cui centro c’è l’esercito ucraino. C’è uno stallo totale sul negoziato e sui sottoprodotti del conflitto come l’allargamento della Nato. C’è uno stallo anche sulla crisi del grano che potrebbe essere invece un luogo di dialogo.

 

I governi sono sempre stati divisi anche in occasione di altri conflitti. In Libia, per esempio, Italia e Francia erano su lati opposti. Oggi abbiamo i duri e puri come la Gran Bretagna che deve ricostruirsi un ruolo, e paesi del “si”, ma combattuti tra valori e realismo. È credibile che il finale possa essere accordo per cui russi tornano indietro del venti per cento del territorio? Non è credibile. La politica è fatta di interessi nazionali e valori insieme. Serve il dialogo tra le diverse componenti.

 

Ma cosa dobbiamo aspettarci dalla globalizzazione e dalla transizione energetica dopo la crisi? Sulla globalizzazione sentiamo messaggi allarmanti che parlano della sua fine e di una progressiva regionalizzazione. In questa situazione sappiamo che sono venuti meno capisaldi della globalizzazione, a cominciare dall’idea che da dove passano le merci non passano gli eserciti.

Stellantis boccia Acea e saluta: meglio il “fai-da-te”

 

“Acea adieu”: Stellantis ha annunciato che entro l’anno lascerà l’Associazione europea dei costruttori di auto con sede in Belgio e alla cui presidenza, che avviene a rotazione, è ora il tedesco Oliver Zipse (Bmw Group). Nessuna uscita in polemica, a quanto pare, ma la presa d’atto da parte di Stellantis, sempre più una «Tech mobility company», che è giunto il momento di imboccare strade diverse.

Dal 2023 il gruppo guidato da Carlos Tavares e con John Elkann alla presidenza darà così vita a un forum annuale aperto, il «Freedom of Mobility Forum», con l’obiettivo di riunire un gruppo eterogeneo di esperti in grado di “affrontare e risolvere i problemi della mobilità pulita, sicura e conveniente per la società a fronte delle implicazioni del riscaldamento globale”.

Ecco allora che il modello lobbystico – sul tipo di Acea – viene meno rispetto alla volontà di avere mano libera e poter affrontare con più velocità e concretezza i cambiamenti in atto.

Per Acea è senza dubbio un brutto colpo, vista l’importanza di Stellantis e il suo peso: è il secondo gruppo europeo dietro Volkswagen. La stessa associazione, del resto, in questi anni di trasformazione del mondo dell’auto, tra pandemia ed effetti negativi più recenti, non ha mai preso – sin dall’inizio della discussione sul piano Ue «Fit for 55» – posizioni decise, arrivando solo di recente a lamentare possibili impatti sul lavoro e il futuro dell’industria europea. Troppo, troppo tardi.

Sul sito di Acea, nessun accenno – almeno fino a 24 ore dopo la nota di Stellantis – al prossimo addio del gruppo, annuncio spiegato in poche righe affinché “il gruppo sia sostenuto nella transizione dall’attività di lobbying (chiaro il messaggio ad Acea, ndr) a un’interazione più diretta con i cittadini e le parti coinvolte”. Per Acea potrebbe essere l’inizio della fine.

Auto usate: -9,9% nel primo trimestre, domina il Diesel

Calano del 9,9% i trasferimenti di proprietà di autovetture usate nei primi 3 mesi del 2022 a 1.157.343 unità rispetto a 1.285.041 dello stesso periodo 2021. Mentre i trasferimenti netti perdono oltre  l’11%, le minivolture segnano una contrazione dell’8,2%. Così UNRAE in uno studio dettagliato.

 

Con il 49,3% il Diesel è la motorizzazione più richiesta, seguito dal benzina al 39,7%. Al terzo posto si colloca il GPL che si porta al 4,4% del totale. I trasferimenti di vetture elettriche pure passano dallo 0,1% allo 0,6%, mentre le plug-in salgono allo 0,4%. Gli scambi tra privati, inoltre, superano il 50% e il Diesel in testa con quasi la metà dei passaggi.

 

Questo quanto emerge dall’analisi del mercato delle autovetture usate nel primo trimestre 2022 (con dati in attesa di consolidamento) che da ora UNRAE diffonderà con cadenza mensile, insieme ad analisi di dettaglio.

1000 Miglia: una gara anche di solidarietà

A Pozzolengo (Brescia), dove c’è la sede principale della comunità di recupero “Lautari”, l’hanno già ribattezzata la 1000 Miglia della solidarietà. Sì, perché quest’anno Silvano Zaglio, decano tra i piloti bresciani non professionisti, sarà alla 1000 Miglia con un progetto studiato insieme al presidente Andrea Bonomelli e sostenuto dall’organizzazione della corsa:

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 Bonus carburante: solo il 15% ne usufruirà

Foto: Sandro Susini, consulente del lavoro e fondatore di Susini Group

Il bonus carburante è un clamoroso flop. Lo sostiene Susini Group, studio di Firenze leader nella consulenza del lavoro: secondo una proiezione del suo centro studi, infatti, solo il 15% delle aziende ne usufruirà entro l’anno. «Il bonus carburante, previsto dal recente decreto legge Energia (DL 17/2022), è un benefit aggiuntivo dell’importo massimo di 200 euro, da corrispondere da parte delle aziende ai lavoratori dipendenti nell’arco del 2022, a partire dal mese di aprile. Il costo è a totale carico dell’imprenditore.

 

Ed è per questo motivo che detta misura, che è stata presentata agli addetti ai lavori sotto i migliori auspici di una buona riuscita, in realtà non ha riscosso il successo auspicato, dal momento che si stima che neanche il 15% delle aziende finirà per avvalersene nell’arco dell’anno. Un vero flop», sostiene Sandro Susini, consulente del lavoro e fondatore di Susini Group. «Se da una parte il beneficio per il dipendente è chiaro – prosegue Susini – si tratta di somme esenti da contributi e tasse, da un punto di vista aziendale e, per quanto si possa ritenere che i costi sostenuti per l’acquisto dei buoni carburante siano interamente deducibili, il vantaggio per l’azienda che li mette a disposizione dei lavoratori non è altrettanto tangibile: questa misura infatti non consiste in un’erogazione statale attraverso la mera anticipazione dell’intermediario aziendale, ma si tratta di un vero e proprio voucher che l’azienda acquista a sue spese. Quindi è un costo aggiuntivo e basta per l’imprenditore che si va a sommare a tutti gli altri che già sostiene».

 

La situazione attuale non aiuta, come sottolinea ancora Sandro Susini: «Molte aziende sono in difficoltà, a causa della pandemia e del conflitto ucraino, ed era prevedibile che sostenere oneri supplementari fosse stato difficoltoso. Inoltre, è da tenere conto che molti imprenditori utilizzano già strumenti di welfare, poiché investono in misure agevolate, e quindi non ne necessitano di ulteriori. Sarebbe auspicabile intravedere, da parte di chi guida il Paese, una progettualità organica e integrata, che conduca a una radicale rivisitazione del cuneo fiscale in modo da ridurre l’impatto sul costo del lavoro, poiché è ormai evidente da decenni che le soluzioni di breve periodo, ancorché popolari – e quella dei buoni carburante nemmeno lo è stata – spesso finiscono per passare alla storia come l’ennesimo espediente improvvisato che va a sedimentarsi su un già di per sé precario impianto normativo», conclude Sandro Susini.